Recap: febbraio 2021

Anche febbraio è finito. Un mese molto interessante, in cui segnaliamo le nuove pubblicazioni del progetto The Weather Station, dei Weezer, dei Cloud Nothings, di Madlib e di slowthai. Inoltre analizziamo i nuovi lavori di Julien Baker, King Gizzard & The Lizard Wizard, Nick Cave & Warren Ellis e della cantautrice Cassandra Jenkins. Per chiudere, daremo un’occhiata al primo “greatest hits” di The Weeknd. Buona lettura!

The Weeknd, “The Highlights”

the highlights

Chi segue A-Rock da un po’ di tempo sa che Abel Tesfaye, aka The Weeknd, ha secondo noi un posto speciale fra i cantanti pop della nuova generazione. I suoi primi tre lavori, i mixtape che nel 2011 cambiarono la faccia dell’R&B, il famosissimo “House Of Balloons” e i successivi “Thursday” e “Echoes”, sono entrati nella lista dei 200 più bei CD della scorsa decade. Inoltre, i più recenti “Beauty Behind The Madness” (2015) e “After Hours” (2020) sono listati nelle fra i migliori lavori dei rispettivi anni di pubblicazione. Non dimentichiamoci poi che, nella lista delle canzoni migliori del decennio, Abel ha un numero non trascurabile di menzioni.

Insomma, la collezione delle sue canzoni più rinomate non può che essere un appuntamento imperdibile per gli amanti del performer canadese. Starboy, The Hills, Can’t Feel My Face, Blinding Lights… sono tutte presenti le hits più celebri del Nostro. Casomai possiamo obiettare sul mancato inserimento di altre grandi melodie, come House Of Balloons/Glass Table Girls e Montreal, come della totale assenza di pezzi tratti da “Kiss Land” (2013), ma sono inezie in un canzoniere già ricolmo di classici a soli 30 anni di età.

The Weeknd è ormai un nome consolidato nel panorama pop e R&B, autore anche di collaborazioni con Kendrick Lamar, Daft Punk e Lana Del Rey, solo per citare tre dei nomi più rilevanti. “The Highlights” è una raccolta curata e completa, al netto di alcune assenze di peso. Resta comunque fondamentale per entrare nella discografia della star più brillante del panorama musicale contemporaneo.

Voto finale: 8,5.

Nick Cave & Warren Ellis, “CARNAGE”

carnage

Il nuovo disco della leggenda australiana del rock alternativo e del fidato Bad Seed Warren Ellis è un’altra aggiunta di spessore ad una discografia davvero magnifica. Si tratta peraltro della prima collaborazione fra i due non devota alla creazione di una colonna sonora per un film. Riprendendo alcuni dei territori musicali esplorati nei lavori recenti con i Bad Seeds e tornando ad alcune sonorità più rock del passato, Nick Cave ha scritto un CD perfetto per la pandemia che stiamo vivendo: a tratti angosciante, ma con un messaggio di speranza che dà conforto.

“CARNAGE”, letteralmente “massacro”, è un titolo intimidatorio, soprattutto in pieno Covid-19: tuttavia, il tema del virus è solo marginale rispetto alle riflessioni proposte da Cave ed Ellis. Emergono soprattutto i temi della fede e dell’amore, da sempre al centro della poetica di Nick Cave; ma se fino a “Push The Sky Away” (2013) c’era sempre una visione quasi demoniaca, da artista maledetto, la morte tragica del figlio Arthur nel 2015 ha radicalmente cambiato le carte in tavola per Nick Cave & The Bad Seeds, che da quel momento hanno privilegiato ritmi più compassati e sonorità quasi ambient, basti risentirsi “Ghosteen” (2019).

Testualmente, dicevamo che il disco tratta temi svariati: il “kingdom in the sky” ritorna più volte nel corso dell’opera, dapprima nell’iniziale Hand Of God e poi in White Elephant e Lavender Fields. Il messaggio più bello che viene trasmesso dal Nostro, contenuto in quest’ultima composizione, è però dedicato ai nostri cari che ci hanno lasciato: “Where did they go? Where did they hide? We don’t ask who, we don’t ask why there is a kingdom in the sky”. Infine, Shattered Ground affronta il tema del rapport tormentato fra il narratore e la sua partner, con una frase che molti di noi avranno pensato almeno una volta nella vita: “Oh, baby, don’t leave me”, che assume un significato ancora più evocativo in questi tempi difficili.

Il CD è molto compatto: otto brani per 40 minuti. Il contenuto musicale è però davvero notevole: passando dall’art pop di Albuquerque alle sonorità più dure di White Elephant, con in mezzo l’ottima Old Time e una seconda parte più raccolta, “CARNAGE” è ad oggi uno dei migliori dischi di inediti pubblicati nel 2021 (escludiamo infatti il greatest hits di The Weeknd che trovate sopra). Nick Cave ha confermato ancora una volta un talento più unico che raro e, aiutato dal fido Warren Ellis, ha pubblicato un lavoro imprescindibile per gli amanti del cantautore australiano.

Voto finale: 8.

Julien Baker, “Little Oblivions”

little oblivions

Il terzo album della cantautrice originaria del Tennessee è un ulteriore sviluppo del suono sperimentato nell’ottimo “Turn Out The Lights” (2017), il disco che aveva fatto conoscere Julien Baker ad un pubblico più ampio rispetto all’intimo “Sprained Ankle” (2015). Avere una band al completo a supportarla le consente di dare un sound più forte in certi tratti, rendendo “Little Oblivions” il suo CD più variegato.

Le premesse per un buon lavoro erano già state intraviste nei singoli di lancio: sia Hardline che Faith Healer sono highlights immediati del lavoro, le ancore a cui agganciare i brani più raccolti come Crying Wolf e Song In E. In generale, Julien non è mai parsa tanto aperta come sonorità, più vicino all’indie rock dell’amica Phoebe Bridgers di “Punisher” (2020) che al folk delle origini.

Ma, come abbiamo imparato nel corso degli anni, sono i testi la vera meraviglia, per certi versi la parte più angosciante del processo creativo della Baker. La sua sincerità disarmante è particolarmente evidente nei versi più tetri del lavoro: “What if it’s all black, baby, all the time?” canta in Hardline, mentre in Heatwave immagina di prendere l’intera cintura di Orione e legarsela attorno al collo per impiccarsi. Invece in Ringside si picchia fino a sanguinare e in Favor, assistita dalle sue compagne nella band boygenius (Phoebe Bridgers e Lucy Dacus), canta straziata “What right had you not to let me die?”. Essere cresciuta nel sud degli Stati Uniti, omosessuale e profondamente cristiana, ha lasciato tracce indelebili nella psiche della giovane cantautrice, che vengono alla luce nei suoi dischi.

In conclusione, un album che ha brani riusciti come Hardline e Faith Healer (senza scordare Relative Fiction) non può che essere valutato positivamente. Se a questo aggiungiamo testi tanto pessimisti quanto toccanti e una crescita personale e artistica evidente, “Little Oblivions” diventa imperdibile per gli amanti dell’indie rock.

Voto finale: 8.

Cassandra Jenkins, “An Overview On Phenomenal Nature”

an overview

Il secondo album della cantautrice statunitense riafferma una volta di più che il panorama cantautorale femminile è più vivo che mai: negli ultimi anni abbiamo visto emergere volti destinati a scrivere pagine rilevanti in futuro (Phoebe Bridgers, Lucy Dacus, Julien Baker e Sharon Van Etten solo per citarne alcune) e Cassandra Jenkins si aggiunge meritatamente a questa schiera.

“An Overview on Phenomenal Nature” ritmicamente si presenta come un CD a metà fra folk e art pop, un po’ la versione aggiornata al 2021 di “Bon Iver, Bon Iver” (2011) dell’omonimo progetto. Le canzoni sono ovattate, virano alle volte verso il country (Michelangelo), ma pezzi come Hard Drive mostrano tutto il talento compositivo della Nostra.

Liricamente, le sole sette canzoni descrivono soprattutto quadretti di vita quotidiana: una testimonianza di una guardia giurata di un museo; il dolore di sentire che un tuo idolo d’infanzia, con cui avresti dovuto intraprendere un tour, si è suicidato; sentimenti divergenti come sarcasmo e frustrazione… I versi che restano più impressi sono i seguenti: “Empty space is my escape” (Crosshairs), “Baby, go get in the ocean… The water, it cures everything” (New Bikini) e il potente “We’re gonna put your heart back together, are you ready?” in Hard Drive.

In conclusione, la brevità del lavoro gioca sia a favore che contro il risultato finale: se da un lato la noia non affiora mai, è anche vero che i soli 31 minuti ci fanno desiderare qualcosa in più, contando il finale quasi ambient di The Ramble abbiamo infatti soli sei brani cantautorali veri e propri. “An Overview On Phenomenal Nature” resta però davvero interessante nei suoi passaggi migliori e merita almeno un ascolto.

Voto finale: 7,5.

The Weather Station, “Ignorance”

ignorance

Il quinto album della cantautrice Tamara Lindeman, meglio conosciuta come leader del progetto The Weather Station, è una decisa svolta verso territori art pop. Se originariamente la si poteva inquadrare nel folk tipico dei cantautori anni ’60, “Ignorance” ricorda i CD recenti di Weyes Blood e Sharon Van Etten, con un tocco jazz in alcuni brani che arricchisce ulteriormente la ricetta.

Il brano migliore è l’iniziale Robber, un inno anticapitalista che è una lenta progressione verso il raffinato jazz della coda strumentale. Ora che The Weather Station si è arricchita di una band al completo a supportarla (chitarra, basso, sassofono e ben due percussionisti), la differenza rispetto ai minimali CD degli esordi è notevole. Anche Atlantic, la seconda canzone in scaletta, è uno dei migliori esempi di questo nuovo stile di Tamara Lindeman.

Nella seconda parte del lavoro la qualità sembra calare leggermente, a causa di pezzi più prevedibili come Loss e Separated, ma i risultati complessivi restano più che buoni. Da evidenziare anche alcuni passaggi lirici di “Ignorance”: il tema portante (come anche il nome del progetto anticipa) è il cambiamento climatico e l’ignoranza che pervade molti su un tema considerato da Lindeman ineludibile per i prossimi anni. In Atlantic il verso “I should really know better than to read the headlines” è emblematico e nella stessa canzone abbiamo anche “My god, I thought, ‘What a sunset.’”, davvero poetico. È poi interessante l’uso della voce di Lindeman: mai alta nel mix, piuttosto quasi uno strumento come gli altri.

In generale, dunque, “Ignorance” musicalmente non introduce nulla di radicale nel mondo del pop più raffinato. The Weather Station ha prodotto un LP che ricorda quasi uno dei recenti album dei Destroyer, un pop raffinato e sontuoso a tratti, arricchito da liriche spesso acute. Che sia la svolta per Tamara Lindeman? Attendiamo il suo prossimo lavoro per una valutazione più precisa.

Voto finale: 7,5.

Weezer, “OK Human”

ok human

Dopo un 2019 da molti salutato come il peggior anno della ormai lunga carriera dei Weezer, che ha visto l’uscita dei mediocri “Weezer (Teal Album)” e “Weezer (Black Album)”, seguito dal 2020 che tutti conosciamo, Rivers Cuomo & co. hanno in mente un 2021 ricco di sorprese: due CD in uscita, il qui presente “OK Human” e “Van Weezer”, e il tour più atteso dagli amanti del pop-punk, l’Hella Mega Tour in compagnia di Green Day e Fall Out Boy.

La partenza del 2021 è in realtà una boccata d’ossigeno per una band sempre in bilico fra grandi dischi (soprattutto negli anni ’90 del secolo scorso) e flop colossali (uno su tutti: “Make Believe” del 2005). “OK Human” riecheggia ironicamente nel titolo “OK Computer” dei Radiohead (e un brano si intitola Here Comes The Rain, ricorda qualcosa?), ma in realtà i Weezer scanzonati lasciano in questo lavoro il posto a un gruppo maturo, coinvolto come tutti nei lockdown pandemici e con poca voglia di scherzare. Cuomo riecheggia i maestri pop del passato, dai Beach Boys a Serge Gainsbourg passando per Harry Nilsson, con garbo; l’uso di un’intera orchestra arricchisce la ricetta, echeggiando Elton John nei suoi momenti migliori.

I risultati, come già accennato, sono confortanti: al tredicesimo album di inediti (non contando il “Teal Album” che era una raccolta di cover), Rivers Cuomo pare aver trovato una veste che gli si addice oltre quella della rockstar piena di complessi. Pezzi come Playing My Piano e Bird With A Broken Wing sono davvero riusciti, ma in realtà la coesione e la brevità del lavoro (soli 30 minuti) tengono lontana la voglia dei Weezer di sperimentare, che spesso ha fatto deragliare lavori nati sotto una buona stella.

In ambito testuale, i Nostri non lesinano riferimenti all’attualità: Playing With My Piano contiene il verso più rilevante, “Kim Jong-Un could blow up my city, I’d never know”. È una frase che può essere presa come uno scherzo di cattivo gusto o una candida ammissione di impotenza di fronte a qualcosa di incontrollabile: per i Weezer l’unico modo di comunicare con l’esterno è un pianoforte, tanto che la realtà fa un passo indietro. Altrove abbiamo riferimenti all’uso smodato dei social media (Screens) a alla storia della musica (All My Favorite Songs), più prevedibili ma centrati considerando il mood del disco.

In conclusione, dunque, “OK Human” è il disco più convincente dei Weezer dai tempi del “White Album” del 2016: un LP coeso, ben strutturato e sincero, che farà felici i fans del gruppo più affascinati dalla vena pop di Rivers Cuomo e compagni.

Voto finale: 7,5.

Madlib, “Sound Ancestors”

sound ancestors

Il nuovo album di uno dei più leggendari producer viventi di musica hip hop (indimenticabili le sue collaborazioni col defunto MF DOOM) è un CD collaborativo con l’altrettanto stimato Four Tet, nome d’arte di Kieran Hebden. “Sound Ancestors” è un ottimo distillato dello stile dei due autori, che dimostrano una chimica non banale e assemblano un lavoro a metà fra elettronica e rap davvero interessante nelle sue parti migliori.

La gestazione di “Sound Ancestors” è stata lunga: da due anni Otis Jackson Jr. (questo il vero nome di Madlib) inviava dei beats a Four Tet, che nel corso del tempo ha rimodellato il tutto per dare origine alle tracce che compongono il disco. Non per questo però il lavoro è fin troppo elaborato; anzi, specialmente nella seconda parte del CD, i tradizionali campionamenti di Madlib, non particolarmente abbelliti e anzi grezzi, la fanno da padrone, si senta a questo proposito Latino Negro.

La frammentarietà di “Sound Ancestors”, che ammonta a 16 canzoni per 41 minuti totali, rende a volte difficile seguire le peregrinazioni di Madlib e Four Tet, ma la qualità di molte composizioni sopperisce tranquillamente: pezzi come Theme De Crabtree, ottimo inserto jazz, e la folle Loose Goose sono davvero notevoli. Altrove Hebden fa valere maggiormente la sua presenza (si senta Hopprock), mentre altri pezzi sono troppo astratti (la title track ad esempio).

In conclusione, “Sound Ancestors” è un’ulteriore dimostrazione del talento di Madlib, produttore sempre imprevedibile e degno erede del mitico J Dilla (a cui ha dedicato anche un brano del CD, Two For 2 – For Dilla). Per gli amanti dell’hip hop, il disco è davvero imperdibile; ma anche per i semplici curiosi “Sound Ancestors” è un LP che non lascerà indifferenti.

Voto finale: 7,5.

King Gizzard & The Lizard Wizard, “L.W.”

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Il nuovo album dell’infaticabile band australiana non smentisce la loro fama di collettivo sempre voglioso di sperimentare: passando dal pop quasi beatlesiano a ritmi più psichedelici, se non hard rock, “L.W.” è l’ennesima dimostrazione del talento di Stu Mackenzie e compagni.

Il CD forma un’ideale coppia col precedente “K.G.”, che flirtava addirittura con il rock mediorientale e nordafricano; questa volta i King Gizzard & The Lizard Wizard fanno una sorta di riassunto di dieci anni di attività, un po’ per ricaricare le batterie un po’ per accontentare i fans di ogni tipo, da quelli metallari a quelli più mainstream.

Rispetto al fratello “K.G.”, questo lavoro è più riuscito e riesce in maniera più convincente ad assemblare tutti i vari tipi di rock provati nel corso della carriera dai Nostri, dal garage allo psichedelico al folk. La chiusura K.G.L.W. si propone quindi come ideale chiusura del cerchio, coi suoi ritmi duri e quasi fuori posto in un LP per il resto tranquillo. I brani migliori sono Supreme Ascendancy e l’epica K.G.L.W., mentre delude un po’ Pleura.

In conclusione, i King Gizzard & The Lizard Wizard si confermano voce tanto prolifica quanto imprescindibile per gli amanti del rock più scanzonato, capaci di passare nel giro di pochi anni dal garage rock (“12 Bar Bruise”, esordio del 2012) al metal (“Infest The Rats’ Nest” del 2019), attraversando ogni altro tipo di sonorità rock, spesso con risultati davvero soddisfacenti. “L.W.” rientra in questa categoria: evidentemente il lockdown ha stimolato la creatività della band. Li aspettiamo al varco alla prossima prova, che a occhio e croce non dovrebbe tardare ad arrivare.

Voto finale: 7,5.

slowthai, “TYRON”

tyron

Il 2020 di slowthai non è stato facile: pronto a spiccare definitivamente il volo dopo l’ottimo esordio “Nothing Great About Britain” (2019), elogiato da molte pubblicazioni specializzate e da un pubblico crescente, ha subito una sorta di linciaggio pubblico a causa della sua folle apparizione agli NME Awards, in cui si è preso a male parole con la conduttrice Katherine Ryan e successivamente con una persona del pubblico, essendo necessario addirittura l’intervento delle guardie presenti per farlo sloggiare. Insomma, un fiasco totale.

Successivamente la questione si è spenta, con la stessa Ryan che ha accettato le scuse e slowthai autore di post affranti sui social network. La rabbia dovuta a questa pessima apparizione pubblica lo ha portato a rintanarsi nella sua psiche, tanto che “TYRON” è un CD decisamente più introspettivo e meno politico di “Nothing Great About Britain”.

“TYRON” è diviso in due metà, la prima più movimentata (e con i titoli tutti in maiuscolo) e la seconda più raccolta (con tracklist in minuscolo), quasi uno specchio del suo carattere, sensibile ma folle allo stesso tempo. Quasi un doppio CD racchiuso in soli 35 minuti: un rischio, che però non produce cattivi risultati. Certo, sono lontani i tempi dello slowthai scatenato di Doorman, stupenda traccia del disco precedente, ma anche in questo album gli highlights non mancano, con una maggiore qualità delle composizioni, abbastanza a sorpresa, nella parte più melodica del lavoro.

Sottolineiamo specialmente il parco ospiti: da Denzel Curry a A$AP Rocky, passando per James Blake e Skepta, slowthai ha usato il suo accresciuto successo per strappare collaborazioni con nomi importanti nel mondo hip hop. I brani migliori sono la quasi folk push e i tried, mentre delude nhs, troppo infantile. Da menzionare anche CANCELLED, con un ottimo Skepta.

Testualmente, il lavoro è ambivalente, come già accennato: da un lato troviamo lo slowthai feroce, che in CANCELLED si scaglia contro la cancel culture che sta piagando le democrazie occidentali nella loro versione più “puritana”; dall’altro abbiamo quello che elogia il servizio sanitario nazionale inglese (nhs) e rima Harry Potter con “lobster” e “vodka” (CANCELLED).

In conclusione, “TYRON” è un erede che non soffre della “sindrome da secondo disco” nei confronti di “Nothing Great About Britain”: slowthai è in forma, gli ospiti arricchiscono il lavoro e la struttura a due facce, per quanto strana e rischiosa, paga. Non male, ma sappiamo che lui può fare di meglio: lo aspettiamo in tempi più sereni e senza la pressione di dover rifarsi una reputazione.

Voto finale: 7.

Cloud Nothings, “The Shadow I Remember”

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Il nuovo album del gruppo punk-rock statunitense li trova ormai a proprio agio nel sound che li fece conoscere al pubblico grazie a lavori riusciti come “Attack On Memory” (2012) e “Here And Nowhere Else” (2014). Se l’inventiva non è il principale tratto distintivo di “The Shadow I Remember”, di certo il CD non lascia l’ascoltatore rilassato.

Destreggiandosi abilmente fra indie rock e sonorità più robuste, i Cloud Nothings hanno costruito un altro lavoro curato, con liriche frammentarie che trattano il tema della pandemia e dei lockdown necessari per sconfiggerla (o, almeno, contrastarla). I risultati, come già accennato, non sono trascendentali, ma nemmeno mediocri.

Dylan Baldi e compagni hanno abbandonato le grandi cavalcate di 8 minuti (Wasted Days) o addirittura di 10 (Dissolution), tornando verso territori più accessibili, simili a quelli percorsi da “Life Without Sound” (2017). I migliori pezzi sono Nothing Without You e Am I Something, mentre deludono The Spirit Of e Open Rain.

In generale, i Cloud Nothings sembrano aver smarrito quell’ambizione che li rendeva davvero eccitanti; “The Shadow I Remember” probabilmente non verrà ricordato da nessuno dei loro fans come il loro miglior CD. Tuttavia, non si può parlare di un cattivo disco: semplicemente, eravamo stati abituati troppo bene.

Voto finale: 6,5.

I 50 migliori album del 2020 (25-1)

Eccoci arrivati alla seconda (e più prestigiosa) puntata della lista dei 50 migliori CD del 2020. Ieri, nel capitolo precedente, abbiamo visto pezzi da 90 come Bruce Springsteen, Dua Lipa e Harry Styles; chi avrà vinto il titolo di miglior album dell’anno? Buona lettura!

25) Adrianne Lenker, “songs” / “instrumentals”

(FOLK – ROCK)

La prolificità e la consistenza dimostrate nel corso degli ultimi anni da Adrianne Lenker hanno dell’incredibile: tra 2016 e 2020 abbiamo ben sette dischi (!) in cui lei collabora o si espone in prima persona, quattro con i Big Thief (di cui due nel 2019) e tre a suo nome, di cui due nell’infausto 2020. Infausto non solo per il Coronavirus: Adrianne infatti ha anche subito la rottura col suo partner di lunga data, tanto da sentirsi in dovere di rifugiarsi in una cabina in Massachusetts (un po’ à la Bon Iver) e comporre la coppia di lavori “songs” e “instrumentals”.

Sebbene quindi i due possano apparire divisi, in realtà vanno intesi come un unico lungo LP: una prima parte contenente canzoni vere e proprie, con Adrianne e la sua chitarra in primo piano, e una seconda composta da due lunghe suite strumentali, quasi ambient a tratti. I quasi 90 minuti tuttavia non pesano e fanno capire quanto dotata sia la cantautrice americana, uno dei volti più riconoscibili e meritevoli del panorama indie, sia sul versante rock che su quello folk.

“songs” è un album nato nella sofferenza, come abbiamo intuito e come Adrianne ribadisce in varie liriche del CD; tuttavia la sensazione che ne deriva ascoltandolo è di calma e serenità, grazie a pezzi efficaci come l’incantevole anything e not a lot, just forever. Non demeritano nemmeno ingydar e dragon eyes, mentre è un po’ monotona forwards beckon rebound.

Liricamente, dicevamo, il CD contiene frasi davvero espressive, con cui Lenker dichiara tutto il rammarico per la storia finita dopo sei anni di fidanzamento: “Tell me lies, wanna see your eyes. Is it a crime to say I still need you?” (two reverse), “Your dearest fantasy is to grow a baby in me” (not a lot, just forever), “Oh emptiness! Tell me ’bout your nature, maybe I’ve been getting you wrong” (zombie girl). Come detto, però, tutta questa malinconia non intacca il carattere del lavoro, che la Nostra mantiene su binari simili al primo Bon Iver e alla Joni Mitchell degli esordi.

“instrumentals” è la coda tanto misteriosa quanto affascinante di “songs”: formato da soli due pezzi molto estesi, music for indigo e mostly chimes, ha comunque una durata di 37 minuti e una capacità di evocare luoghi e sensazioni non banale. Se la prima almeno presenta la chitarra in primo piano, mostly chimes è invece un pezzo ambient puro e semplice, che pare voler fare scomparire del tutto la figura di Adrianne Lenker, riuscendoci peraltro in pieno.

Accostare Joni Mitchell così come Leonard Cohen e Bob Dylan a Lenker inizia a non essere un affronto; nulla di male, anzi. Adrianne, sia da frontwoman dei Big Thief che solista, ha trovato una sua preziosa dimensione, fatta di canzoni raffinate, semplici ma mai scontate e testi fantastici. “songs” e “instrumentals” sono la dimostrazione ulteriore che siamo di fronte ad un talento straordinario, che merita ogni riconoscimento.

24) Phoebe Bridgers, “Punisher”

(ROCK – FOLK)

Nel mondo del folk Phoebe Bridgers è conosciuta come un talento cristallino, capace di trovare una propria dimensione sia come artista in proprio (fin dal suo esordio “Stranger In The Alps” del 2017) che come collaboratrice, sia nelle boygenius (assieme a Lucy Dacus e Julien Baker) che nei Better Oblivion Community Centre (con Conor Oberst).

Tutto questo sottolinea la grande prolificità della Nostra: fra 2017 e 2020 ha infatti collaborato attivamente a quattro fra dischi ed EP, producendo inoltre i lavori più recenti di Blake Mills e Christian Lee Hutson. L’iperattività di Phoebe non è tuttavia mai andata a scapito della qualità: evolvendo progressivamente rispetto al timido esordio, la Bridgers ha infatti costruito un proprio universo, fatto di candida sincerità e melodie avvolgenti, sbocciando pienamente in “Punisher”.

La breve DVD Menu vale da introduzione alla prima vera perla del CD, quella Garden Song non a caso scelta come singolo di lancio, gran pezzo folk. Segue a ruota la seconda meraviglia, Kyoto: un brano indie rock degno dei migliori Deerhunter, impreziosito dalla delicata voce di Phoebe. La cantautrice statunitense decide poi di rallentare i ritmi, tornando alla lentezza di “Stranger In The Alps”, per poi accelerare di nuovo nell’ottima Chinese Satellite.

La seconda parte di “Punisher” mantiene questa struttura a due facce, creando un LP variegato ma mai troppo slegato. Le liriche, poi, fungono da perfetto complemento: il candore di Phoebe Bridgers è cosa nota, qui si arricchisce di dediche al defunto maestro Elliott Smith (la title track) e riferimenti più o meno velati e ironici alla fine del mondo (“Yeah, I guess the end is here” canta in I Know The End, che chiude epicamente il CD).

“Punisher” è quindi un CD tutto da gustare, in cui Phoebe Bridgers mette in mostra tutto il suo talento, aiutata anche dalla collaborazione degli storici amici boygenius e Conor Oberst e mostrando una maturità compositiva che pare pienamente raggiunta.

23) Neil Young, “Homegrown”

(FOLK – ROCK)

Il 19 giugno 2020 resterà impresso nella memoria degli amanti del rock classico per lungo tempo: quel giorno sono infatti usciti i nuovi dischi di due leggende come Bob Dylan e Neil Young. “Homegrown” è in realtà uno dei tanti “dischi perduti” del cantautore canadese: registrato originariamente nel 1974, poi scartato in favore del più tenebroso “Tonight’s The Night” (1975), il CD è un’ottima dimostrazione che, negli anni ’70 del XX secolo, gli scarti di Young sarebbero stati oro per il 90% dei suoi colleghi musicisti.

Il lavoro riprende il familiare folk-rock del Nostro, con delicati intarsi di country e addirittura una parte spoken word (Florida). Le canzoni sono brevi, addirittura Mexico non arriva a 2 minuti, come del resto il disco che dura a malapena 35 minuti. Questo da un lato favorisce l’ascolto, dall’altro ci fa desiderare di più, data l’efficacia della maggior parte dei brani.

La title track, con la sua chitarra in evidenza, è una perla e probabilmente uno dei brani più belli del Neil Young post 2000. Da menzionare anche la più mossa Vacancy. Ma nulla in realtà è superfluo, creando un’atmosfera rilassata malgrado a volte le liriche siano piuttosto tetre.

Ad esempio, Florida narra la storia immaginaria di Young che salva un bambino dopo un incidente mortale per i genitori del bimbo; invece White Lines contiene la criptica lirica “That old white line is a friend of mine”, riferimento forse alla cocaina? È chiaro che il cantautore si mette a nudo, fatto evidenziato anche dalla delicata Try, in cui Neil canta “Darlin’, the door is open to my heart, and I’ve been hoping that you won’t be the one to struggle with the key”, chiaro riferimento alla storia d’amore appena terminata con l’attrice Carrie Snodgress.

“Homegrown” è un CD imperdibile non solo per i collezionisti e per i fans duri e puri di Neil Young; è un lavoro consigliato a tutti gli amanti della musica rock, passata e presente. Anche più di “Hitchhiker” (2017), altro LP perduto da tempo di Neil Young recentemente riemerso, è una testimonianza del talento immenso di uno dei più grandi cantautori degli ultimi 50 anni.

22) Moodymann, “TAKEN AWAY”

(ELETTRONICA)

Il nono disco di Moodymann, leggenda della scena house americana, è un’altra aggiunta di valore ad una discografia sempre più ragguardevole. “TAKEN AWAY” arriva solo un anno dopo “SINNER” e anch’esso non è stato inizialmente condiviso sulle principali piattaforme di streaming (mentre “SINNER” è da qualche mese disponibile, “TAKEN AWAY” tuttora non lo è), ma solo sul profilo Bandcamp dell’artista. Scelta inconsueta per molti, non per Kenny Dixon Jr. (questo il vero nome di Moodymann), DJ sempre misterioso, tornato sulle scene nel 2014 dopo dieci anni di strana assenza.

“TAKEN AWAY” non è un titolo casuale: Moodymann infatti l’anno passato è stato vittima di una violenza a cui ormai siamo abituati da parte della polizia americana, che l’ha portato in cella e minacciato con le pistole puntate a seguito di “comportamenti sospetti”. L’episodio ha legittimamente scosso Dixon, che intitolando il nuovo lavoro “TAKEN AWAY” (ovvero “portato via”) e scegliendo basi meno funky del solito, a volte davvero cupe, ha impresso un tono decisamente più cupo del solito al CD.

Ne sentiamo echi in alcune parti testuali, ad esempio in Let Me In Moodymann canta “You’ve never been a good soul to anyone, especially me”; in Slow Down avvertiamo improvvisamente delle sirene di polizia arrivare minacciose, per poi dissolversi. Le sirene tornano anche nella title track, allegra ma allo stesso tempo pervasa da una malinconia, quasi un senso di inquietudine che rende “TAKEN AWAY” il disco più cupo a firma Moodymann.

Kenny Dixon Jr. si conferma una volta di più maestro dell’elettronica, capace di scrivere canzoni profonde ma mai monotone e anzi con alto replay value, prova ne siano le affascinanti Let Me Show You Love e Taken Away. Unica nota stonata è I’m Already Hi, ma il bilancio dell’album resta positivo. “TAKEN AWAY” è uno dei migliori LP di musica elettronica dell’anno, un risultato non scontato per un musicista che fa ballare le folle da ormai tre decadi.

21) Lianne La Havas, “Lianne La Havas”

(POP – SOUL – R&B)

Il terzo album della fascinosa cantante inglese è il suo lavoro più sicuro e convincente. Fin dal titolo il taglio è decisamente personale: “Lianne La Havas” è infatti un CD che tratta temi molto intimi per la Nostra, soprattutto la separazione dal suo partner di Los Angeles (esemplare Please Don’t Make Me Cry). Tuttavia, le melodie non disegnano paesaggi desolati: Lianne infatti mantiene un delicato equilibrio fra soul, R&B e folk che rende il disco imperdibile per gli amanti della musica più rasserenante ma non per questo “leggerina”.

Il lavoro arriva ben cinque anni dopo il precedente “Blood”, un periodo di tempo in cui molti pubblicano due/tre CD di inediti: Lianne ha deciso di riflettere attentamente sulla mossa successiva al CD che l’aveva definitivamente consacrata, tanto da metterla nell’orbita di un certo Prince, che era rimasto affascinato dalla sua bravura alla chitarra e dalla bella voce di Lianne. “Lianne La Havas” prosegue il percorso intrapreso, ma lo aggiorna con melodie più raccolte (trova spazio anche un’efficace cover di Weird Fishes dei Radiohead).

Nessun brano è davvero inefficace, solo il breve Out Of Your Mind (Interlude) è superfluo e rovina parzialmente il ritmo e la coesione del disco. Spiccano invece Paper Thin e la complessa Sour Flower, che riportano alla mente i migliori momenti di “A Seat At The Table” (2016) di Solange Knowles, la sorellina di Beyoncé, solo con minore attenzione alla politica e maggiore introspezione.

Lianne La Havas era un nome chiacchierato nella scena pop inglese; accanto alla bella voce e al fascino personale, infatti, la cantautrice sa sfoderare canzoni subito accattivanti e che migliorano ad ogni ascolto. “Lianne La Havas” è il compimento di un percorso di crescita personale sempre più intrigante, che ci fa sperare di aver trovato una grande interprete nel mondo soul/R&B.

20) The Microphones, “Microphones In 2020”

(FOLK)

Il nuovo disco di Phil Elverum resuscita l’alias che lo lanciò ormai più di venti anni fa: i The Microphones, in realtà sempre un progetto solista come il successivo Mount Eerie. “Microphones In 2020” è il ritorno più che benvenuto di uno dei progetti più amati dell’indie anni ’00: Phil analizza nell’unica lunga canzone (oltre 45 minuti!) molta parte della sua vita, soprattutto la sua gioventù, anche se non mancano riferimenti più recenti ai tragici eventi che l’hanno colpito negli scorsi anni.

Elverum si conferma musicista di grande talento: la traccia si regge infatti su degli accordi di chitarra acustica molto semplici, solo occasionalmente intervengono altri strumenti come il basso e la chitarra elettrica. Nondimeno, non ci sono momenti persi o monotoni, forse solamente la lunga intro poteva essere accorciata. Pertanto, possiamo dire che “Microphones In 2020” certamente non rovina l’eredità del progetto, anzi l’arricchisce di un capitolo inaspettato ma non superfluo.

L’aspetto lirico, come spesso nei CD a firma Phil Elverum, è fondamentale. Laddove i lavori più recenti del cantautore americano si concentrano su dettagli della vita quotidiana, spesso drammatici a seguito della morte della moglie Geneviève Castrée nel 2016, i The Microphones avevano sempre posto lo sguardo sulla natura, addirittura sul cosmo. In un certo senso “Microphones In 2020” fonde queste due estetiche, con Phil che rievoca episodi lontani nel tempo ma anche alcuni accaduti pochi anni fa, non disdegnando però le domande “generali” sul senso della vita.

Di seguito ecco alcuni dei momenti più delicati o, alternativamente, inquisitori: “Conceptual emptiness was cool to talk about back before I knew my way around these hospitals” è un amaro rimando al periodo più drammatico della vita di Elverum; “Every song I’ve ever sung is about the same thing: standing on the ground looking around, basically” è invece un’analisi onesta della sua estetica; “We’d go up on the roof at night and actually contemplate the moon… My friends and I trying to blow each others’ minds just lying there gazing, young and ridiculous” è infine un’immagine felice presa dalla sua gioventù. Il verso più bello è tuttavia contenuto nella parte finale del componimento, quasi un manifesto poetico: “I’m still standing in the weather looking for meaning in the giant meaningless days of love and loss repeatedly waterfalling down and the sun relentlessly rises still”.

In conclusione, per tutti i fans dei The Microphones il lavoro è imperdibile: pur essendo composto da un’unica lunga traccia, infatti, “Microphones In 2020” è un’ulteriore dimostrazione delle qualità di Phil Elverum, un autore per cui prolificità e bellezza vanno di pari passo. Non sono molti quelli di cui possiamo dire lo stesso.

19) Taylor Swift, “folklore” / “evermore”

(FOLK – POP)

Il nuovo CD della popstar statunitense è una svolta radicale in una carriera sempre più interessante. Taylor Swift, la fidanzatina d’America, partita dal country e arrivata al pop da stadio, svolta verso il folk à la Bon Iver, con tocchi di Lana Del Rey e Phoebe Bridgers che non pensavamo potessero adattarsi all’estetica tutta lustrini messa in evidenza in “reputation” (2017) e “Lover” (2019).

“folklore” arriva solo un anno dopo “Lover” e senza alcuna campagna di marketing da parte di Taylor: decisamente insolito per una delle stelle più brillanti della scena pop. Altra mossa sorprendente è la collaborazione con alcuni capisaldi dell’indie, autori del calibro di Bon Iver e Aaron Dessner (The National). I risultati non piaceranno ai fans più pop di Taylor, ma ampliano notevolmente la palette sonora della cantautrice e le faranno guadagnare il rispetto anche del pubblico più “esigente”.

Non tutto è perfetto in “folklore”, va detto: le 16 canzoni alla lunga diventano ripetitive e alcune (come seven) sono puro riempitivo. Ecco, se avessimo di fronte un lavoro da 12 pezzi e 50 minuti saremmo senza dubbio di fronte al CD perfetto di Taylor Swift. Così invece il verdetto è sospeso: ci sarà chi preferirà il country-pop di “Red” (2012), chi la definitiva svolta mainstream di “1989” (2014), ma senza dubbio parleremo di “folklore” ancora per anni a venire.

Liricamente, in passato il centro di più o meno tutte le canzoni di Taylor era stato… sé stessa. Adesso invece la sua fantasia ha piena libertà: in the last great american dinasty si cita Rebekah Harkness e la dinastia dei Rockefeller, monopolisti del settore petrolifero nei primi anni del XX secolo. betty invece narra, dalla parte del maschio, la storia d’amore fra James e Betty, con il primo che ha tradito la seconda ma è sicuro di poterla riconquistare. Va notato che Betty era presente anche in cardigan, fra le migliori canzoni del CD.

Altri highlights sono la delicata mirrorball e august, mentre verso il finale, come già accennato, le melodie cominciano ad essere ripetitive. Ne sono esempi illicit affairs e invisible string.

In generale, però, il lavoro brilla grazie all’abbraccio totale che Swift fa dell’estetica indie di Bon Iver e Dessner; il famoso produttore Jack Antonoff, contrariamente al passato, ha infatti spazio solo marginalmente. “folklore” quindi ci fa riflettere su un mondo alternativo, in cui Taylor avrebbe continuato nel percorso country-folk solo occasionalmente pop e sarebbe diventata la stella crossover perfetta. La carriera della Nostra è stata invece contraddistinta da un clamoroso successo, tutto sommato meritato; e se però “folklore” fosse il suo CD più riuscito? Il dibattito è aperto.

La sfida proviene incredibilmente lanciata solo alcuni mesi dopo da Taylor stessa: “evermore” è infatti il titolo del secondo CD del 2020 della popstar. Le atmosfere sono molto simili a “folklore”, il nuovo lavoro dal canto suo contiene forse melodie più pop e direttamente accessibili (si sentano la deliziosa willow e long story short).

Le 15 canzoni che compongono “evermore” sono coese fra loro, non ci sono veri passi falsi, forse solo cowboy like me è inferiore alla media, ma i risultati sono ancora una volta eccellenti. Se consideriamo che questo è il terzo album di Taylor Swift nel corso di soli 18 mesi, capiamo che siamo di fronte ad un periodo di creatività incredibile, paragonabile (sperando di evitare scomuniche dai fans più accaniti) al David Bowie del 1977 e al Prince del 1987.

Chiudiamo la nostra analisi con il parco ospiti di “evermore”: accanto a Vernon e Dessner, già dimostratisi ottimi collaboratori in “folklore”, abbiamo anche Matt Berninger e le HAIM, rispettivamente nella raccolta coney island e nella quasi country no body, no crime.

Questi due CD non solo sono ad oggi la vetta della produzione di Taylor Swift, sono anche una rivoluzione nelle tecniche di marketing: in passato i dischi venivano lanciati da lunghe campagne marketing, interviste e singoli. Il fatto che entrambi invece siano giunti al numero 1 delle charts di molti Paesi senza alcun battage pubblicitario fa capire che, in tempi di Covid, anche la musica è stata sfidata nelle sue convinzioni più radicate.

18) The Strokes, “The New Abnormal”

(ROCK)

Il primo album in sette anni (!) degli Strokes, non contando il brevissimo EP “Future Present Past” del 2016, è il più convincente CD del celebre gruppo newyorkese dall’ormai lontano “Room On Fire” (2003). Gli Strokes sembrano infatti nuovamente motivati come ai bei tempi, dopo una decade 2010-2019 davvero travagliata.

Julian Casablancas e soci paiono davvero divertirsi nel corso delle nove tracce di “The New Abnormal”: al solito indie rock smaliziato (Bad Decisions) si affiancano canzoni dove la batteria di Fabrizio Moretti è addirittura assente (At The Door), oltre a brani molto anni ’80, pieni di synth e in salsa new wave (Brooklyn Bridge To Chorus, Eternal Summer). Sono evidenti le influenze sperimentate ultimamente da Casablancas nel suo progetto parallelo, i Voidz, ma tutti e cinque gli appartenenti agli Strokes sembrano motivati a tornare ai loro livelli migliori, da troppo tempo lontani.

L’ambizione del lavoro è evidente da vari fattori: la copertina di Basquiat è un deciso cambiamento rispetto al passato minimale in fatto di cover del gruppo; la tracklist compatta nel numero ma non nella struttura delle canzoni (che spesso superano i 5 minuti); il falsetto di Casablancas ancora più presente che in passato… in più aggiungiamo dei singoli di lancio (specialmente Bad Decisions) davvero intriganti. Mettiamo Rick Rubin alla produzione e il quadro è ancora più eccitante.

Già probabilmente lo sapevamo, ma “The New Abnormal” ne è un’ulteriore dimostrazione: quando i ragazzi sono davvero concentrati sanno produrre CD sempre interessanti. Così era, ovviamente, per il classico “Is This It” (2001) e per “Room On Fire”, ma anche il controverso “Angles” (2011) aveva momenti di indubbia grandezza (Under Cover Of Darkness su tutti). Solo in “Comedown Machine” (2013) gli Strokes erano davvero sembrati allo stremo.

“The New Abnormal” potrebbe essere l’inizio della rinascita della band così come la lettera d’addio ai fans vecchi e nuovi; in ogni caso godiamoci il miglior LP del complesso statunitense negli ultimi 15 anni, pieno di novità e sorprendentemente coeso malgrado la varietà di suoni rinvenibili nel corso del CD. Complimenti, Casablancas e soci: non pensavamo di dire “che gran disco degli Strokes!” in questi anni bui per la band, ma una bella sorpresa in tempi di Coronavirus del resto era necessaria.

17) Soccer Mommy, “color theory”

(ROCK)

Il secondo album della cantautrice originaria di Nashville Sophie Allison, in arte Soccer Mommy, è un ottimo passo avanti in una discografia che era cominciata col botto. “Clean” (2018) infatti aveva colpito pubblico e critica (aveva anche fatto parte di una rubrica Rising di A-Rock) per la sua disarmante sincerità e per testi sempre diretti, in cui Sophie addirittura immaginava di mangiare i propri ex partner (Cool) e in cui declamava fiera “I don’t wanna be your fucking dog” (Your Dog).

Il percorso intrapreso nel precedente lavoro, un indie rock intervallato da brani più lenti, non viene abbandonato in “color theory”; piuttosto notiamo una crescita nella composizione e, allo stesso tempo, la perdita di quell’effetto sorpresa che aveva reso “Clean” così toccante. Il lavoro non è malvagio, anzi sono più gli alti dei bassi, ma la prossima volta sarà lecito attendersi più sperimentalismo da Sophie.

Il CD inizia molto bene: bloodstream è un ottimo pezzo indie rock, capace di una progressione potente che fa culminare il brano nel bellissimo finale. Invece royal screw up è più debole e sa di già sentito. Molto belle poi crawling in my skin e la breve up the walls. Colpisce poi un aspetto nella struttura complessiva del disco: molte canzoni superano i 4 minuti, addirittura yellow is the color of her eyes arriva a 7, testimonianza di una creatività mai doma.

Il tema dominante del lavoro è, già dal titolo, come i colori possono essere collegati alle sensazioni che tutti noi proviamo. Soccer Mommy presenta tre colori per tre corrispondenti emozioni: blu=depressione, giallo=dolore, grigio=mortalità. “color theory” vaga fra queste tre percezioni dell’animo non perdendo mai il filo della narrazione e delineando il profilo di una narratrice depressa, conscia che la vita è caratterizzata da momenti belli e altri brutti, ma merita di essere vissuta fino in fondo. Ne sono esempi “I am the problem for me, now and always” (royal screw up) e “Standing in the living room talking as you’re staring at your phone… it’s a cold I’ve known” (nightswimming).

“color theory” è il lavoro più maturo a firma Soccer Mommy, un nome ormai riconosciuto nel mondo indie e sinonimo di qualità e testi candidi. Sophie Allison ha già compiuto passi da gigante nella sua maturazione come artista e come donna, manca solo un ultimo step per comporre quello che potrebbe essere il suo LP definitivo.

16) Gorillaz, “Song Machine, Season One: Strange Timez”

(POP – ELETTRONICA – HIP HOP)

I Gorillaz sono la creatura più eccentrica nello sterminato canzoniere di Damon Albarn, già noto come frontman dei Blur e dei The Good, The Bad & The Queen, oltre che apprezzato solista. Mescolando hip hop, elettronica e pop, i Gorillaz sono entrati nel cuore del pubblico grazie a singoli perfetti come Clint Eastwood, Feel Good Inc. e On Melancholy Hill. Non sempre però, considerando gli album nella loro interezza, la band animata aveva mantenuto le attese: “The Fall” (2010), “Humanz” (2017) e “The Now Now” (2018) ad esempio sono CD controversi anche per i fans più accaniti. Non sempre quindi abbiamo perle come “Demon Days” (2005) e “Plastic Beach” (2010).

Un’altra particolarità dei Gorillaz, più o meno amata, è quella di infarcire i loro dischi con grandi ospiti, spesso in quantità eccessiva: basti pensare che in “Humanz” avevamo Vince Staples, Mavis Staples, Popcaan, Danny Brown, Kali Uchis e Pusha T, solo per citarne alcuni! Non sempre era quindi rintracciabile un tratto comune fra personaggi tanto distanti musicalmente. Beh, questo non è il caso di “Song Machine, Season One: Strange Timez”.

I Gorillaz peraltro ampliano ancora di più la lista di collaboratori in questo bel lavoro, aggiungendo Elton John, Robert Smith (The Cure), Beck, St. Vincent, slowthai e Kano, fra gli altri. Insomma, il gotha del mondo hip hop, pop e rock; nella edizione deluxe contiamo fra gli altri anche JPEGMAFIA, Skepta e il compianto Tony Allen. La cosa che colpisce però è la coesione del lavoro, capace di muoversi in equilibrio fra hip hop e pop senza mai deragliare, con singoli riusciti e l’intrinseca stranezza dei Gorillaz a fare da collante.

Il progetto “Song Machine” pareva partito come una serie di EP, contenenti pezzi azzeccati accanto a brevi intermezzi, e pareva improbabile che Albarn & co. decidessero di compilare un album intero di singoli che già da mesi erano stati pubblicati. Invece la scelta si è rivelata felice: gli highlights Strange Timez e Momentary Bliss stanno benissimo accanto alla ballata The Pink Phantom (con un grande Elton John) e a The Valley Of The Pagans, che ospita un Beck in ottima forma.

In generale, “Song Machine, Season One: Strange Timez” è probabilmente il CD più solido dei Gorillaz dai tempi di “Plastic Beach”: Damon Albarn ha dimostrato una volta di più il suo sconfinato talento ed eclettismo, creando un prodotto che piacerà a molti, divertente e mai prevedibile. È proprio quello che ci vuole, in un 2020 quanto mai desolante.

15) Special Interest, “The Passion Of”

(PUNK – ELETTRONICA)

Il quartetto americano, formato rispettivamente da Alli Logout (voce), Maria Elena (chitarra), Nathan Cassiani (basso) e Ruth Mascelli (batteria e tastiere), al secondo album dopo “Spiraling” (2018) ha trovato la formula vincente. Mescolando abilmente musica industrial, elettronica e punk, gli Special Interest hanno creato un ibrido incredibile che richiama sì la no wave anni ’80, ma aggiornata ai giorni nostri grazie alle tematiche attuali affrontate nei testi degli undici pezzi che compongono “The Passion Of”.

Dopo la breve intro Drama, il CD decolla subito grazie all’energia di Disco III (erede di Disco e Disco II contenute in “Spiraling”): un concentrato del miglior punk, con inserti techno potenti e tremendamente efficaci. Il vero manifesto della band tuttavia è l’ottima All Tomorrow’s Carry: uno dei migliori pezzi dell’anno, grazie alla potente voce di Alli Logout e a una base ritmica efficacissima. Il disco, come già detto, contiene anche melodie puramente elettroniche, prova ne sia Passion, che pare di Four Tet.

Questa fusione fra ritmi danzerecci e punk feroce fa di “The Passion Of” un album veramente unico, che fa capire come il rock largamente inteso non sia morto, con il punk soprattutto particolarmente vivo (basti ricordare le molte band nate negli ultimi anni sia in Europa che in America). I pezzi migliori sono la già menzionata All Tomorrow’s Carry e Street Pulse Beat, ma nessuno è fuori posto, tanto che i 29 minuti del CD scorrono benissimo e il lavoro ha un altissimo replay value.

Anche liricamente “The Passion Of” è molto esplicito: Logout e co. non si fanno remore a denunciare le storture della società moderna, soprattutto a danno dei più deboli (ad esempio omosessuali e persone di colore). In Homogenized Milk Alli Logout urla “What happens when there’s nothing left to gentrify and genocide is on your side?”; All Tomorrow’s Carry è ancora più apocalittica, “I watch the city crumble, arise from the rubble” cantano gli Special Interest. Infine, abbiamo il vero proclama politico del gruppo: la chiusura del lavoro, With Love, contiene i seguenti versi: “Navigate degradation on a day to day basis, no sleep through the night… Our fathers in cages under heavy surveillance… With passion aroused we call for tomorrow the people take all”.

È la rivoluzione che gli Special Interest vogliono; un cambiamento radicale delle condizioni socioeconomiche degli Stati moderni, basati secondo loro su sopraffazione e violenza. “The Passion Of” è la perfetta colonna sonora di tutto questo: arrabbiata ma mai disperata, energica ma non dissennata. Il punk si conferma quindi genere più vivo che mai e gli Special Interest sono uno dei nomi più interessanti della scena statunitense.

14) Yves Tumor, “Heaven To A Tortured Mind”

(ROCK – SPERIMENTALE)

Il musicista di origine americana Yves Tumor, ora di base a Torino, è giunto al quarto album di inediti circondato dall’ammirazione di una larga fetta della critica più influente. Capace di mescolare abilmente ambient, musica sperimentale e rock in dischi via via più accessibili, Sean Bowie (questo il vero nome di Yves Tumor) era atteso al varco: sarebbe stato capace di allargare i propri orizzonti e, magari, anche il proprio pubblico, senza perdere la legittimità e integrità guadagnate nel passato recente?

La risposta è un sonoro sì. Pur non rinunciando alla parte più d’avanguardia della propria estetica, Yves riesce infatti a virare verso un rock con richiami agli anni ’80 (Kerosene!, a cui collabora la cantante R&B Diana Taylor) e al noise (Medicine Burn). I pezzi “commerciabili” non mancano, si senta la delicata nenia Strawberry Privilege a riguardo, a dimostrazione che Sean Bowie (dal cognome altamente evocativo) non rinuncia a piacere al grande pubblico quando ne ha la possibilità.

Rispetto al precedente “Safe In The Hands Of love” (2018), il CD è più focalizzato su un solo genere: se da un lato questo regala più coesione, dall’altro spiacerà agli amanti dei lavori più spericolati dell’artista statunitense. Spiccano particolarmente l’iniziale Gospel For A New Century e Super Stars, che avrebbero potuto essere composte da Prince o da Moses Sumney. I 12 brani (per 36 minuti) scorrono sempre bene, senza cadute di qualità, a testimonianza di un LP davvero riuscito.

In conclusione, “Heaven To A Tortured Mind” è ad oggi il disco più compiuto di Yves Tumor, un artista tanto misterioso quanto talentuoso. E se tuttavia, malgrado l’innegabile bellezza, questo lavoro non fosse ancora il manifesto definitivo di Sean Bowie? Lo scopriremo col tempo, per ora accontentiamoci di uno dei migliori lavori di rock sperimentale della nuova decade.

13) Run The Jewels, “RTJ4”

(HIP HOP)

“You so numb you watch the cops choke out a man like me until my voice goes from a shriek to whisper ‘I can’t breathe’ and you sit there in the house on couch and watch it on TV”. Basterebbe questo devastante verso, contenuto in walking in the snow, per fare di “RTJ4” un CD fondamentale del 2020. El-P e Killer Mike hanno infatti pubblicato il loro quarto lavoro come Run The Jewels nel più adatto dei momenti; del resto, però, chi avrebbe pensato che questo verso, dedicato a Eric Garner, altro caso tragico di razzismo in America, sarebbe stata la colonna sonora delle rivolte scoppiate a seguito del brutale assassinio di George Floyd?

Il duo rap più famoso d’America del resto si è fatto una reputazione per saper anticipare i tempi tramite versi sempre affilatissimi, come accadeva nei precedenti LP tutti intitolati “Run The Jewels” e poi con numeri progressivi, à la Led Zeppelin insomma. I tre CD erano stati le colonne sonore perfette per tempi difficili caratterizzati dalla crisi economica (“Run The Jewels” del 2013 e “Run The Jewels 2” del 2014) e dall’elezione di Donald Trump (“Run The Jewels 3” del 2016).

Oltre a grandi qualità liriche, tuttavia, i RTJ sono anche apprezzati per la loro innata qualità di fondere omaggi più o meno espliciti all’hip hop anni ’90 con ospiti sempre azzeccati che rendono i loro lavori sempre attuali. Ad esempio, in questo “RTJ4” El-P e Killer Mike hanno ingaggiato Josh Homme, Zack De La Rocha e Pharrell Williams: il gotha dell’hard rock e del pop, in poche parole. I risultati sono davvero strabilianti, tanto che il disco potrebbe essere il migliore della già ottima produzione dei Run The Jewels.

Già dall’inizio intuiamo che la rabbia dei RTJ non si è per nulla attenuata: yankee and the brave (ep. 4) contiene una base durissima e ottimi versi sia da parte di Killer Mike che di El-P. Lo stesso vale per la potente holy calamafuck e JU$T. Quando invece i ritmi rallentano il disco perde vigore, questo è il caso ad esempio di goonies v.s. ET. Nondimeno, “RTJ4” come già accennato resta un LP valido, per alcuni addirittura il più riuscito del duo.

I Run The Jewels si confermano al top della carriera, malgrado stiamo parlando di due rapper ormai nell’età matura (hanno entrambi 45 anni) e con una lunga carriera alle spalle. Killer Mike ed El-P potranno avere ormai superato la giovane età, ma la loro capacità di rappresentare i più deboli, specialmente in tempi così complicati, è fondamentale. Basti sentirsi la conclusiva canzone a few words for the firing squad (radiation), in cui i RTJ denunciano i mali della società in modo più efficace di pressoché tutti i politici (i buoni soppressi dai cattivi, la verità manipolata dalle fake news, le differenze di trattamento che dipendono solo dalla razza delle persone…). Bentornati, Run The Jewels.

12) Destroyer, “Have We Met”

(ROCK)

Il tredicesimo album del veterano del soft rock Dan Bejar, in arte Destroyer, è uno dei lavori più compiuti a suo nome. Se da sempre il marchio Destroyer è sinonimo di canzoni affascinanti e raffinate, con “Have We Met” Bejar continua il suo percorso nel mondo synth-pop in maniera impeccabile.

La decade 2010-2019 aveva visto Destroyer creare lavori sempre più lontani dalle sue radici folk-rock per portarsi verso lidi più raffinati, ispirati ai Roxy Music e al mondo synth degli anni ’80 (Sade su tutti). “Kaputt” (2011) era stato il picco creativo del periodo, ancora oggi annoverato fra i dischi migliori dello scorso decennio. Bejar aveva in seguito proseguito in quel percorso con i riusciti “Poison Season” (2015) e “ken” (2017), ma con ritorni inevitabilmente minori, anche commercialmente parlando.

“Have We Met” senza dubbio non è in linea coi tempi, dominati da trap e hip hop, ma soddisferà gli amanti del soft rock più nostalgico e del progetto Destroyer: pezzi come Crimson Tide, The Raven e The Man In Black’s Blues sono fin da subito standout del CD. Solo la ballata The Television Music Supervisor è fuori contesto e abbassa la media di “Have We Met”.

Proprio questa canzone però ha anche il testo più poetico forse dell’intera produzione di Dan Bejar: un produttore musicale, orami sul letto di morte, riflette sulla propria vita e sui rimorsi che ha ancora dentro di sé, lasciando però la scena irrisolta tanto che l’ultimo verso è “I can’t believe…”. Che il musicista sia spirato?

Altrove troviamo messaggi quasi politici, fatto inusuale per un CD dei Destroyer: “Just look at the world around you… actually no, don’t look!”, contenuta in The Raven, è l’esempio più chiaro. In The Man In Black’s Blues abbiamo un ritorno del Bejar più astratto: “When you’re looking for Nothing and you find Nothing, it is more beautiful than anything you ever knew”.

In conclusione, “Have We Met” è il miglior LP del progetto Destroyer dal 2011 ad oggi e conferma Dan Bejar come voce irrinunciabile del panorama rock.

11) Porridge Radio, “Every Bad”

(ROCK)

Il secondo album dei Porridge Radio è un riuscito amalgama di punk e indie rock, reso ancora più interessante dalla prova vocale a 360 gradi di Dana Margolin, capace di urli quasi heavy metal e sussurri da ballata pop che ne denotano l’elasticità canora.

Il primo LP del complesso inglese era passato quasi inosservato; la mutazione avvenuta fra “Rice, Pasta And Other Fillers” (2016) e “Every Bad” è notevole. Se prima le sonorità ispiratrici erano più virate verso l’indie pop, adesso i Porridge Radio sono diventati una rock band a tutti gli effetti. Il gruppo si va ad aggiungere ad una scena britannica davvero rigogliosa: IDLES, Shame, black midi e Fontaines D.C. sono i nomi più noti di una riscossa rock causata probabilmente, fra le altre cose, da una profonda insoddisfazione per la situazione corrente del Regno Unito e dell’Irlanda in questi ultimi anni.

L’inizio del CD ricorda quasi i Deerhunter: quando la Margolin in Born Confused ripete come un mantra “Thank you for leaving me, thank you for making me happy” per un minuto intero quasi ci torna alla mente Nothing Ever Happened. Altrove troviamo influenze più punk, dagli IDLES al Nick Cave delle origini, che creano un impasto sonoro denso ma mai fine a sé stesso.

È difficile trovare difetti in un album così ben sequenziato, lungo al punto giusto (11 brani per 41 minuti) e con continui cambi di ritmo, che lo rendono sempre imprevedibile. I pezzi migliori sono Born Confused e la più raccolta Pop Song, leggermente sotto la media (molto alta) del lavoro invece Nephews e Circling.

Abbiamo già accennato alle liriche dei Porridge Radio: in molte canzoni troviamo riferimenti personali, spesso desolati (“I’m bored to death” e “What is going on with me?” in Born Confused) e altre volte violenti (“And sometimes I am just a child, writing letters to myself, wishing out loud you were dead… and then taking it back” in Sweet). Infine però la band pare trovare pace in Lilac: “I don’t want to get bitter, I want us to get better, I want us to be kinder to ourselves and to each other”.

Questo messaggio di speranza è la degna chiusura di un CD davvero riuscito, l’ennesima bella scoperta del rock inglese. I Porridge Radio, come si dice sempre o quasi, non hanno rivoluzionato la musica; nondimeno ascoltando il disco non si può non sperare che, anche in questi tempi difficili, finisca come hanno detto loro: che tutti diventiamo migliori e più gentili con gli altri.

10) Protomartyr, “Ultimate Success Today”

(PUNK)

Il quinto CD della band punk originaria di Detroit arriva tre anni dopo “Relatives In Descent” e a due dall’intrigante EP “Consolation”. La crescita del gruppo guidato da Joe Casey è impressionante: laddove i lavori precedenti erano notevoli soprattutto dal punto di vista lirico, con Casey capace di descrivere i mali peggiori del capitalismo in maniera cruda ma mai disperata, con “Ultimate Success Today” siamo di fronte al miglior lavoro della loro discografia musicalmente.

Mentre i CD del gruppo erano spesso fin troppo elaborati e alla lunga perdevano mordente, infatti, il nuovo LP è un concentrato del miglior post-punk: ritmi aggressivi, testi arrabbiati e una sezione di fiati che arricchisce ulteriormente l’esperienza. I risultati finali ricordano i Joy Division, a tratti i The Fall: insomma il meglio del movimento nato nei tardi anni ’70.

Fin dai primi due brani, i bellissimi Day Without End e Processed By The Boys, abbiamo ben chiari i tratti dominanti del lavoro; ma il resto delle dieci tracce che compongono “Ultimate Success Today” non è da meno. Spiccano soprattutto June 21 e Worm In Heaven, mentre è un po’ sotto la media Bridge & Crown.

Liricamente inoltre, come già accennato, il disco è molto profondo: Joe Casey si chiede in Processed By The Boys se l’Apocalisse sarà “a foreign disease washed upon the beach” oppure verrà da rivolte per strada. Nel pezzo conclusivo, la devastante Worm In Heaven, Casey rimpiange il suo passato: “Remember me, how I lived. I was frightened, always frightened” per poi proclamare “I wish you well, I do. May you find peace in this world; and when it’s over dissolve without pain”.

I Protomartyr hanno ormai una fanbase leale e in crescita, ma pochi avrebbero previsto questa evoluzione per una band sì impegnata, ma anche spesso imperfetta musicalmente. “Ultimate Success Today” è, in poche parole, uno dei migliori album punk dell’anno.

9) A.A.L. (Against All Logic), “2017-2019”

(ELETTRONICA)

Uno dei tanti alias del celebre musicista cileno Nicolas Jaar ci fa capire, ancora una volta, che siamo di fronte ad un talento unico nel circuito della musica elettronica mondiale. Unendo i suoi istinti più sperimentali con la sua solita attenzione alla melodia, Jaar con questo LP sembra anticipare musica sempre più visionaria.

Il CD non ricalca in realtà le atmosfere house dell’illustre predecessore: Jaar infatti introduce elementi industrial nel sound del suo progetto, creando un prodotto meno caldo ma non meno intrigante. L’inizio di Fantasy è in effetti diverso dalle canzoni house di “2012-2017”, ma la canzone entra sottopelle con facilità. Idem per la seguente If Loving You Is Wrong, più accogliente. Una novità rilevante e benvenuta è la brevità del lavoro: 9 canzoni per 45 minuti sono decisamente più digeribili dei 66 minuti di “2012-2017”.

In poche parole, Nicolas Jaar si conferma punto fermo della scena elettronica mondiale: dall’elettronica minimal, quasi ambient di “Space Is Only Noise” (2011) passando per il progetto “Darkside” (2013) con Dave Harrington, caratterizzato da atmosfere più rock, arrivando fino a “Sirens” (2016) e i due CD di A.A.L. (Against All Logic), il musicista cileno non ha mai fallito un appuntamento.

8) The 1975, “Notes On A Conditional Form”

(ELETTRONICA – POP – ROCK)

Analizzare imparzialmente un nuovo album dei The 1975, il gruppo inglese capitanato dal vulcanico Matty Healy, è sempre più difficile. Il nuovo album infatti, “Notes On A Conditional Form”, è la somma di tutto ciò per cui sono amati e di quello per cui l’esercito dei loro haters è così nutrito: 22 canzoni (!), 80 minuti di durata complessiva (!!), generi che vanno dalla classica al punk, passando per country ed elettronica (!!!)… Insomma, il CD più divisivo mai prodotto dalla band fino ad oggi.

Il periodo antecedente all’uscita del lungo lavoro è stato influenzato da numerosi rinvii, basti pensare che inizialmente il CD doveva arrivare nel maggio 2019. Successive pianificazioni avevano proposto ottobre 2019, poi febbraio 2020, aprile 2020 e infine il 22 maggio, data in cui “Notes On A Conditional Form” è finalmente stato pubblicato. Come sempre inoltre numerosi i single estratti, ben otto dei 22 pezzi complessivi sono infatti stati prescelti. Insomma, un processo decisamente frastagliato.

“Notes On A Conditional Form” conclude l’era della “Music For Cars”, che Matty Healy e compagni hanno detto comprendere i loro primi CD ed EP fino appunto a quest’ultimo. Per questo e mille altri motivi il disco era attesissimo da pubblico e critica: anticipato da singoli di successo come Me & You Together Song e If You’re Too Shy (Let Me Know), oltre al fatto di contenere ospiti di spessore (da Phoebe Bridgers a FKA Twigs), il lavoro pareva destinato a riscuotere consensi unanimi.

Non è così, per una ragione ben precisa: i The 1975 questa volta hanno davvero corso rischi inauditi. Piazzare vicino nella tracklist il punk potente di People con The End (Music For Cars), che pare estratta da una colonna sonora di Ennio Morricone, così come un brano quantomeno bizzarro come Shiny Collarbone con la brillante If You’re Too Shy (Let Me Know), sono scelte sconsiderate per qualunque artista. Con i The 1975 del resto vale l’assunto che passare da un genere al suo opposto nello spazio di due canzoni sia lecito, anzi incentivato; mentre però nel precedente “A Brief Inquiry Into Online Relationships” (2018) il complesso britannico aveva trovato un’unità tematica e stilistica miracolosa, tanto da essere premiato come album dell’anno da A-Rock, in “Notes On A Conditional Form” i The 1975 non riescono nell’impresa. Ed è davvero un peccato, perché il CD contiene alcune delle canzoni più belle e toccanti mai composte da quel genio folle che è Matty Healy.

Tuttavia, ad A-Rock siamo convinti che “Notes On A Conditional Form” volesse raggiungere proprio questo scopo: dividere. I The 1975 hanno infatti il merito di fare esattamente quello che passa loro per la testa, senza preoccuparsi delle reazioni del pubblico distratto e della critica. Del resto, i loro passati successi (da Chocolate a Sex, passando per Somebody Else, She’s American, The Sound e Love It If We Made It) sono incentrate su un sound pop-rock anni ’80 tanto suadente quanto aggiornato ai giorni nostri, tale da far chiedere: ma perché non realizzano un disco di 10-12 canzoni ispirato a Duran Duran e Cure, così da conquistare anche i critici più severi e il pubblico più conservatore? Domande legittime, a cui la band ha risposto con questo LP: a loro semplicemente non interessa (ancora) ritirarsi in lidi conosciuti, la voglia di Healy e compagni di esplorare nuovi territori musicali in ogni nuovo lavoro è intatta otto anni dopo l’esordio.

È così che passiamo da pezzi già classici come People, If You’re Too Shy (Let Me Know) e Me & You Together Song a esperimenti non riusciti come Roadkill (un pezzo country decisamente moscio) e Shiny Collarbone (che vorrebbe evocare Burial ma ne pare una brutta fotocopia). Altri bei brani sono l’irresistibile Frail State Of Mind e la delicata The Birthday Party; da non sottovalutare anche la trascinante I Think There’s Something You Should Know e la conclusiva Guys, dal testo indimenticabile. Invece i brevi intervalli di Bagsy Not In Net e The End (Music For Cars) sono quantomeno mal posizionati nella tracklist.

Liricamente, come sempre Healy non risparmia frasi ad effetto: cominciando fin dall’apertura di The 1975, affidata a Greta Thunberg, il CD manifesta propositi di alto livello, ulteriormente suffragati dalla successiva People, che invita i giovani a svegliarsi (il ritornello “Wake up! Wake up! Wake up!” è già nella testa di tutti). Altrove abbiamo una dedica super romantica dedicata da Healy agli altri membri dei The 1975 (Guys) così come una critica dell’atteggiamento americano verso l’omosessualità (Jesus Christ 2005 God Bless America) e la paura della pandemia (“Go outside? Seems unlikely” in Frail State Of Mind).

Il CD, si sarà intuito, richiede molteplici ascolti prima di essere apprezzato (o odiato) con un’opinione chiara e indiscutibile. “Notes On A Conditional Form” è un album sospeso già nel titolo: la scaletta pare fatta apposta per essere controversa oppure per essere interpretata più come una playlist che un vero e proprio disco. I risultati, come già accennato, non sono univoci, ma i The 1975 denotano una tale etica del lavoro e un tanto sorprendente desiderio di sperimentare che non ci può non far riflettere. Se “A Brief Inquiry Into Online Relationships” era dai fan adoranti considerato il loro “OK Computer”, questo LP non è sicuramente il loro “Kid A”. “Notes On A Conditional Form” pare anzi un modo per chiudere un’epoca e fare piazza pulita, lasciando spazio in futuro per ulteriori esperimenti. Che il loro “Kid A” sia solo stato posticipato? Non ci resta che attendere, fiduciosi che Matty Healy e compagni non hanno terminato la voglia di stupirci.

7) The Weeknd, “After Hours”

(POP – R&B)

Il quarto album ufficiale di The Weeknd, non contando quindi i tre formidabili mixtape del 2011 e il breve EP “My Dear Melancholy,” del 2018, è uno dei suoi CD più compiuti. Riuscendo infatti a legare l’estetica pop scoperta recentemente con le origini dark del progetto The Weeknd, Abel Tesfaye riesce a creare un prodotto variegato ma coeso e ben sequenziato, grazie anche ai produttori eccellenti che lo affiancano nel corso del disco.

I singoli offerti al pubblico per lanciare “After Hours” erano accattivanti: Blinding Lights è un’istantanea hit, così come la quasi trap Heartless; invece la title track richiama chiaramente le atmosfere oscure di “House Of Balloons” (2011). Si era intuito quindi che il CD sarebbe stato versatile, ma pochi forse avevano immaginato un LP così perfettamente in equilibrio fra le due anime dell’artista canadese: quella edonistica di The Weeknd e quella tormentata di Abel.

Citavamo prima i collaboratori presenti in “After Hours”: sebbene il CD non contenga featuring, alla produzione troviamo pezzi da 90 come Kevin Parker dei Tame Impala, Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never), Metro Boomin e Max Martin. Ognuno aggiunge la propria vena hip hop, R&B oppure elettronica, per creare un CD davvero dall’alto replay value.

Anche testualmente “After Hours” mostra passi avanti; se fino a “Starboy” (2016) The Weeknd era un cantante associato a notti insonni passate in discoteca e, spesso, al consumo di droga e al sesso sfrenato, raggiunti ormai i 30 anni Abel Tesfaye è diventato uomo, fragile come tutti: in Too Late lo sentiamo cantare “It’s way too late to save our souls, baby. It’s way too late, we’re on our own”, mentre in Faith emergono addirittura istinti suicidi: “But if I OD, I want you to OD right beside me. I want you to follow right behind me, I want you to hold me while I’m smiling, while I’m dying”.

In conclusione, un disco capace di passare senza problemi dal synthpop anni ’80 di Blinding Lights alla trap leggera di Heartless, passando per le atmosfere R&B di After Hours e il sax sontuoso di In Your Eyes, merita senza dubbio un voto alto. E se questo fosse addirittura il miglior LP mai creato da Abel Tesfaye in arte The Weeknd? Chapeau in ogni caso.

6) Tame Impala, “The Slow Rush”

(POP – ELETTRONICA – ROCK)

Cinque anni. Tanto è passato dal favoloso “Currents”, il disco che ha fatto scoprire i Tame Impala al grande pubblico, tanto da far sì che Rihanna realizzasse una cover di New Person, Same Old Mistakes. In questi cinque anni tuttavia il leader del gruppo Kevin Parker non è stato con le mani in mano: ha lavorato con giganti del pop come Beyoncé e Mark Ronson, ma anche con nomi meno noti come ZHU e Theophilus London.

Se c’è stato un tratto comune in queste collaborazioni è stato l’amore per il pop: che viri verso l’R&B o si tratti di pop divistico come Gaga, Parker ha iniettato nel sound psichedelico dei Tame Impala elementi differenti dal passato. Se la svolta era già presente in “Currents”, “The Slow Rush” prende elementi da disco, R&B e funk per fonderli in un amalgama tremendamente affascinante, in questo confermando il perfezionismo di Parker nel voler creare sempre il miglior prodotto dato il materiale a disposizione.

Materiale che, a tutta prima, non pareva trascendentale. Sia Patience (poi addirittura escluso dalla tracklist finale) che Borderline, i singoli del ritorno sulle scene del gruppo australiano, erano focalizzati su terreni quasi yacht rock: ritmi rilassati, tematiche futili e ben poco del vecchio sound Tame Impala. Insomma, non eravamo preoccupati, ma neanche eccitati dalla svolta. Parker ha probabilmente capito di dover cambiare qualcosa e, nel corso del 2019, ha completamente rimasterizzato il CD, rendendolo più dinamico e remixando Borderline, abbreviandone la durata e accelerandone il ritmo.

Musicalmente, in questo modo, il lavoro potrebbe essere la definitiva entrata dei Tame Impala nell’Olimpo del pop: pezzi accessibili come Lost In Yesterday e It Might Be Time si alternano ad altri epici come Posthumous Forgiveness e One More Hour, in un insieme coeso e mai privo di invenzioni deliziose per gli ascoltatori più attenti.

Elettronica e rock, elementi caratterizzanti di “Currents”, si mescolano con R&B, funk, disco e soul, per fare di “The Slow Rush” il CD più eclettico della band. I pezzi davvero imperdibili sono l’iniziale One More Year e la già citata Posthumous Forgiveness, dedicata da Parker al padre defunto e con cui non ha mai potuto riappacificarsi di persona (da qui il titolo). Ma vanno menzionati anche Lost In Yesterday, Breathe Deeper e la conclusiva One More Hour, che chiude degnamente il lavoro. Unico momento un po’ fuori fuoco è il synth insistente di Is It True.

Testualmente, se agli esordi Parker trattava principalmente la sua situazione di genio incompreso (esemplari i titoli dei due primi LP dei Tame Impala, “Innerspeaker” e “Lonerism”), mentre in “Currents” emergeva l’amarezza di una storia d’amore chiusa troppo presto, “The Slow Rush” affronta un tema ineluttabile come lo scorrere inesorabile del tempo. Il leader del gruppo australiano vive questa condizione in modo ambivalente: se da un lato si augura di passare ancora del tempo con le persone care (One More Year), dall’altro fa interpretare alla moglie la versione di sé stessa di otto anni prima, per capire se il futuro da lei immaginato si sia realizzato o meno (Tomorrow’s Dust).

In generale, un’attesa di cinque anni dalla scena musicale richiedeva che il progetto Tame Impala mantenesse le promesse e le speranze dei fans, soprattutto dopo due album clamorosi come “Lonerism” (2012) e “Currents” (2015). Missione compiuta, grazie ad una creatività infinita e un’attenzione al dettaglio unica.

5) Fontaines D.C., “A Hero’s Death”

(PUNK – ROCK)

Il secondo CD, attesissimo, della band post-punk irlandese è un pugno allo stomaco. Se l’esordio “Dogrel” aveva colpito nel segno pressoché con tutti, tanto che noi di A-Rock lo avevamo recensito nella nostra rubrica Rising e posizionato nella top 10 della lista dei migliori album del 2019, “A Hero’s Death” è un seguito ancora più cupo e disperato.

“Dogrel” mescolava infatti testi pessimisti sul futuro di Dublino (la città natale del gruppo) con canzoni quasi romantiche; “A Hero’s Death” pare il terzo CD dei Joy Division tanto la sensazione di spaesamento e tragicità viene trasmesso in ogni canzone. I Fontaines D.C., tuttavia, riescono a intessere un LP coeso e con melodie quasi accessibili, candidandosi a simbolo della scena punk d’Oltremanica (con una concorrenza comunque nutrita, in cui menzioniamo IDLES e Shame fra gli altri).

Va detto, però, che il gruppo irlandese, capitanato dall’indomito Grian Chatten, non si limita a ispirarsi alle glorie del passato: accanto infatti ai Joy Division troviamo sì riferimenti a Radiohead e The Fall, ma con liriche calate sull’oggi, critiche del capitalismo e della società moderna, fatta di sopraffazione e incapacità di pensare al futuro e concentrata su un eterno presente. Ne sono simbolo i durissimi testi di Televised Mind e Living In America, ma anche le ripetizioni ossessive di “I don’t belong to anyone” (I Don’t Belong) o “Life ain’t always empty” (la title track).

Le canzoni che colpiscono di più, dopo l’inizio davvero disperato di I Don’t Belong, sono la delicata Oh Such A Spring e Televised Mind; da non sottovalutare anche You Said. Ma nessuna canzone è fuori posto (solo Sunny leggermente inferiore alla media), tanto da fare di “A Hero’s Death” un disco coeso ma non ripetitivo, malinconico ma non completamente disperato.

Se qualcuno temeva la “sindrome da secondo album” per i Fontaines D.C., beh i timori sono stati spazzati via da “A Hero’s Death”: un lavoro che traccia un solco chiaro nel mondo punk e influenzerà probabilmente anche nei prossimi anni le giovani band desiderose di esprimere il loro dissenso per il mondo così come lo conosciamo usando batteria, basso e chitarra, urlando al mondo la propria contrarietà.

4) Bob Dylan, “Rough And Rowdy Ways”

(ROCK)

Bob Dylan, leggenda vivente del folk e del rock, a quasi 80 anni potrebbe essere in pensione già da tempo, a godersi il meritato riposo dopo 60 anni (!) di attività e milioni di dischi venduti. Invece il Bardo, con “Rough And Rowdy Ways”, prosegue un’intensa attività che lo vede preso sia dalla pubblicazione dei mitici bootleg legati alla sua attività nel XX secolo (siamo giunti al volume numero 15), sia dalla reinterpretazione degli standard americani (ultimo CD a questo proposito è “Fallen Angels” del 2016) sia, non ultima, la produzione di brani nuovi di zecca, di cui avevamo perso le tracce da “Tempest” (2012).

Questa lunga pausa aveva fatto temere che il cantautore nato Robert Zimmerman avesse appeso gli scarpini al chiodo, preferendo dedicarsi alle attività precedentemente enunciate, comunque rilevanti e abbondanti. “Rough And Rowdy Ways” è una sorpresa per più di un motivo dunque; non ultimo che, con il singolo di lancio Murder Most Foul, Bob Dylan ha raggiunto la prima posizione della classifica Billboard per la prima volta in carriera (!!). Una circostanza che fa capire quanto ancora il pubblico lo ami e quanto la sua musica sia importante in questi tempi incerti, in cui c’è bisogno di punti di riferimento in ogni campo.

Murder Most Foul è anche il brano più lungo della sua sterminata produzione: 17 minuti dedicati alla controcultura e all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, ancora oggi una ferita aperta nella storia americana. Il fatto che in questa epica melodia Dylan non parli per enigmi o aforismi, come invece era la regola in passato, denota un’altra caratteristica del CD: liricamente è il disco più diretto della produzione recente di Bob Dylan, forse fin dagli esordi.

Non pensiate, però, che il Dylan impressionista sia stato del tutto soppiantato: in My Own Version Of You il Nostro canta di dissotterrare tombe per liberare i personaggi dentro rinchiusi, ponendo loro domande del tipo “Is there a light at the end of the tunnel?” e non ottenendo risposte in cambio. Altrove il tono si fa canzonatorio: in Black Rider lo si sente proclamare “The size of your cock will get you nowhere” e in False Prophet afferma perentorio “I’m the last of the best, you can bury the rest”. Questi versi giocosi sono in effetti fra i pochi a strappare un sorriso in un lavoro che ha la morte come tema principale: “Today and tomorrow and yesterday, too the flowers are dying like all things do” è una delle prime liriche che sentiamo in I Contain Multitudes, apertura del CD.

La musica di “Rough And Rowdy Ways” spazia dal folk al rock, passando per il blues; terreni ben noti al Nostro, ma interpretati come già accennato in maniera tale da svelare piuttosto che accennare, fatto insolito per Bob Dylan. I pezzi che restano impressi fin dal primo ascolto sono Murder Most Foul e I Contain Multitudes, mentre è un po’ troppo lenta Mother Of Muses.

È difficilissimo, forse impossibile stilare una classifica dei CD più belli a firma Bob Dylan: ognuno probabilmente ha il suo preferito, dipendendo il giudizio dal puro gusto personale come dal momento in cui si stila la classifica. Tuttavia, vi sono dei capisaldi che nessuno può ignorare: “Highway 61 Revisited” (1965), “Blonde On Blonde” (1966) e “Blood On The Tracks” (1975) hanno fatto la storia della musica. Il fatto che “Rough And Rowdy Ways” possa anche solo essere avvicinato a questi capolavori è sintomo che, se non parliamo di un LP perfetto, di certo Dylan c’è andato davvero vicino. Se contiamo che questo è il suo 39° (!!!) album di inediti, siamo di fronte a un genio. Chapeau, Bob.

3) Perfume Genius, “Set My Heart On Fire Immediately”

(POP – ROCK)

Il quinto album di Mike Hadreas, in arte Perfume Genius, è un altro passo in avanti in una crescita che pare inarrestabile. Partito da un pop da camera molto timido, quasi solo pianoforte e voce, Perfume Genius si è aperto col tempo a generi come glam rock e art pop, raggiungendo vette altissime in “No Shape” (2017) e in questo “Set My Heart On Fire Immediately”, ad oggi il suo miglior CD.

La copertina farebbe pensare ad un disco minimale, in cui Hadreas si mette a nudo; è però anche vero che nei precedenti lavori non erano mancate introspezione e confessioni dolorose, basti pensare a “Too Bright” (2014). In realtà il lavoro è molto profondo e richiede diversi ascolti per essere apprezzato pienamente in tutta la sua bellezza. Alternando toni dimessi con pezzi decisamente intensi, infatti, Perfume Genius ha prodotto un lavoro complesso ma non per questo disprezzabile.

Infatti, la delicatezza di Just A Touch abbinata al rock quasi shoegaze di Describe fanno di “Set My Heart On Fire Immediately” un LP variegato come mai nella discografia di Hadreas, con risultati spesso sconvolgenti. I testi come sempre toccanti aggiungono ulteriore spessore al lavoro: On The Floor riguarda un sogno erotico che pare tanto reale da far dire al Nostro “I’m trying, but still I close my eyes… The dreaming bringing his face to mind”. In Describe parla della malattia di Crohn che lo perseguita ormai da tempo, mentre in Your Body Changes Everything emerge la sua fragilità: “Give me your weight, I’m solid. Hold me up, I’m falling down”. Infine, la produzione affidata a Blake Mills, che ha lavorato in passato anche con Laura Marling e Fiona Apple, corona un disco sontuoso.

In conclusione, Mike Hadreas pare aver raggiunto la piena maturità artistica. È un piacere sentirlo destreggiarsi così agilmente fra generi tanto diversi e con risultati quasi sempre ottimi. Perfume Genius è un progetto entrato a tutti gli effetti nell’Olimpo del pop.

2) Fleet Foxes, “Shore”

(FOLK)

Il quarto album dei Fleet Foxes, probabilmente la più osannata band folk degli scorsi quindici anni, è un trionfo. “Shore” prende le parti migliori di ogni disco precedente del gruppo per creare un CD coeso e brillante, che dà sollievo in questi tempi così difficili a causa del Coronavirus. Robin Pecknold ha infatti sfruttato questi mesi di reclusione per portare a compimento un lavoro che lui stesso aveva decretato ormai fuori gioco e i risultati, ancora una volta, gli danno ragione.

La storia dei Fleet Foxes non è stata tutta rose e fiori: se il primo disco “Fleet Foxes” (2008) era stato un immediato successo e il secondo “Helplessness Blues” (2011) un erede ambizioso, l’abbandono del batterista Josh Tillman (poi divenuto celebre col nome d’arte di Father John Misty) aveva portato il progetto ad un punto morto, superato solo sei anni dopo con il maestoso “Crack-Up”, eletto miglior album del 2017 da A-Rock. È pertanto sorprendente che “Shore” arrivi solo tre anni dopo, senza alcuna campagna di lancio e nessun singolo. Il lavoro, va detto, beneficia di questo trattamento: l’effetto sorpresa è garantito e la coesione del CD non richiede pezzi di lancio per far risaltare il resto del disco.

“Shore” è un disco molto personale: Pecknold ha composto la totalità delle canzoni praticamente in assoluta solitudine a causa del lockdown, cercando di trasporre nei brani le sensazioni contrastanti che ne derivano. Da un lato abbiamo la tristezza per gli amici musicisti e gli idoli di gioventù che se ne vanno (da John Prine a Richard Swift, passando per Elliott Smith e David Berman), che in canzoni come la pur godibile Sunblind è in evidenza. Abbiamo però, dall’altro, la vita: la cosa più preziosa di ogni uomo, che fa esclamare “Oh devil walk by. I never want to die” in Quiet Air / Gioia.

Nei 15 brani del CD non ci sono veri punti deboli: magari in alcuni episodi i Fleet Foxes tendono a ripetere con meno successo la ricetta del passato (si senta Thymia), ma in generale il livello medio dei brani è altissimo: Sunblind, Can I Believe You e Jara sono capolavori fatti e finiti, fra le migliori melodie mai composte da Pecknold e compagni. Da non trascurare anche Cradling Mother, Cradling Woman.

I Fleet Foxes sono ormai un gruppo riconosciuto a livello mondiale, un pilastro dell’indie folk; le armonie vocali che rendono anche il loro pezzo più convenzionale imperdibile non si sono mai rassegnate al passare del tempo, tanto che “Shore” pare un logico erede di “Fleet Foxes”. Non fossero passati dodici anni potremmo scommettere che ne siano trascorsi solo due. Questo, che potrebbe rivelarsi un limite, in realtà è il vero punto di forza della band: raffinamento, piuttosto che rivoluzione, è la parola d’ordine di Robin Pecknold. Finché i risultati saranno tanto magnifici quanto “Shore” i Fleet Foxes potranno continuare a godere della stima di critica e pubblico; non si vede perché tutto ciò non possa continuare in eterno.

1) Fiona Apple, “Fetch The Bolt Cutters”

(ROCK)

Il nuovo, attesissimo album della cantautrice Fiona Apple segue di ben otto anni il magnifico “The Idler Wheel”, ma non è la prima volta che Fiona fa attendere lungamente i suoi fans. Basti pensare che fra “The Idler Wheel” e il precedente “Extraordinary Machine” (2005) erano passati sette anni! Insomma, l’artista americana ama fare le cose perbene, prova ne sia la venerazione che i critici e il pubblico hanno per lei, che la rendono una figura popolare malgrado la vita ritirata e le rare apparizioni pubbliche.

“Fetch The Bolt Cutters” (letteralmente “vai a prendere le cesoie”) è un album rivoluzionario, tanto che ci sentiamo di dire serenamente che, nell’ambito pop-rock, raramente si era sentito un CD tanto dissonante quanto attraente. Mescolando percussioni sempre potenti con l’abilità al pianoforte e canora che tutti le riconosciamo, Fiona Apple narra storie tanto tragiche quanto a tratti ironiche, creando un prodotto certo non facile ma irrinunciabile per gli amanti della musica più ricercata e d’avanguardia.

Come già accennato, questa caratteristica ambizione in “Fetch The Bolt Cutters” non è fine a sé stessa: anzi, Fiona (basti sentire Ladies e Cosmonauts) non rinuncia a creare melodie armoniose, che cercano un pubblico ampio. Invece pezzi più arditi come la title track e Shameika rappresentano un biglietto da visita per la parte più visionaria dell’estetica della cantautrice.

Una parte fondamentale di “Fetch The Bolt Cutters” è rappresentata dai testi: Fiona infatti mescola dettagli veramente tragici (“You raped me in the same bed your daughter was born in” canta in For Her) con altre parti più leggere, tanto da sentirla cantare in Relay “I resent you for presenting your life like a fucking propaganda brochure”, oppure “There’s a dress in the closet, don’t get rid of it, you look good in it. I didn’t fit in it, it was never mine… it belonged to the ex-wife of another ex of mine” (in Ladies). Pura poesia, peraltro cantata magnificamente dalla Apple, capace di assumere tonalità angeliche oppure più dure a seconda della circostanza.

Il disco, pur complesso, è quindi il lavoro veramente irrinunciabile del 2020: mescolando pianoforte, art pop e momenti quasi sperimentali, Fiona Apple in “Fetch The Bolt Cutters” continua nella sua esplorazione musicale, ampliando un’estetica che già aveva flirtato in passato col jazz e il rock alternativo. Potremmo trovare molti artisti, donne e uomini, accostabili per un motivo o per un altro alla Nostra: Kate Bush, Joni Mitchell, Leonard Cohen, St. Vincent e la premiata ditta John Lennon/Yoko Ono sicuramente sono fra questi. La verità, però, è che nessuno suona come Fiona Apple, nel passato e nel presente della musica leggera. Per chi possiamo dire lo stesso?

È quindi la talentuosa cantautrice americana ad aggiudicarsi la palma di miglior CD del 2020. Siete d’accordo o avreste premiato altri lavori? Commentate pure! Stay tuned però: fra pochi giorni pubblicheremo l’articolo sui CD più attesi del 2021!

Le migliori canzoni del decennio 2010-2019 (100-1)

Siamo alla seconda e ultima puntata delle 200 migliori canzoni degli anni ’10; quella più calda, dove si decreterà la migliore della decade secondo A-Rock. Frank Ocean, Arctic Monkeys, Bon Iver, Lana Del Rey… i big sono tutti presenti: chi avrà vinto la palma di miglior pezzo degli anni 2010-2019? Buona lettura!

100) The War On Drugs, An Ocean In Between The Waves (2014)

99) Neon Indian, Slumlord (2015)

98) Car Seat Headrest, Nervous Young Inhumans (2018)

97) Darkside, Paper Trails (2013)

96) Mac DeMarco, Ode To Viceroy (2012)

95) Ariel Pink’s Haunted Graffiti, Round And Round (2010)

94) A.A.L. (Against All Logic), This Old House Is All I Have (2018)

93) Grizzly Bear, Speak In Rounds (2012)

92) Real Estate, All The Same (2011)

91) Neon Indian, Annie (2015)

90) Alt-J, Breezeblocks (2012)

89) Car Seat Headrest, Fill In The Blank (2016)

88) Sia, Chandelier (2014)

87) The National, Graceless (2013)

86) Earl Sweatshirt feat. Vince Staples and Casey Veggies, Hive (2013)

85) Sufjan Stevens, Impossible Soul (2010)

84) Queens Of The Stone Age, My God Is The Sun (2013)

83) Adele, Rolling In The Deep (2011)

82) Icona Pop feat. Charli XCX, I Love It (2012)

81) Coldplay, Orphans (2019)

80) Broken Social Scene, World Sick (2010)

79) Beach House, Norway (2010)

78) Radiohead, Lift (2017)

77) Lorde, Royals (2013)

76) Cloud Nothings, Wasted Days (2012)

75) Justin Timberlake feat. JAY-Z, Suit & Tie (2013)

74) Kendrick Lamar, DNA. (2017)

73) Sufjan Stevens, Should Have Known Better (2015)

72) Nick Cave & The Bad Seeds feat. Else Torp, Distant Sky (2016)

71) Kings Of Leon, Pyro (2010)

70) Mac DeMarco, My Kind Of Woman (2012)

69) The 1975, It’s Not Living (If It’s Not With You) (2018)

68) Deerhunter, Memory Boy (2010)

67) The 1975, Sex (2013)

66) The Weeknd feat. Daft Punk, Starboy (2016)

65) Darkside, Golden Arrow (2013)

64) Coldplay, Paradise (2011)

63) Travis Scott feat. Drake, SICKO MODE (2018)

62) Justin Timberlake, Mirrors (2013)

61) Lorde, Green Light (2017)

60) Drake feat. Majid Jordan, Hold On, We’re Going Home (2015)

59) Earl Sweatshirt, Mantra (2015)

58) Blood Orange feat. A$AP Rocky and Project Pat, Chewing Gum (2018)

57) Gorillaz feat. Little Dragon, Empire Ants (2010)

56) LCD Soundsystem, call the police (2017)

55) King Krule, Czech One (2017)

54) The War On Drugs, Red Eyes (2014)

53) Vampire Weekend, Step (2013)

52) Daft Punk feat. Pharrell Williams, Get Lucky (2013)

51) Lana Del Rey, Mariners Apartment Complex (2019)

50) Kendrick Lamar, Sing To Me, I’m Dying Of Thirst (2012)

49) Sufjan Stevens, Fourth Of July (2015)

48) Gorillaz, On Melancholy Hill (2010)

47) Arctic Monkeys, Arabella (2013)

46) Drake, Over My Dead Body (2011)

45) Girls, Carolina (2010)

44) Fleet Foxes, I Am All That I Need / Arroyo Seco / Thumbprint Scar (2017)

43) Arctic Monkeys, R U Mine? (2013)

42) Drake, Nice For What (2018)

41) Flume feat. JPEGMAFIA, How To Build A Relationship (2019)

40) Vince Staples, Lift Me Up (2015)

39) Frank Ocean, Ivy (2016)

38) Billie Eilish, bad guy (2019)

37) Jamie xx feat. Romy, Loud Places (2015)

36) Tame Impala, Elephant (2012)

35) Beach House, Myth (2012)

34) Bon Iver, Sh’Diah (2019)

33) Drake, Hotline Bling (2016)

32) Grimes, Oblivion (2012)

31) The National, Sorrow (2010)

30) St. Vincent, Champagne Year (2011)

29) Drake, Marvin’s Room (2011)

28) Frank Ocean, Nikes (2016)

27) Kanye West, I Am A God (2013)

26) Fleet Foxes, Third Of May / Ōdaigahara (2017)

25) The War On Drugs, Strangest Thing (2017)

24) Florence + The Machine, Shake It Out (2011)

23) King Krule, Dum Surfer (2017)

22) David Bowie, Lazarus (2016)

21) Bon Iver, Perth (2011)

20) Vampire Weekend, Hannah Hunt (2013)

19) The 1975, Love It If We Made It (2018)

18) Grimes, Realiti (2015)

17) Deerhunter, Helicopter (2010)

16) Tame Impala, Eventually (2015)

15) Frank Ocean, Thinkin Bout You (2012)

14) Tame Impala, Feels Like We Only Go Backwards (2012)

13) Arcade Fire, We Exist (2013)

12) Lana Del Rey, Venice Beach (2019)

11) Beach House, Dive (2018)

10) Robyn, Dancing On My Own (2010)

9) Kendrick Lamar, Alright (2015)

8) Bon Iver, Holocene (2011)

7) Kanye West, POWER (2010)

6) M83, Midnight City (2011)

5) Arcade Fire, Reflektor (2013)

4) FKA twigs, cellophane (2019)

3) Frank Ocean, Pyramids (2012)

2) Kanye West feat. Pusha T, Runaway (2010)

1) Tame Impala, Let It Happen (2015)

La nostra lunga cavalcata è finita: Let It Happen dei Tame Impala è meritatamente il più bel pezzo degli anni ’10 secondo A-Rock. Cosa ne pensate? Siete d’accordo con le nostre scelte? Non esitate a lasciare commenti!

Le migliori canzoni del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: dopo i 200 migliori dischi della decade appena trascorsa, A-Rock si è cimentato nella costruzione della lista delle 200 migliori canzoni degli anni 2010-2019. Anche in questo caso l’impresa non è stata per nulla semplice: dall’elettronica all’hip hop, dal folk al rock, ci sono stati innegabili highlights in ogni genere ma anche molte perle nascoste che meritavano di essere evidenziate. Non temete, le canzoni imprescindibili, da Happy di Pharrell Williams ad Alright di Kendrick Lamar, passando per Runaway di Kanye, ci sono tutte. Ma chi avrà vinto la palma di miglior canzone del decennio?

Oltre ai già citati Kendrick Lamar, Kanye West e l’onnipresente Pharrell Williams, abbiamo cercato di dare spazio a tutte le sfaccettature della musica più bella degli anni ’10 del XXI secolo: il folk gentile di Sufjan Stevens, il rock epico dei The War On Drugs, i vecchi leoni come Nick Cave & The Bad Seeds… ma anche il pop sofisticato di Lorde e il pop-rock dei Coldplay non potevano mancare!

Anche in questa occasione, per favorire la varietà di artisti proposti, abbiamo adottato alcune regole: non più di cinque canzoni, di cui due appartenenti allo stesso disco, per ciascun cantante.

In questa prima puntata avremo le prime cento melodie, vi diamo appuntamento a domani per il secondo capitolo della lista delle 200 migliori canzoni! Buona lettura!

200) The Field, Is This Power (2011)

199) Franz Ferdinand, Right Thoughts (2013)

198) MGMT, Siberian Breaks (2010)

197) Damon Albarn, Everyday Robots (2014)

196) Azealia Banks, 212 (2014)

195) Robin Thicke feat. T.I. and Pharrell Williams, Blurred Lines (2013)

194) Hamilton Leithauser feat. Rostam, A 1000 Times (2016)

193) Ty Segall, Tall Man Skinny Lady (2014)

192) Kurt Vile, Goldtone (2013)

191) St. Vincent, Prince Johnny (2014)

190) Pusha T, Infrared (2018)

189) Nicolas Jaar, Killing Time (2016)

188) Parquet Courts, Master Of My Craft (2013)

187) DIIV, Out Of Mind (2016)

186) Foals, What Went Down (2015)

185) Alvvays, In Undertow (2017)

184) Cloud Nothings, I’m Not Part Of Me (2014)

183) James Blake, Unluck (2011)

182) Sky Ferreira, Nobody Asked Me (If I Was Okay) (2013)

181) Vince Staples, Crabs In A Bucket (2017)

180) Ty Segall, Every1’s A Winner (2018)

179) Muse, Madness (2012)

178) Spoon, Hot Thoughts (2017)

177) Iceage, Catch It (2018)

176) Girls, Honey Bunny (2011)

175) Hot Chip, Motion Sickness (2012)

174) Earl Sweatshirt, Earl (2010)

173) Parquet Courts, One Man No City (2016)

172) The Horrors, Chasing Shadows (2014)

171) Real Estate, Talking Backwards (2014)

170) The Walkmen, Angela Surf City (2011)

169) Little Simz, Therapy (2019)

168) FKA twigs, Two Weeks (2014)

167) Kendrick Lamar, King Kunta (2015)

166) Chromatics, Back From The Grave (2012)

165) Parquet Courts, Bodies Made Of (2014)

164) Nicolas Jaar, Colomb (2011)

163) Jamie xx feat. Romy, SeeSaw (2015)

162) Radiohead, Lotus Flower (2011)

161) Cloud Nothings, No Future / No Past (2012)

160) Pharrell Williams, Happy (2014)

159) Disclosure, When A Fire Starts To Burn (2013)

158) The Antlers, Drift Dive (2012)

157) Coldplay, Magic (2014)

156) The Black Keys, Lonely Boy (2011)

155) St. Vincent, Birth In Reverse (2014)

154) Nick Cave & The Bad Seeds, We No Who U R (2013)

153) David Bowie, Blackstar (2016)

152) The Voidz, Leave It In My Dreams (2018)

151) Atlas Sound, Te Amo (2011)

150) Destroyer, Chinatown (2011)

149) Adele, Someone Like You (2011)

148) Nicolas Jaar, Space Is Only Noise If You Can See (2011)

147) Caribou, Can’t Do Without You (2014)

146) Liam Gallagher, Wall Of Glass (2017)

145) Arctic Monkeys, Love Is A Laserquest (2011)

144) Big Thief, Not (2019)

143) Foals, Inhaler (2013)

142) The Weeknd, House Of Balloons / Glass Table Girls (2011)

141) Suede, Barriers (2013)

140) Queens Of The Stone Age, If I Had A Tail (2013)

139) The Antlers, I Don’t Want Love (2011)

138) Kanye West, Black Skinhead (2013)

137) Radiohead, Burn The Witch (2016)

136) The Black Keys, Tighten Up (2010)

135) Grimes, Genesis (2012)

134) Car Seat Headrest, Beach Life-In-Death (2018)

133) The Horrors, You Said (2011)

132) The Strokes, Under Cover Of Darkness (2011)

131) Grizzly Bear, Yet Again (2012)

130) Pusha T, Come Back Baby (2018)

129) black midi, bmbmbm (2019)

128) Real Estate, Municipality (2011)

127) Aphex Twin, aisatsana [102] (2014)

126) Foals, Spanish Sahara (2010)

125) Suede, Outsiders (2016)

124) James Blake, The Wilhelm Scream (2011)

123) Vampire Weekend, This Life (2019)

122) The National, Don’t Swallow The Cup (2013)

121) Destroyer, Blue Eyes (2011)

120) Janelle Monáe feat. Solange and Roman GianArthur, Electric Lady (2013)

119) Beach House, Sparks (2015)

118) Kanye West, Real Friends (2016)

117) Arcade Fire, Ready To Start (2010)

116) Kendrick Lamar, The Art Of Peer Pressure (2012)

115) Savages, Shut Up (2013)

114) Mount Eerie, Real Death (2017)

113) Janelle Monáe, Make Me Feel (2018)

112) Caribou, Odessa (2010)

111) Spoon, Inside Out (2014)

110) The War On Drugs, Up All Night (2017)

109) Radiohead, Daydreaming (2016)

108) Vampire Weekend, Harmony Hall (2019)

107) Mark Ronson feat. Bruno Mars, Uptown Funk (2015)

106) Janelle Monáe feat. Big Boi, Tightrope (2010)

105) The Weeknd, Can’t Feel My Face (2015)

104) Daft Punk feat. Giorgio Moroder, Giorgio By Moroder (2013)

103) Ty Segall, Warm Hands (Freedom Returned) (2017)

102) Moses Sumney, Quarrel (2017)

101) LCD Soundsystem, Dance Yrself Clean (2010)

Appuntamento a domani con la seconda puntata: quale sarà il miglior pezzo degli anni ’10? Stay tuned!

I migliori album del decennio 2010-2019 (200-101)

Ci siamo: la decade è ormai conclusa da alcuni mesi ed è giunta l’ora, per A-Rock, di stilare la classifica dei CD più belli e più influenti pubblicati fra 2010 e 2019. Un’impresa difficile, considerata la mole di dischi pubblicati ogni anno. Rock, hip hop, elettronica, pop… ogni genere ha avuto i suoi momenti di massimo splendore.

Partiamo con alcune regole: nessun artista è rappresentato da più di tre LP nella classifica. Nemmeno i più rappresentativi, da Kanye West a Kendrick Lamar agli Arctic Monkeys (tutti con tre CD all’attivo nella hit list). Questo per favorire varietà e rappresentatività: abbiamo quindi dato spazio anche a gruppi e artisti meno conosciuti come Mikal Cronin e Julia Holter, autori di lavori prestigiosi e meritevoli di un posto al sole. Non per questo abbiamo trascurato i giganti della decade: oltre ai tre citati prima, anche Drake e i Vampire Weekend hanno un buon numero di loro pubblicazioni in lista per esempio, senza trascurare i Deerhunter e Vince Staples.

Questo è stato senza ombra di dubbio il decennio della definitiva consacrazione dell’hip hop: ormai radio e servizi di streaming sono sempre più “ostaggio” del rap, più melodico (Drake) o più vicino alla trap (Migos, Travis Scott), per finire con il filone più sperimentale (Earl Sweatshirt). L’elettronica invece pareva destinata a conquistare tutti nei primi anni della decade, tuttavia poi l’EDM è passata di moda lasciando spazio all’hip hop. E il rock? Da genere dominante ora arranca nelle classifiche e nelle vendite, pare quasi destinato a persone mature… anche se poi ci sono gruppi come Arctic Monkeys e The 1975 che ancora esordiscono in alto nelle classifiche quando pubblicano un nuovo lavoro. A dimostrazione che chi merita davvero riesce a piacere a molti anche in tempi non propizi per il rock in generale. Folk e musica d’avanguardia continuano a non essere propriamente mainstream, ma hanno regalato pezzi unici di bella musica (dai Fleet Foxes all’ultimo Nick Cave, passando per King Krule) che hanno fatto spesso gridare al miracolo. Dal canto suo, invece, il pop ha continuato un’evoluzione lodevole verso tematiche non facili come la diversità, l’empowerment delle donne e l’accettarsi come si è, aiutato da artisti del calibro di Frank Ocean e Beyoncé. Chissà che poi il “future pop” di artisti come Charli XCX possa davvero essere la musica popolare del futuro! Vicino al pop è poi l’R&B, che ha vissuto momenti davvero eccitanti durante la decade 2010-2019 (basti pensare all’esordio fulminante di The Weeknd o alla delicatezza di Blood Orange) i quali ci fanno capire che i nuovi D’Angelo sono pronti a prendersi il palcoscenico (anche se poi il vero D’Angelo ha sbaragliato quasi tutti nel 2014 con “Black Messiah”).

Ma andiamo con ordine: i primi 100 nomi (ma 104 dischi, considerando il doppio album del 2019 dei Big Thief, la doppia release a nome Ty Segall del 2012 e la fondamentale trilogia di mixtape con cui The Weeknd si è fatto conoscere al mondo nel 2011) saranno solamente un elenco, senza descrizione se non l’anno di pubblicazione e il genere a cui sono riconducibili. Invece, per la successiva pubblicazione avremo descrizioni più o meno dettagliate delle scelte effettuate. Buona lettura!

200) Earl Sweatshirt, “I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside” (2015) (HIP HOP)

199) Floating Points, “Crush” (2019) (ELETTRONICA)

198) Drake, “If You’re Reading This It’s Too Late” (2015) (HIP HOP)

197) Spoon, “Hot Thoughts” (2017) (ROCK)

196) Big Thief, “U.F.O.F.” / “Two Hands” (2019) (ROCK – FOLK)

195) Father John Misty, “I Love You, Honeybear” (2015) (ROCK)

194) Mikal Cronin, “MCII” (2013) (ROCK)

193) Arctic Monkeys, “Suck It And See” (2011) (ROCK)

192) MGMT, “Congratulations” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

191) Jai Paul, “Jai Paul” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

190) FKA Twigs, “LP 1” (2014) (R&B – ELETTRONICA)

189) Four Tet, “There Is Love In You” (2010) (ELETTRONICA)

188) Slowdive, “Slowdive” (2017) (ROCK)

187) Fever Ray, “Plunge” (2017) (ELETTRONICA)

186) The xx, “I See You” (2017) (ELETTRONICA – POP)

185) Perfume Genius, “No Shape” (2017) (POP – ELETTRONICA)

184) Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Who Built The Moon?” (2017) (ROCK)

183) Julia Holter, “Have You In My Wilderness” (2015) (POP)

182) Let’s Eat Grandma, “I’m All Ears” (2018) (POP – ELETTRONICA)

181) Coldplay, “Everyday Life” (2019) (POP – ROCK)

180) The Black Keys, “El Camino” (2011) (ROCK)

179) (Sandy) Alex G, “House Of Sugar” (2019) (ROCK)

178) Vampire Weekend, “Father Of The Bride” (2019) (ROCK – POP)

177) The 1975, “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (2016) (ROCK – POP – ELETTRONICA)

176) The xx, “Coexist” (2012) (POP – ELETTRONICA)

175) Muse, “The 2nd Law” (2012) (ROCK)

174) Aldous Harding, “Designer” (2019) (FOLK)

173) The Antlers, “Burst Apart” (2011) (ROCK)

172) Arca, “Arca” (2017) (ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

171) Hot Chip, “In Our Heads” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

170) Anderson .Paak, “Malibu” (2016) (HIP HOP – R&B)

169) Fiona Apple, “The Idler Wheel” (2012) (POP)

168) Mount Eerie, “Now Only” (2018) (FOLK – ROCK)

167) Justin Timberlake, “The 20/20 Experience” (2013) (R&B – ELETTRONICA)

166) St. Vincent, “MASSEDUCTION” (2017) (POP)

165) Troye Sivan, “Bloom” (2018) (POP)

164) Algiers, “The Underside Of Power” (2017) (PUNK)

163) These New Puritans, “Hidden” (2010) (ROCK – PUNK – ELETTRONICA)

162) Suede, “Bloodsports” (2013) (ROCK)

161) Arctic Monkeys, “Tranquility Base Hotel & Casino” (2018) (ROCK – POP)

160) Björk, “Vulnicura” (2015) (POP – ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

159) Jack White, “Blunderbuss” (2012) (ROCK)

158) The Walkmen, “Lisbon” (2010) (ROCK)

157) PJ Harvey, “Let England Shake” (2011) (ROCK)

156) Ariel Pink’s Haunted Graffiti, “Before Today” (2010) (ROCK – SPERIMENTALE)

155) Nick Cave & The Bad Seeds, “Ghosteen” (2019) (SPERIMENTALE – ROCK)

154) The Voidz, “Virtue” (2018) (ROCK)

153) Broken Social Scene, “Forgiveness Rock Record” (2010) (ROCK)

152) Jamila Woods, “LEGACY! LEGACY!” (2019) (R&B – SOUL)

151) Foals, “Total Life Forever” (2010) (ROCK)

150) Neon Indian, “VEGA INTL. Night School” (2015) (ELETTRONICA)

149) King Gizzard & The Lizard Wizard, “Polygondwanaland” (2017) (ROCK)

148) Moses Sumney, “Aromanticism” (2017) (R&B – SOUL)

147) James Blake, “Overgrown” (2013) (ELETTRONICA – POP)

146) Preoccupations, “Viet Cong” (2015) (PUNK)

145) D’Angelo, “Black Messiah” (2014) (SOUL – R&B)

144) Dirty Projectors, “Swing Lo Magellan” (2012) (ROCK)

143) Freddie Gibbs & Madlib, “Bandana” (2019) (HIP HOP)

142) Tyler, The Creator, “IGOR” (2019) (HIP HOP)

141) Vince Staples, “Big Fish Theory” (2015) (HIP HOP)

140) Young Fathers, “Cocoa Sugar” (2018) (HIP HOP)

139) Parquet Courts, “Sunbathing Animal” (2014) (ROCK)

138) Jon Hopkins, “Singularity” (2018) (ELETTRONICA)

137) Fleet Foxes, “Helplessness Blues” (2011) (FOLK)

136) Ty Segall, “Slaughterhouse” / “Hair” (2012) (ROCK)

135) Titus Andronicus, “The Monitor” (2010) (ROCK)

134) Blur, “The Magic Whip” (2015) (ROCK)

133) Kanye West, “Yeezus” (2013) (HIP HOP)

132) Drake, “Take Care” (2011) (HIP HOP)

131) Thundercat, “Drunk” (2017) (ROCK – JAZZ – SOUL)

130) Caribou, “Swim” (2010) (ELETTRONICA)

129) Parquet Courts, “Wide Awake!” (2018) (ROCK)

128) LCD Soundsystem, “This Is Happening” (2010) (ELETTRONICA – ROCK)

127) Mac DeMarco, “2” (2012) (ROCK)

126) Ty Segall, “Manipulator” (2014) (ROCK)

125) Chromatics, “Kill For Love” (2012) (ELETTRONICA – ROCK)

124) Jon Hopkins, “Immunity” (2013) (ELETTRONICA)

123) Spoon, “They Want My Soul” (2014) (ROCK)

122) Damon Albarn, “Everyday Robots” (2014) (POP)

121) Panda Bear, “Panda Bear Meets The Grim Reaper” (2015) (ELETTRONICA)

120) Leonard Cohen, “You Want It Darker” (2016) (SOUL – FOLK)

119) Flying Lotus, “Until The Quiet Comes” (2012) (ELETTRONICA)

118) Shabazz Palaces, “Black Up” (2011) (HIP HOP)

117) Fontaines D.C., “Dogrel” (2019) (PUNK – ROCK)

116) Arcade Fire, “Reflektor” (2013) (ROCK – ELETTRONICA)

115) Lotus Plaza, “Spooky Action At A Distance” (2012) (ROCK)

114) Hamilton Leithauser + Rostam, “I Had A Dream That You Were Mine” (2016) (POP)

113) Blood Orange, “Freetown Sound” (2016) (R&B – SOUL)

112) Denzel Curry, “TA13OO” (2018) (HIP HOP)

111) Dave, “Psychodrama” (2019) (HIP HOP)

110) Flying Lotus, “You’re Dead!” (2014) (ELETTRONICA)

109) Gorillaz, “Plastic Beach” (2010) (ELETTRONICA – HIP HOP)

108) Leonard Cohen, “Popular Problems” (2014) (FOLK)

107) Danny Brown, “Old” (2013) (HIP HOP)

106) Cloud Nothings, “Here And Nowhere Else” (2014) (PUNK – ROCK)

105) Chance The Rapper, “Acid Rap” (2013) (HIP HOP)

104) Father John Misty, “Pure Comedy” (2017) (ROCK)

103) Nicolas Jaar, “Sirens” (2016) (ELETTRONICA)

102) Grimes, “Visions” (2012) (POP – ELETTRONICA)

101) The Weeknd, “House Of Balloons” / “Thursday” / “Echoes Of Silence” (2011) (R&B – ELETTRONICA)

Recap: marzo 2020

Il drammatico (causa Coronavirus) mese di marzo si è appena concluso. Ad A-Rock è stato un periodo piuttosto impegnativo; recensiremo i nuovi lavori di Noel Gallagher, Waxahatchee, Dua Lipa e di Four Tet; inoltre abbiamo analizzato i ritorni di Anna Calvi, The Weeknd e U.S. Girls. Oltre a tutto ciò, abbiamo i graditi nuovi CD di Sufjan Stevens, Childish Gambino e Nicolas Jaar. Buona lettura!

The Weeknd, “After Hours”

after hours

Il quarto album ufficiale di The Weeknd, non contando quindi i tre formidabili mixtape del 2011 e il breve EP “My Dear Melancholy,” del 2018, è uno dei suoi CD più compiuti. Riuscendo infatti a legare l’estetica pop scoperta recentemente con le origini dark del progetto The Weeknd, Abel Tesfaye riesce a creare un prodotto variegato ma coeso e ben sequenziato, grazie anche ai produttori eccellenti che lo affiancano nel corso del disco.

I singoli offerti al pubblico per lanciare “After Hours” erano accattivanti: Blinding Lights è un’istantanea hit, così come la quasi trap Heartless; invece la title track richiama chiaramente le atmosfere oscure di “House Of Balloons” (2011). Si era intuito quindi che il CD sarebbe stato versatile, ma pochi forse avevano immaginato un LP così perfettamente in equilibrio fra le due anime dell’artista canadese: quella edonistica di The Weeknd e quella tormentata di Abel.

Citavamo prima i collaboratori presenti in “After Hours”: sebbene il CD non contenga featuring, alla produzione troviamo pezzi da 90 come Kevin Parker dei Tame Impala, Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never), Metro Boomin e Max Martin. Ognuno aggiunge la propria vena hip hop, R&B oppure elettronica, per creare un CD davvero dall’alto replay value.

Anche testualmente “After Hours” mostra passi avanti; se fino a “Starboy” (2016) The Weeknd era un cantante associato a notti insonni passate in discoteca e, spesso, al consumo di droga e al sesso sfrenato, raggiunti ormai i 30 anni Abel Tesfaye è diventato uomo, fragile come tutti: in Too Late lo sentiamo cantare “It’s way too late to save our souls, baby. It’s way too late, we’re on our own”, mentre in Faith emergono addirittura istinti suicidi: “But if I OD, I want you to OD right beside me. I want you to follow right behind me, I want you to hold me while I’m smiling, while I’m dying”.

In conclusione, un disco capace di passare senza problemi dal synthpop anni ’80 di Blinding Lights alla trap leggera di Heartless, passando per le atmosfere R&B di After Hours e il sax sontuoso di In Your Eyes, merita senza dubbio un voto alto. E se questo fosse addirittura il miglior LP mai creato da Abel Tesfaye in arte The Weeknd? Chapeau.

Voto finale: 8,5.

Dua Lipa, “Future Nostalgia”

dua lipa

Marzo è stato decisamente un mese interessante per il mondo pop. Oltre al nuovo, attesissimo CD di The Weeknd analizzato in precedenza, abbiamo anche il secondo album della popstar Dua Lipa. L’artista di origini kosovare e albanesi, ma nata in Inghilterra, mescola pop, funk e disco anni ’80, per creare con “Future Nostalgia” un impasto sonoro effettivamente nostalgico, ma mai banale.

Pregio non da poco è la concisione del lavoro: con 11 brani e 37 minuti Dua Lipa non ha tempo per i riempitivi, notizia benvenuta e a dire il vero sempre più rara nel mondo pop e rap, sempre alla ricerca dei record di streaming. L’intento dell’artista britannica è quindi chiaro: conseguire il successo non tramite mezzucci ma solo con il talento. Anche liricamente ciò è evidente: in Future Nostalgia sentiamo Dua Lipa cantare “No matter what you do, I’m gonna get it without ya. I know you ain’t used to a female alpha”.

In effetti pezzi accattivanti come la title track, Don’t Start Now e Physical aiutano a tenere lontano i pensieri in questi tempi non facili. Nessuno, come già accennato, è davvero superfluo: inferiore alla media solamente Pretty Please e l’orchestrale Boys Will Be Boys.

Dua Lipa è riuscita nella non facile missione di fondere l’estetica di Kylie Minogue, Madonna e Christine And The Queens creando qualcosa di retrò ma allo stesso tempo futuristico. Raramente titolo di un LP si è dimostrato più profetico.

Voto finale: 8.

Nicolas Jaar, “Cenizas”

cenizas

Il terzo CD vero e proprio a firma Nicolas Jaar arriva a nemmeno due mesi da “2017-2019”, il disco dell’altro progetto tuttora attivo del produttore di origine cilena, A.A.L. (Against All Logic). Mentre quest’ultimo è focalizzato sulla house e dance music, Nicolas Jaar è maestro di sonorità più delicate, minimali tanto da essere considerato anche esponente della musica ambient.

La quantità in questo caso non è nemica della qualità: “Cenizas” è infatti un lavoro decisamente sperimentale, tanto che possiamo trovarci elementi elettronici ma anche jazz e ambient. La coesione è quindi una mancanza evidente nel corso delle 13 canzoni che compongono il CD, ma viene compensata da una varietà stilistica e timbrica notevole, sempre però nel segno di una malinconia esistenziale più forte che mai in un compositore peraltro mai particolarmente ottimista.

“Cenizas” (da tradursi in “ceneri”) è quindi un LP molto intimo, non facile ma non per questo da buttare. Anzi, ripetute sessioni premiano l’ascoltatore, catapultato in un mondo parallelo magari inquietante ma allo stesso tempo affascinante e raffinato, come tipico ormai dello stile Jaar. Spiccano particolarmente Gocce e Garden, mentre Menysid è forse troppo astratta, quasi solo rumore bianco.

A tutto questo si aggiungono delle liriche, quando presenti, sempre inquisitorie e mai banali: in Faith Made Of Silk Nicolas canta “A peak is just the way towards a descent, you have nowhere to look. Look around not ahead”. Altrove troviamo riferimenti al concetto di peccato (Sunder) così come titoli molto evocativi della voglia del Nostro, semplicemente, di scomparire (Vanish, Mud).

“Cenizas” non è un CD per tutte le stagioni, ma pare particolarmente adatto a quella presente, fatta di inquietudine, paura del contagio e pulsioni ambientaliste che cercano di salvare il pianeta dall’Uomo stesso. È probabilmente il lavoro più sperimentale di Nicolas Jaar, ma forse anche il più profondo, segno di un produttore che non ha terminato la voglia di addentrarsi in nuovi territori e oltrepassare i confini di come che un disco di musica elettronica dovrebbe suonare.

Voto finale: 8.

Waxahatchee, “Saint Cloud”

wax

Il quinto album a nome Waxahatchee di Katie Crutchfield è un deciso cambio di tono e ritmi rispetto al suo precedente LP vero e proprio “Out In The Storm” (2017), più vicino all’EP “Great Thunder” uscito nel 2018. Le canzoni si avvicinano infatti al folk e al country, con liriche meno deprimenti rispetto al passato del progetto Waxahatchee.

Questa svolta è benvenuta: le canzoni sono armoniose, l’album è coeso e ricorda a tratti Father John Misty (meno spavaldo però) e i Fleet Foxes (con minori armonie vocali). Sin dall’apertura serena di Oxbow e della successiva Can’t Do Much capiamo la novità presente nell’estetica di Waxahatchee: la chitarra non si lancia in assoli quasi grunge come in passato, la voce di Katie è raccolta e l’atmosfera è molto folk, come già accennato.

Anche le liriche contribuiscono al cambiamento: se ad esempio in “Out The Storm” la Crutchfield scavava intensamente nella propria psiche e sviscerava i propri sentimenti, in “Saint Cloud” c’è una serenità d’animo solo a tratti intervallata da liriche più introspettive, come “And when I turn back around, will you drain me back out?” (Fire) e “If we make pleasant conversation, I hope you can’t see what’s burning in me” (Arkadelphia).

In conclusione, “Saint Cloud” è un ottimo esempio di come un’artista lodata per l’energia dei suoi lavori di gioventù possa affrontare la transizione verso lidi differenti, meno rumorosi ma anche più stimolanti, senza perdere nulla in termini di abilità compositiva.

Voto finale: 7,5.

U.S. Girls, “Heavy Light”

heavy light

Il nuovo disco di Meg Remy, l’artista dietro il progetto U.S. Girls, continua il percorso intrapreso con “In A Poem Unlimited” (2018), il lavoro della maturità, entrato agilmente nella lista dei migliori CD del 2018 di A-Rock peraltro. “Heavy Light” canta sempre di tematiche importanti, ma questa volta non legate al #MeToo, quanto piuttosto alla sorte del nostro pianeta e ai problemi dell’essere giovani visti da una persona ormai adulta.

Potremmo definire l’intera carriera di Meg caratterizzata dalla voglia di spingersi oltre i confini del pop convenzionale: in molti suoi precedenti album infatti abbiamo riferimenti a psichedelia, soul e musica sperimentale non comuni in artisti pop. “Heavy Light” continua questa tradizione: l’iniziale 4 American Dollars richiama soul e gospel, mentre And Yet It Moves / Y Se Mueve i Voidz più melodici e la musica spagnoleggiante.

Interessante la struttura del lavoro: a dividere i vari capitoli in cui “Heavy Light” è articolato troviamo degli intermezzi in cui voci campionate mescolate a quella della Remy enunciano frasi su un certo tema. Ad esempio, in Advice To Teenage Self Meg consiglia “I would tell her that I loved her, and that life is long”, mentre in The Most Hurtful Thing si richiamano episodi sgradevoli dell’infanzia vissuta da Meg Remy. Altrove invece ritornano le tematiche care a U.S. Girls: State House (It’s A Man’s World) contiene la lirica “But it’s just a man’s world, we just breed here”.

In conclusione, “Heavy Light” non è un CD pop immediato come possono essere Taylor Swift o Adele; tuttavia canzoni come Woodstock ’99 e 4 American Dollars non lasciano indifferenti. “In A Poem Unlimited” aveva quell’effetto sorpresa che non è più disponibile per questo lavoro, ma “Heavy Light” è un altro passo avanti per Meg Remy.

Voto finale: 7,5.

Anna Calvi, “Hunted”

hunted

“Hunted” è un breve EP e segue di poco più di un anno “Hunter”, il terzo CD a firma Anna Calvi. Fin dal titolo è evidente un cambio di prospettiva: se prima la cantautrice inglese di origine italiana si immaginava cacciatrice, pronta a azzannare chiunque non condividesse le sue idee in fatto di gender e promiscuità sessuale, adesso sono le canzoni che la inseguono.

Ad arricchire una ricetta già interessante sono molti ospiti di spessore: da Charlotte Gainsbourg a Julia Holter, passando per Joe Talbot degli IDLES e Courtney Barnett, le canzoni rilette in chiave ora acustica ora più rock assumono un diverso significato.

Le 7 canzoni per 30 minuti di durata passano tutte d’un fiato e confermano la fama di Anna Calvi come artista maledetta, debitrice di artisti come Nick Cave e Kate Bush. Spiccano soprattutto la eterea Swimming Pools, con collaborazione decisiva di Julia Holter, e Don’t Beat The Girl Out Of My Boy; ma nessuna è fuori luogo (sotto la media solo Away), creando un EP coeso e sempre intrigante.

Voto finale: 7,5.

Four Tet, “Sixteen Oceans”

four tet

Il produttore e DJ inglese Kieran Hebden, in arte Four Tet, in “Sixteen Oceans” ritorna verso atmosfere più quiete e rilassate rispetto al precedente “New Energy” (2017). Strumenti acustici si mescolano a sintetizzatori e armonie vocali inintelligibili, creando un insieme sonoro accattivante anche se a tratti un po’ inoffensivo rispetto agli alti standard a cui eravamo abituati da parte sua.

Le 16 tracce del CD farebbero pensare ad un’opera lunga; in realtà il minutaggio arriva a soli 54 minuti, sintomo di tracce brevi e accessibili fin da subito. Impressione confermata dal primo ascolto di “Sixteen Oceans”: Hebden infatti compone canzoni tranquille, ottime sia come sottofondo mentre si legge o si studia sia come centro dell’attenzione dell’ascoltatore. Ne sono chiari esempi School e Harpsichord.

Se la prima parte contiene tracce immediatamente godibili, nella seconda troviamo titoli decisamente più personali, quasi che il disco assumesse anche un significato strettamente privato per Four Tet. I brevi intermezzi This Is For You e Bubbles At Overlook 25th March 2019, assieme a Mama Teaches Sanskrit, sono esplicativi di questo fatto.

“Sixteen Oceans”, in future retrospettive sulla carriera di Four Tet, non risalterà certamente come il lavoro più innovativo o semplicemente riuscito dell’artista britannico (la palma probabilmente sarà di “Rounds” del 2003 o di “There Is Love In You” del 2010), il CD pare infatti un’opera di transizione verso nuovi lidi. Vedremo se la nostra impressione sarà confermata, di fondamentale rimane una cosa: anche quando è in modalità “pilota automatico” Kieran Hebden è incapace di scrivere brutte melodie.

Voto finale: 7.

Sufjan Stevens & Lowell Brams, “Aporia”

aporia

Il nuovo album di Sufjan Stevens, unanimemente riconosciuto come uno dei migliori cantautori americani degli ultimi vent’anni, è giunto come una vera sorpresa. Trattasi infatti di un album collaborativo, il terzo dopo “Planetarium” (2017) e la colonna sonora di The Decalogue (2019). Sufjan infatti non compone album solisti e puramente folk dal 2015, anno tragico per lui dopo la morte per cancro della madre, ma magico per i suoi fans, che hanno avuto in dono “Carrie & Lowell”, uno dei migliori album della scorsa decade e picco assoluto della discografia del Nostro, in cui al dolore immenso per la perdita subita si mescolavano musiche cristalline e struggenti.

Lowell Brams è il Lowell del titolo precedente, patrigno di Sufjan e figura fondamentale per la sua crescita e maturazione artistica. Lui ha infatti fondato la Asthmatic Kitty, casa discografica di lungo corso per Stevens e altri artisti d’avanguardia, oltre a fargli conoscere da piccolo la musica di Bob Dylan. Per festeggiare la pensione dell’ormai anziano Lowell, padre e figlio hanno ben pensato di comporre un disco celebrativo: mescolando new age, ambient ed elettronica i due paiono molto divertiti, malgrado i risultati non siano nemmeno lontanamente paragonabili ai migliori CD di Sufjan Stevens.

Il lavoro ricorda infatti uno dei primi e meno riusciti LP a firma Sufjan Stevens, “Enjoy Your Rabbit” (2001): un lavoro un po’ acerbo e sconclusionato, che ci fa capire come l’elettronica non sia proprio il genere prediletto per esaltare il talento del cantautore americano. “Aporia” è un CD frammentato, dove molte canzoni non superano il minuto di durata e la voce di Stevens è praticamente assente. I titoli sono a volte evocativi del mondo greco (Misology, Matronymic), altre volte misteriosi (Afterworld Alliance, For Raymond Scott). Non tutto è da buttare, ad esempio The Runaround e What It Takes sono buone, ma come già accennato non siamo ai livelli di “Illinois” (2005) o di “Carrie & Lowell”.

Ci fa piacere che Sufjan abbia trovato un po’ di pace, grazie anche alle figure veramente importanti per la sua vita, ma musicalmente parlando preferiremmo vederlo tornare sui terreni calcati nella parte centrale della sua carriera. Vedremo dove lo condurranno le sue personali Muse in futuro, di certo il talento di scrivere canzoni ancora una volta immortali non gli manca.

Voto finale: 6,5.

Childish Gambino, “3.15.20”

3.15.20

Il quarto e (almeno apparentemente) ultimo progetto a nome Childish Gambino di Donald Glover, star multimediale protagonista anche di celebri serie tv (Atlanta) e film (Solo: A Star Wars Story), è un album capace di ottime canzoni e momenti decisamente meno ispirati. Lo stesso dicasi per l’aspetto testuale, a volte punto forte del CD altre davvero ingenuo. Ma andiamo con ordine.

Il disco era stato peraltro introdotto in maniera almeno scombussolata: dapprima il lavoro messo in streaming sul sito di Glover, poi tolto e infine reso disponibile anche in tutti i servizi come Spotify e Apple Music con il titolo che richiama il giorno del “leak” e canzoni che non hanno titolo a meno di Time e Algorhythm. Ad aggiungersi al mistero di questo rilascio una copertina completamente bianca.

Insomma, la curiosità era enorme per molti motivi. Tuttavia, Childish Gambino si conferma il progetto di minor successo finora nella vita artistica di Donald Glover: solo in “Awaken, My Love!” (2016) il rapper diventato cantante funk era riuscito a trasmettere un messaggio completo e coerente, il vero manifesto dell’estetica di Childish Gambino. “3.15.20” torna in parte ai difetti che già influenzavano “Because The Internet” (2013) e soprattutto “Camp” (2011): testi a volte ingiudicabili per quanto sono smielati e ingenui, canzoni fin troppo artificiose e tirate per le lunghe. Ne è un chiaro esempio 12.38, più di 6 minuti con base monotona di cui almeno 2 possono essere rimossi.

Sul lato testuale riportiamo degli estratti chiarificatori: “Sweet thing, you moved to Southern California, sweet thing… you’ll still believe in fairy tales, sweet thing” (questa storia della “sweet thing” va poi avanti per quasi 8 minuti in 24.19); oppure “Maybe all the stars in the night are really dreams, maybe this world ain’t exactly what it seems” (cantata da Ariana Grande in 12.38). Peccato, perché alcune parti sono davvero ben scritte. Ad esempio in Algorhythm Glover canta: “So very scary, so binary. Zero or one, like or dislike, coal mine canary. I dream in color, not black and white.” La lirica più poetica e profonda è però la seguente, contenuta in 19.10: “To be happy really means that someone else ain’t”.

In conclusione, peccato davvero, poiché vi sono anche bei momenti nel corso del CD, tuttavia Childish Gambino non riesce a trasmettere in pieno tutto il suo talento nel corso dei 57 minuti di “3.15.20”. Sarà per la prossima volta (forse).

Voto finale: 6.

Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Blue Moon Rising”

blue moon

Il terzo ed ultimo EP pubblicato dalla nuova band del maggiore dei fratelli Gallagher prosegue la china discendente intrapresa con i due precedenti. Le sonorità psichedeliche ed acid rock tipiche dei Primal Scream non si adattano bene al Nostro, che anzi conferma un momento di appannamento che farà gongolare il fratellino Liam (autore poco tempo fa del pregevole “Acoustic Sessions” per di più).

“Blue Moon Rising” si apre con la title track: un pezzo un po’ psichedelico e un po’ à la Primal Scream, come già ricordato, che senza dubbio rinnova l’estetica di Noel ma poco aggiunge in termini di canzoniere ad uno che conta già, per esempio, Some Might Say e Don’t Look Back In Anger. Stesso dicasi per Wandering Star e Come On Outside, due brani britpop convenzionali che ricordano i dischi minori degli Oasis. I due remix di Blue Moon Rising poi non danno valore ad un EP mediocre.

Noel Gallagher era partito bene con la sua nuova avventura: i tre CD che avevano la firma dei Noel Gallagher’s High Flying Birds, specialmente l’ultimo “Who Built The Moon?” (2017), erano liberi da restrizioni e avevano rinverdito l’immagine di The Chief (questo il suo nickname ai tempi degli Oasis). La trilogia di EP cominciata con “Black Star Dancing” e proseguita poi con “This Is The Place” e questo “Blue Moon Rising” ha tuttavia intaccato questa rinascita. Vedremo il prossimo vero progetto di Noel cosa ci porterà; di certo negli ultimi due anni il vincitore dell’eterna guerra Noel-Liam è il secondo.

Voto finale: 5.

Gli album più attesi del 2020

L’anno, anzi la decade, sta per finire. Tuttavia, ad A-Rock guardiamo sempre al futuro e siamo pronti per un 2020 stellare. Andiamo a vedere insieme i CD più attesi da critica e pubblico: il nuovo anno si preannuncia ricco di ritorni attesissimi.

Peraltro, la tendenza a vedere nei primi anni della decade uno spartiacque viene suffragata da tre dati: “Nevermind” dei Nirvana, “Kid A” dei Radiohead e “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” di Kanye West sono stati incisi rispettivamente nel 1991, 2000 e 2010. Nessuno può negare l’influenza che questi classici hanno avuto sugli anni successivi, pertanto prepariamoci ai fuochi d’artificio.

Se nel gennaio 2019 avevamo eletto come artista più atteso i Vampire Weekend, ben ripagati dal pregevole “Father Of The Bride”, nel 2020 abbiamo due gruppi pronti a dare una svolta alla loro già prospera carriera: The 1975 e Tame Impala. In realtà entrambi avevano promesso di far uscire gli eredi di “A Brief Inquiry Into Online Relationships” (2018) e “Currents” (2015) nell’anno che sta per finire, ma entrambi vedranno la luce solamente nel 2020. Se da un lato, con i The 1975, abbiamo probabilmente la band rock di maggior successo fra i giovani, i Tame Impala hanno rivoluzionato il concetto stesso di psichedelia. Inutile dire che da “Notes On A Conditional Form” (dei britannici The 1975) e “The Slow Rush” (degli australiani Tame Impala) ci aspettiamo molto.

Se concentriamo la nostra attenzione sul mondo rock, notiamo che oltre The 1975 e Tame Impala, abbiamo altri beneamati artisti pronti a pubblicare nuovi dischi. Ad esempio, Dan Bejar aka Destroyer ha già annunciato che il nuovo lavoro del progetto, “Have We Met”, vedrà la luce il 31 gennaio. Anche gli IDLES, gruppo punk inglese osannato Oltremanica, pubblicherà il seguito di “Joy As An Act Of Resistance” (2017), intitolato provvisoriamente “Toneland”, l’anno prossimo. Vi sono poi tre gruppi ormai veterani dell’indie rock, ovvero Phoenix, Spoon e Real Estate, che dovranno confermare i precedenti lodevoli CD per restare sulla cresta dell’onda. Il mondo pop-punk (con venature emo) è poi giustamente in fermento per i ritorno di due fra le band più amate del movimento: i Green Day e i My Chemical Romance. Specialmente per i secondi, riunitisi dopo 7 anni, l’attesa è fortissima. Chiudiamo poi con due nomi conosciutissimi: The Killers e Red Hot Chili Peppers. Di loro non si hanno notizie certe, nondimeno gustare il seguito di “Wonderful Wonderful” e il nuovo LP dei RHCP con John Frusciante di nuovo nel gruppo varrebbe davvero tantissimo.

È tuttavia il mondo del pop a destare maggior curiosità: attesi al varco abbiamo pezzi da 90 del calibro di Frank Ocean, The Weeknd e Rihanna. Stiamo parlando di tre fra i più celebri artisti dei nostri anni, che vengono dai migliori lavori della carriera (RiRi e Frank) oppure da anni bui creativamente parlando (il canadese Abel Tesfaye). Ma non finisce qui: pare che anche Lady Gaga sia pronta a pubblicare il seguito di “Joanne” (2016), annunciato già nel 2019 ma poi posticipato per gli impegni cinematografici della Nostra.

Passando all’hip hop, ormai il genere dominante nelle classifiche di mezzo mondo, i nomi da tenere d’occhio sono due: Drake e Kendrick Lamar. Parliamo di due veri pesi massimi del panorama musicale contemporaneo: se il primo ha saziato i fans nel 2019 con la raccolta “Care Package”, è lecito aspettarsi il seguito del deludente “Scorpion” nel 2020? Pare di sì. Il contrario vale per K-Dot: dopo tre album clamorosi e il premio Pulitzer (!), saprà tenere testa a critica e pubblico con un altro lavoro altrettanto riuscito? Da non sottovalutare poi Travis Scott: il giovane rapper, reduce dallo strepitoso successo di “ASTROWORLD”, saprà creare un altro blockbuster di quel livello? Menzione infine per i Run The Jewels: il quarto capitolo della loro discografia, annunciato per il 2019, non ha ancora visto la luce. Ok, seguire “RTJ3” (2016) non è semplice, però anche illudere così i propri fans non è comportamento trasparente!

L’elettronica ha vissuto nel 2019 un anno interlocutorio: il 2020 però pare destinato a vedere il ritorno di artisti del calibro di The Avalanches, Caribou e Grimes. Soprattutto quest’ultima è davvero attesa al varco: dopo il buon successo di “Art Angels” (2015) e la sfilza di singoli pubblicati nel corso del 2019, cosa dobbiamo aspettarsi da “Miss Anthropocene”? Nome poi da tenere sott’occhio è Neon Indian: il progetto di Alan Palomo sembra finalmente pronto a pubblicare il follow-up di “VEGA INTL. Night School” (2015). Come sempre avvolto nel mistero il destino di “Dear Tommy” dei Chromatics: il 2020 sarà l’anno in cui l’ormai mitico album vedrà la luce?

Chiudiamo con una lista di artisti che hanno seminato indizi, ma su cui non abbiamo certezze: Fleet Foxes, Parquet Courts e Iceage fanno sicuramente parte di quei gruppi che hanno dato tanto alla musica degli anni ’10 e che siamo impazienti di sentire con pezzi inediti. Stesso dicasi per Strokes, St. Vincent e Car Seat Headrest. I primi vengono da tre anni d’inattività e Julian Casablancas pare concentrato sul progetto parallelo dei Voidz, ma mai dire mai giusto? Annie Clark invece ha remixato acusticamente il pregevole “MASSEDUCTION” (2017) l’anno seguente, ma pare pronta a riprendere l’attività là dove si era interrotta: brani indie pop, con improvvisi squarci di chitarra elettrica e testi corrosivi. Infine Will Toledo e compagni: loro vengono dal meraviglioso “Twin Fantasy” (2018) e, sebbene non vi siano certezze al riguardo, un suo erede pare probabile.

Insomma, il 2020 si annuncia un anno esplosivo, con molte promesse pronte a sbocciare e veterani che vogliono mantenere il comando delle operazioni. State sintonizzati: A-Rock proverà, al meglio delle sue possibilità, a guidarvi nel mare magno che è diventato il panorama musicale contemporaneo!

Recap: aprile 2018

Anche aprile è passato. Musicalmente, possiamo definirlo un mese di transizione: maggio sarà infatti ricco di eventi, con i ritorni di Arctic Monkeys, Beach House e Courtney Barnett. Nondimeno, abbiamo un CD candidato a disco dell’anno di A-Rock. Abbiamo recensito soprattutto artiste: i CD di Janelle Monáe, Kacey Musgraves, Cardi B e Frankie Cosmos sono gli highlights. Tra i maschietti, abbiamo i lavori di The Weeknd e Amen Dunes. Buona lettura!

Janelle Monáe, “Dirty Computer”

janelle

Il terzo album di Janelle Monáe, popstar ormai di livello internazionale, era attesissimo. Dopo due pregevoli CD, che avevano fatto di lei la più degna erede di Prince, “The ArchAndroid” (2010) e “The Electric Lady” (2013), tutti la attendevamo al varco: riuscirà a replicarsi? Oppure arriverà un’inevitabile flessione? Beh, la bella Janelle non solo si è replicata, è riuscita addirittura a migliorare i risultati dei suoi primi due lavori.

Se c’era un difetto in “The ArchAndroid” e “The Electric Lady”, era l’eccessivo numero di canzoni e, di rimando, il minutaggio: entrambi superavano l’ora, con 17-18 canzoni, divise in entrambi i casi in due suite. Janelle utilizzava uno pseudonimo, Cindi Mayweather, appunto un androide, attraverso cui narrava metaforicamente le difficoltà dei “diversi”, che si parlasse di razza, sessualità o religione. Insomma, progetti di sfrenata ambizione, riusciti ma non per tutti i palati. Con “Dirty Computer”, invece, l’artista statunitense ha puntato il dito sui propri tormenti interiori, risultando in un LP più semplice ma anche più coeso; in poche parole, un capolavoro.

L’inizio è ottimo: nella breve intro Dirty Computer notiamo il decisivo contributo del grande Brian Wilson, ex Beach Boys; il primo highlight è Crazy, Classic, Life: Prince sarebbe molto fiero che la sua protetta abbia prodotto un pezzo così perfetto. Non mancano, oltre a Wilson, altre collaborazioni eccellenti: da Pharrell Williams a Grimes, passando per Zöe Kravitz (figlia di Lenny) allo stesso Prince, che prima della morte avrebbe contribuito ad ispirare la Monáe. Insomma, alcuni dei maggiori artisti dello scenario contemporaneo e della storia del pop/rock.

Altri pezzi notevoli sono Pynk, pezzo funk minimal in cui Janelle invita tutti a ballare sulle basi di Grimes; il singolo Make Me Feel, grande funk che non fa rimpiangere i tempi di James Brown e Michael Jackson; e I Like That. L’unica traccia leggermente sotto la media è I Got The Juice, con Pharrell, ma insomma sarebbe comunque un buon pezzo nelle tracklist del 90% dei CD R&B degli ultimi anni.

Liricamente, basti dire che Janelle ha eletto lo slogan “Let the rumours be true” a simbolo di “Dirty Computer”: diciamo che i gossip relativi alla sua sessualità vengono più volte confermati nel corso del disco. Il breve film tratto dal disco e i video dei singoli avevano già fatto intravedere il coming out: diamo atto che l’artista ha sempre avuto atteggiamenti ambigui, ma questa confessione dimostra coraggio. Insomma, “Dirty Computer” pare più avere lo scopo di esorcizzare i propri demoni che possedere messaggi universali, tuttavia i testi non risultano mai banali o troppo concentrati sull’ego di Janelle.

In conclusione, la Monáe, con questo disco, ha probabilmente raggiunto il picco delle proprie capacità: nello spazio di 14 canzoni e 49 minuti di durata, ha coperto un tale territorio musicale che molti artisti non riescono a coprire in un’intera carriera. Dal rap di Django Jane, al funk di Crazy, Classic, Life, passando per l’R&B di I Like That e Americans e l’elettronica soft di Pynk… Insomma, come già detto, un capolavoro fatto e finito. Uno dei più bei CD non solo dell’anno, ma dell’intera decade.

Voto finale: 9.

Amen Dunes, “Freedom”

freedom

“Freedom” è il quinto lavoro del cantautore americano Damon McMahon, in arte Amen Dunes; ed è probabilmente quello destinato ad ottenere il maggior successo. McMahon infatti, per la prima volta, si affida ad un rock molto orecchiabile, abbandonando le influenze ambient e sperimentali che caratterizzavano i suoi precedenti CD, per rifarsi a classici come Bob Dylan e Neil Young.

Già la prima traccia vera e propria, dopo la sognante Intro, è testimonianza forte di questo cambiamento: Blue Rose è un pezzo delicato, apparentemente facile, ma che in realtà migliora ad ogni ascolto, un po’ come tutto il disco. Ma i brani riusciti non sono certo finiti qui: il nucleo del CD è Believe, pezzo di quasi sei minuti ma per nulla monotono. Buona anche Skipping School. Risultano invece meno belle Calling Paul The Suffering e L.A., troppo lunga. In generale, tuttavia, come già accennato, “Freedom” migliora ad ogni ascolto, rivelando sempre nuovi dettagli, anche grazie all’ottima produzione.

Liricamente, “Freedom” tratta il tema della perdita di una persona cara: la madre di Damon è morta di cancro alcuni anni fa, proprio mentre lui stava componendo il disco, che dunque riflette questa tragica perdita. Non a caso, predominano temi religiosi: Believe lo fa intuire già dal titolo, mentre in Blue Rose canta “We play religious music. Don’t think you understand, man”. Nondimeno, il disco è più affascinante per le sonorità che per i testi, spesso infatti la voce di Damon è soffusa e le parole inintelligibili, sulla falsariga di Panda Bear o Bradford Cox dei Deerhunter, per intendersi.

In conclusione, siamo di fronte ad una “rivoluzione conservatrice”, verrebbe da dire: McMahon, partito da lidi sperimentali, è finito per approdare a suoni e ritmi più accessibili, fra folk e rock. Anche una mossa del genere denota coraggio; quando poi i risultati sono così eccellenti, non si può non lodarla.

Voto finale: 8.

Kacey Musgraves, “Golden Hour”

kacey

Al quarto album non indipendente, la prolifica cantante americana Kacey Musgraves ha finalmente trovato quello che gli anglosassoni chiamano “breakthrough”: quel momento in cui anche il grande pubblico inizia ad apprezzarti e dai piccoli club si iniziano a riempire le arene medie e si viene invitati ai festival. Premio meritato, dato che “Golden Hour” è uno dei migliori album country del decennio.

Il CD mescola abilmente ballate a pezzi più pop, quasi dance (ad esempio High Horse), facendo di “Golden Hour” un ibrido strano, ma non in senso negativo; anzi, è proprio la bravura della Musgraves a muoversi con equilibrio tra generi apparentemente lontani a farne uno dei dischi più apprezzati dell’anno, sia dalla critica che dal pubblico.

L’inizio è magnifico: Slow Burning è, nomen omen, lenta a carburare anche nella realtà, ma è una canzone davvero magnifica. Anche la successiva Lonely Weekend è importante nell’economia dell’album, dato che introduce in maniera squisita la dualità del disco: un country finalmente al passo con i tempi, che possa comunicare qualcosa anche a chi non ama il genere. Altri ottimi brani sono la title track e l’intensa Love Is A Wild Thing. Oh, What A World inizia a metà fra Bon Iver e Daft Punk, ma poi vira su territori più conosciuti a Kacey. Convincono meno Butterflies e Happy & Sad, che sono non per caso anche i pezzi più “conservatori” del lavoro.

I testi della Musgraves rimandano soprattutto a temi legati all’amore, soprattutto a relazioni passate, quando lei canta per esempio “Sunsets fade and love does too” in Space Cowboy, oppure “All I need’s a place to land” in Wonder Woman. Tutto, però, ha una conclusione lieta in Rainbow, che già nel titolo racchiude il messaggio che la cantante ha infine trovato una sorta di pace interiore.

In conclusione, la bella Kacey Musgraves ha tutto per sfondare: grande fascino, talento compositivo non comune, abilità canora e presenza scenica. Che sia lei la prossima stella del country, famosa non solo in America?

Voto finale: 8.

Cardi B, “Invasion Of Privacy”

cardi b

L’esordio discografico della rapper americana Cardi B, anticipato dal celeberrimo singolo Bodak Yellow e da molti altri in cui spiccavano collaborazioni con SZA e Chance The Rapper, è sorprendente. Molti haters pensavano che lei sarebbe stata sopraffatta dalla pressione di produrre un CD all’altezza di quel primo singolo, ma lei non ha deluso. Affrontando generi molto differenti, pur restando nel sentiero a lei più congeniale della trap, Cardi B è riuscita a parlare della sua “prima vita” non risultando monotona, anzi essendo coinvolgente, forte e fragile allo stesso tempo.

Ma andiamo con ordine. “Invasion Of Privacy” ha almeno due pregi: la lunghezza e il numero di canzoni sono pienamente accettabili (13 pezzi per 49 minuti) e la franchezza di Belcalis Almanzar (questo il vero nome di Cardi B) nel parlare anche dei fatti più brutti da lei vissuti è ammirevole. Abbiamo versi notevoli come “I write a verse while I twerk”, in She Bad, riferimento al suo passato da spogliarellista che sognava di diventare una famosa rapper; oppure “Those comments used to kill me. But never did I change, never been ashamed”, in Best Life: i commenti sono superflui.

Musicalmente, come già anticipato, il disco si inserisce nel filone trap che sta diventando dominante nel rap moderno: non a caso fra i collaboratori ingaggiati da Cardi B troviamo i Migos, grandi esponenti del genere. Nondimeno, anche chi non ama alla follia la trap può trovare qualcosa di interessante: dal rap melodico e non troppo carico di Get Up 10, al rap-gospel di Best Life (dove non a caso compare Chance The Rapper), al reggae di I Like It per finire con il pop suadente di Ring. Insomma, un cocktail sonoro esplosivo, impreziosito dalle collaborazioni con SZA, Chance The Rapper, Migos, Kehlani e 21 Savage.

Non tutto fila liscio: quando si prendono tutti questi rischi, è fisiologico. Non convincono appieno Money Bag e Bartier Cardi, ma i risultati complessivi sono comunque accettabili. Complessivamente, dunque, “Invasion Of Privacy” è un buon esordio per Cardi B, che probabilmente in futuro avrà modo di affinare ulteriormente il suo stile. Le premesse per una carriera radiosa ci sono tutte: puntare contro di lei si è rivelato un errore.

Voto finale: 7,5.

Frankie Cosmos, “Vessel”

vessel

Il terzo album di Greta Kline, meglio conosciuta con il nome d’arte Frankie Cosmos, è un ulteriore approfondimento dell’indie rock che l’ha resa celebre. Non il suo lavoro migliore, però senza dubbio merita un ascolto attento, sia per le canzoni presenti che per le liriche, sempre pungenti.

Il grande problema di “Vessel” è l’eccessiva frammentarietà: stiamo parlando di un disco composto da 18 canzoni ma di soli 33 minuti di durata! Molte infatti non raggiungono nemmeno i due minuti. Non è un caso, tuttavia, che le più belle siano quelle più rifinite: per esempio Caramelize e Being Alive. In effetti, “Vessel” ha il suo fascino, in un certo senso, proprio in questo senso di indeterminatezza: sembra di aver sorpreso un artista nel bel mezzo della lavorazione.

Testualmente, la Kline si conferma molto abile nel fotografare la condizione dei ventenni contemporanei, sospesi fra precarietà e voglia di vivere. Tra le liriche più efficaci abbiamo “Being alive matters quite a bit, even when you feel like shit”, contenuta in Being Alive, e “I wasn’t built for this world. I had sex once, now I’m dead”, in Cafeteria. In generale, dunque, traspare un certo pessimismo per il futuro, non inusuale in Greta e in molti giovani.

Tra i brani migliori abbiamo le già citate Caramelize e Being Alive; molto carina anche Jesse. Convincono meno i pezzi più abbozzati, come Bus Bus Train Train e gli intermezzi (addirittura sotto al minuto) Hereby, Ur Up? e My Phone. Peccato, perché con questi pezzi definitivamente compiuti avremmo avuto risultati migliori.

In generale, pertanto, l’evoluzione di Frankie Cosmos ha subito una battuta d’arresto, non tanto in termini di qualità quanto in termini di compiutezza dei brani ed eccessiva frammentarietà della tracklist. Risolti questi due problemi, la Kline potrebbe regalarci il lavoro superbo che tutti sappiamo essere nelle sue corde.

Voto finale: 7,5.

The Weeknd, “My Dear Melancholy, EP”

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Il nuovo lavoro di Abel Tesfaye è un breve EP, composto da sei canzoni e della durata di 21 minuti: un disco agile, finalmente, dopo due album buoni ma penalizzati da un eccessivo numero di canzoni come “Beauty Behind The Madness” (2015) e “Starboy” (2016). Le sonorità di The Weeknd, inoltre, segnano un ritorno alle origini per l’artista canadese: l’R&B oscuro di “My Dear Melancholy,” riporta ai primi tre mixtape pubblicati da Tesfaye, in particolare “House Of Balloons” (2011). Il problema è che le canzoni non sono così innovative ed efficaci come suonavano i pezzi della trilogia di mixtape pubblicati ormai sette anni fa.

Abbiamo senza dubbio una produzione raffinata e un mixaggio ottimo, ma la sostanza dei pezzi è meno consistente: tra i migliori abbiamo Try Me e Calling Out My Name, mentre sono meno riusciti Wasted Times e la conclusiva Privilege.

La cover, molto scura, come il titolo “My Dear Melancholy,”, con quella virgola messa in fondo, fa capire che il lavoro è più diretto ad affrontare i demoni interni di Abel, fatti di cadute in depressione e uso di droghe, che per parlare di temi universali, quasi si trattasse di una lettera a sé stesso.

In generale, dunque, non siamo certo di fronte ad un lavoro rivoluzionario, ma The Weeknd cerca con questo buon EP di ingraziarsi quella fetta del suo (immenso) pubblico che non aveva gradito troppo la svolta pop intrapresa a cavallo fra mixtape ed album veri e propri. Un buon punto di (ri)partenza, aspettando di capire se la popstar canadese tornerà in territori R&B anche nel suo prossimo CD oppure rimarrà sul pop à la Michael Jackson che lo ha reso celebre.

Voto finale: 7.

 

I migliori album del 2015

Il 2015 è stato un anno da incorniciare per la musica: tanti artisti importanti hanno fatto il loro ritorno sulle scene dopo anni di assenza (Blur, Sleater-Kinney e Libertines su tutti); molte nuove leve hanno fatto la loro comparsa sulla scena, specialmente nel mondo del rock (basti ricordare Courtney Barnett e Wolf Alice); inoltre, giovani cantanti già emersi si sono confermati ad altissimi livelli, come la talentuosa FKA Twigs. Niente a che vedere con il 2014 quindi, che anzi si era (ahimè) distinto per lo scarso livello medio della produzione musicale, tranne alcune rarissime eccezioni: giusto Real Estate, Sun Kil Moon e Aphex Twin spiccavano.

Prima di iniziare, vorrei però nominare cinque dischi che, malgrado siano ben fatti, non hanno trovato posto nella Top 35 di fine anno: abbiamo l’hip hop di Vince Staples con “Summertime ’06”; Florence And The Machine con il bel “How Big, How Blue, How Beautiful”; i Dead Weather di Jack White con il potente “Dodge & Burn”; il debutto di Floating Points (nome d’arte dell’inglese Sam T. Shepherd), intitolato “Elaenia”; e infine l’indie rock sempre gradevole di Kurt Vile, che con “B’lieve I’m Goin’ Down” aggiunge un altro bel tassello alla sua ottima carriera. Noterete poi che, dopo i nomi degli artisti e i titoli dei rispettivi CD, ho inserito il genere predominante (o i generi) dell’album: un modo ulteriore per aiutare i lettori ad orientarsi nel magma musicale moderno e, magari, scoprire nuovi cantanti o generi.

Ecco qua dunque la scelta dei 35 migliori album dell’anno che sta per concludersi, con una precisazione: il ritorno sulla scena musicale di D’Angelo con “Black Messiah” è datato dicembre 2014, ma non metterlo in nessuna lista dei migliori album sarebbe stato un delitto imperdonabile. Per questo ho optato per una piccola eccezione, ma se non lo avete ancora sentito mi ringrazierete per il consiglio musicale!

35) Muse, “Drones”

(ROCK)

Al settimo album, i Muse decidono di tornare alle origini: suoni molto hard rock e pochi fronzoli. Questo almeno sembra ascoltando alcuni singoli estratti, soprattutto Reapers. I Muse però non rinunciano alle contaminazioni: il pop smielato di Mercy (un po’ ripetitiva) e della title track però paradossalmente rovina il risultato complessivo. Infatti, possiamo contare pezzi tosti ma convincenti come la già citata Reapers e The Handler; una potenziale canzone dei Depeche Mode come la riuscita Psycho e una suite di ben 10 minuti (The Globalist) all’attivo dell’album. Il passivo è rappresentato dalla vena politica data al tutto: perché inserire i richiami a “Full Metal Jacket” di Drill Sergeant e a Kennedy in JFK? Probabilmente per ragioni di marketing, ma i risultati sono quasi farseschi a tratti. Ecco, diciamo che se i Muse avessero osato fino in fondo (rock/metal al 100%, meno pop e prevedibili hit) probabilmente il risultato sarebbe stato ancora migliore. Non per questo però “Drones” è un CD da buttare, sia chiaro. Anzi…

34) Coldplay, “A Head Full Of Dreams”

(POP)

I Coldplay potranno non piacere, ma una cosa va detta: non hanno mai fatto l’errore di restare fermi, musicalmente parlando. A partire da “Viva La Vida Or Death And All His Friends” (2008), infatti, hanno virato progressivamente verso un “pop in technicolor” quanto mai ballabile e gradevole: se con “Ghost Stories” del 2014 era venuto fuori il lato pessimista e triste di Chris Martin (anche a seguito del divorzio da Gwyneth Paltrow), con il nuovo “A Head Full Of Dreams” la band britannica dà libero sfogo al suo lato sbarazzino e danzereccio. Tendenza evidente in brani come la title track e Adventure Of A Lifetime; tuttavia, i sempreverdi Coldplay non hanno avuto il coraggio di cambiare completamente pelle. Sono proprio i brani più classici, come Everglow e Army Of One, che deludono. Interessanti le collaborazioni con Beyoncé (in Hymn For The Weekend) e Noel Gallagher (nella bella Up&Up), sintomo che i Coldplay non hanno ancora esaurito le cartucce a loro disposizione: che R&B e britpop siano le prossime frontiere da esplorare per Martin & co.? Insomma, “A Head Full Of Dreams” non è certamente un lavoro perfetto, né tantomeno il migliore della produzione dei Coldplay (i primi due LP, “Parachutes” e “A Rush Of Blood To The Head”, sono probabilmente irraggiungibili); d’altro canto, però, se sono la più grande pop-rock band del mondo un motivo deve pur esserci, no? Se questo sarà davvero l’ultimo album della carriera del gruppo britannico, la chiusura non sarà stata certo un fiasco.

33) Disclosure, “Caracal”

(ELETTRONICA – POP)

I fratelli Lawrence sono tornati: a due anni dal fortunato “Settle”, il loro fulminante esordio, il sound dei Disclosure è però decisamente differente. Se in “Settle” erano privilegiati suoni tipici della house e della disco music anni ’80, in “Caracal” i Lawrence, anche supportati da ospiti di assoluto prestigio (Lorde, The Weeknd e Sam Smith fra gli altri), virano decisamente verso la black music. Le migliori tracce, da Holding On a Willing & Able, passando per Nocturnal, ricalcano le sonorità tipiche dell’R&B; le tracce puramente dance si contano sulle dita di una mano e non sono certo indimenticabili (Jaded, con Howard Lawrence alla voce, la migliore). Complessivamente, dunque, un leggero passo indietro per il giovane duo britannico: la spontaneità di “Settle” è stata abbandonata a favore di suoni più maturi e più vari, ma generalmente meno trascinanti. Evolvere però non è certamente un peccato: per richiamare la Intro di “Settle”, “the reality is… everything changes.” Mai parole furono più veritiere.

32)Oneohtrix Point Never, “Garden Of Delete”

(ELETTRONICA – SPERIMENTALE)

Il produttore statunitense Daniel Lopatin, noto artisticamente con lo pseudonimo Oneohtrix Point Never, vince a mani basse il premio di “album più pazzo dell’anno” con “Garden Of Delete”. Il suo suono non è mai stato così destrutturato e frammentato: specialmente nella prima parte dell’album, si stenta a riconoscere la forma-canzone canonica. In mezzo però alle mille stranezze del CD (suoni eterei, voci lontane e storpiate da vari effetti e riverberi) si contano anche alcune melodie davvero affascinanti: la parte centrale di Ezra, il breve intermezzo SDFK, la lunga suite Mutant Standard e la romantica Child Of Rage sono notevoli. Se Lopatin avesse proseguito su questo tragitto, probabilmente i risultati sarebbero stati ancora migliori; tuttavia, la “crisi del settimo album” non si sente proprio. Pur non raggiungendo i brillanti risultati di “Replica” (2011), questo “Garden Of Delete” non è comunque per niente male.

31) Dr. Dre, “Compton”

(HIP HOP)

Quello che probabilmente sarà l’ultimo album della carriera di cantante di Andre Romelle Young (in arte Dr. Dre) è un trionfo: nato come soundtrack al film “Straight Outta Compton”, che narra dell’infanzia e dell’inizio della carriera di Dre nel gruppo N.W.A., “Compton” conta un bouquet di collaborazioni che farebbe impallidire chiunque: Kendrick Lamar, Eminem e Snoop Dogg tra i più celebri, ma si contano anche molte giovani leve della casa discografica di Dr. Dre. Musicalmente parlando, le partecipazioni di questi mostri sacri aiutano a rendere imperdibile un CD che contava già ottime basi. Bellissima è infatti Genocide con Kendrick e buona Talk About It: sono queste probabilmente le più belle canzoni del disco. Peccato per la parte centrale un po’ pesante, ma il finale riscatta pienamente questo piccolo difetto: le collaborazioni con Snoop Dogg (in One Shot One Kill e Satisfiction) ed Eminem (nella potente Medicine Man) sono tra i migliori pezzi hip hop dell’anno. Insomma, davvero un ottimo modo di concludere una già rimarchevole carriera da parte di Dr. Dre, già noto come produttore ed imprenditore (avete presente Beats?); insomma, un genio poliedrico, che in “Compton” ha riassunto alcune tra le pagine più importanti (e delicate) della sua tormentata adolescenza.

30) Brandon Flowers, “The Desired Effect”

(POP)

L’ultimo CD dei Killers risale ormai a tre anni fa: “Battle Born” (2012) purtroppo si era rivelato un totale fiasco. Troppo sovraccarico, artefatto e senza le grandi hit che avevano contraddistinto i precedenti lavori della band losangelina (basti ricordare Mr Brightside, Read My Mind e Human fra le altre). Ebbene, Brandon Flowers, frontman dei Killers, sforna il secondo album solista (il primo, “Flamingo”, è datato 2010) e “The Desired Effect” sorprende per qualità compositiva e coesione. Ottimi i primi due brani in scaletta, Dreams Come True e Can’t Deny My Love; ma in generale non ci sono pezzi davvero brutti o mediocri. Non male anche Still Want You (con coretti molto british) e Lonely Town, che ricorda molto i Duran Duran e i Depeche Mode delle origini. L’album è dunque una piacevole sorpresa, che dimostra che probabilmente “Battle Born” è stato solamente un passo falso. Anche Flowers ha ammesso che non era abbastanza buono in varie interviste: non resta che aspettare e sperare che tornino i fasti di “Hot Fuss” (2004), il fulminante esordio dei Killers. Di certo, “The Desired Effect” è il migliore LP di Flowers da sette anni a questa parte. E dimostra che il revival anni ’80 evidentemente non passa mai di moda: Dire Straits e Police hanno ancora una certa influenza sui musicisti contemporanei.

29) Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Chasing Yesterday”

(ROCK)

“Inseguendo ieri”: questa la traduzione di “Chasing Yesterday”, secondo lavoro solista di Noel Gallagher, ex leader degli inglesi Oasis, una delle band simbolo del movimento britpop dei primi anni ’90. I timori di trovarsi di fronte ad un album rivolto solo al passato fortunatamente sono presto fugati: già al primo ascolto “Chasing Yesterday” si caratterizza per un maggior sperimentalismo rispetto al precedente “Noel Gallagher’s High Flying Birds”. Certo, mancano hit come If I Had A Gun… e The Death Of You And Me, ma anche il nuovo CD contiene pezzi interessanti come In The Heat Of The Moment e The Ballad Of The Mighty I. Colpisce inoltre Lock All The Doors, la base più strokesiana mai creata da un Gallagher. In generale, possiamo dire che i due album solisti di Noel si equivalgono, entrambi essendo sullo stesso (buonissimo) livello. Non capolavori, ma certamente godibili. In una scala “oasisiana”, possiamo collocare “Chasing Yesterday” ai livelli di “Dig Out Your Soul” (2008) e “Don’t Believe The Truth” (2005): non male, Noel.

28) The Weeknd, “Beauty Behind The Madness”

(POP – R&B)

Uno dei dischi dell’estate, il nuovo CD del canadese Abel Tesfaye, in arte The Weeknd. E già potrebbero arrivare le prime critiche: troppo commerciale, è solo un insieme di canzoncine da spiaggia… Tutto (parzialmente) vero, però i pregi di “Beauty Behind The Madness” sono senza dubbio maggiori dei difetti. Dopo vari mixtapes e due veri e propri album, “Trilogy” (2012, compilation di tre mixtapes precedenti) e il poco riuscito “Kiss Land” del 2013, “Beauty Behind The Madness” ritorna ai fasti del bel mixtape “House Of Balloons”, solo con maggiore attenzione alla parte melodica delle canzoni. Il genere è sempre un R&B molto pop, ma efficace: i singoli The Hills e Can’t Feel My Face sono davvero belli, meno la celeberrima Earned It (che faceva parte della colonna sonora del film tratto dalle “cinquanta sfumature di grigio”, che non commenterò per carità di patria). Sono intriganti anche i pezzi più romantici, come Acquainted e Real Life. In conclusione, se avessimo di fronte un LP da 50 minuti (e non 65) parleremmo di CD dell’anno o cose simili; purtroppo, alcuni pezzi non perfetti rovinano il quadro generale. Perdoniamo però The Weeknd, che con una voce del genere può permettersi anche qualche passo falso.

27) Hot Chip, “Why Make Sense?”

(ROCK – ELETTRONICA)

Gli Hot Chip sono giunti al sesto lavoro di inediti, ma il passare del tempo non sembra influire troppo sulla loro peculiare qualità di scrivere canzoni gradevoli, ballabili e senza impegno, contemporaneamente però trattando temi non semplici come la sensazione che la propria gioventù sia passata e i rapporti interpersonali, in ogni loro sfumatura. Tutta questa introduzione vuol significare che “Why Make Sense?” è un disco finalmente adulto; pur non raggiungendo la bellezza di “One Life Stand” (2010), non intacca la qualità media della produzione della band inglese. Una volta gli Hot Chip erano in un certo senso sottovalutati: considerati gli LCD Soundsystem in salsa british, hanno dimostrato di poter competere per la palma di “più importante band dance/funk del decennio” senza problemi. In “Why Make Sense?” troviamo brani efficaci come Huarache Lights, Cry For You (bello il finale à la Caribou) e Easy To Get; meno belle le ballate, come White Wine And Fried Chicken e in generale la parte centrale del CD. Il miglior pezzo è però la title track, che richiama decisamente i R.E.M. di “Monster”: segno forse che una svolta è in atto nel sound del gruppo? Il risultato è dunque apprezzabile: se consideriamo che è solamente il quarto LP più riuscito degli Hot Chip, si comprende che l’asticella è posta ad un livello davvero alto.

26) Destroyer, “Poison Season”

(ROCK – POP)

“Poison Season” è il decimo album di inediti della band canadese Destroyer, il primo dopo il bellissimo “Kaputt!” (2011). L’EP del 2013, “Five Spanish Songs”, era stata una piacevole parentesi “latina” nella produzione dei Destroyer, che però con “Poison Season” tornano sul sentiero tracciato nella loro ormai ventennale carriera. Questo CD non passerà alla storia come il loro più bel lavoro, ma di certo non abbassa il livello medio della loro produzione: Dream Lover è un capolavoro indie, mentre Forces From Above è più barocca, ma non meno efficace. Tuttavia, è la romanticissima The River la vera perla dell’album. Si nota un progressivo allentarsi del ritmo e della tensione in “Poison Season”, quasi che Bejar & co. cerchino il raccoglimento dell’ascoltatore prima della bella conclusione di Times Square, Poison Season II. In conclusione, se a tratti l’LP può apparire pesante e fin troppo sofisticato, è anche vero che di band che arrivano al loro decimo CD nelle brillanti condizioni dei Destroyer ne esistono (e ne sono esistite) pochissime.

25) Libertines, “Anthems For Doomed Youth”

(ROCK)

Un nuovo album dei Libertines era altamente improbabile anche solo da concepire un anno fa: Pete Doherty sembrava ormai definitivamente perso, tra problemi di droga e sentimentali; Carl Barât aveva intrapreso una (non esaltante) nuova avventura con i Dirty Pretty Things. Insomma, dopo soli due album di inediti la carriera del gruppo inglese sembrava già finita. Poi, all’improvviso, l’incredibile notizia: Libertines pronti alla reunion, con nuovo CD annesso. In generale, possiamo dire che “Anthems For Doomed Youth” non raggiunge i livelli dell’esordio della band, quell’”Up The Bracket” (2002) che ha contribuito a formare molti gruppi indie rock successivi. E’ però sicuramente migliore di “The Libertines” del 2004 e di gran parte del lavoro di Barât con i Dirty Pretty Things e del Doherty frontman dei Babyshambles. Quindi, in sintesi, davvero niente male: pezzi come Barbarians e Gunga Din, se fossero stati scritti nell’epoca pre-Strokes, avrebbero fatto gridare al miracolo. La stessa title track non è male, così come la conclusiva Dead For Love (evidente il richiamo alle vicissitudini occorse fra Doherty e Kate Moss). “Anthems For Doomed Youth” regala quindi un buon LP ai fan del britpop e del rock più sbarazzino, due dei generi dove Doherty e Barât eccellono. E conferma che, se la sua produzione non fosse stata fermata dai continui periodi in rehab, Pete Doherty sarebbe uno dei più importanti cantanti della sua generazione.

24) Foals, “What Went Down”

(ROCK)

Il quarto lavoro di studio degli inglesi Foals, “What Went Down”, può essere catalogato come uno dei CD rock migliori del 2015. Considerati gli inizi underground, i Foals hanno fatto decisi passi avanti verso il rock da stadio (U2 e Coldplay sono maestri in questo): già dalla title track capiamo questo trend. La voce di Yannis Philippakis è più roca e tirata che mai, molto di più per esempio che nel precedente LP “Holy Fire” (2013). Certo, la band inglese non inventa nulla: i riferimenti a Cure, Arctic Monkeys e in genere l’indie dei primi anni 2000 è innegabile. Il CD resta comunque molto piacevole, sapendo mescolare sapientemente i generi musicali coinvolti nel mix “foalsiano”. In generale possiamo affermare senza tema di smentita che “What Went Down” è il lavoro più qualitativamente equilibrato nella produzione dei Foals, peraltro quasi sempre non disprezzabile: dal pop di Birch Tree al rock di What Went Down, già citata, tutto gira a meraviglia. Uno dei più intriganti CD britannici dell’anno: e considerando che il 2015 contava artisti UK del calibro di Jamie xx, Florence And The Machine e Mumford And Sons (rispettivamente: magnifico il lavoro di Jamie, buono quello di Florence, pessimo quello dei Mumford And Sons) non era così scontato.

23) Wilco, “Star Wars”

(ROCK)

Giunti al nono album di inediti, gli statunitensi Wilco si confermano ad alti livelli. Stiamo parlando di una delle band di alternative rock più significative degli ultimi vent’anni: “Yankee Hotel Foxtrot” del 2002 è uno degli album più importanti del decennio, oltre che una delle più strazianti testimonianze dello scoramento degli Stati Uniti post-11 settembre 2001. “Star Wars” si afferma come un lavoro abbastanza sperimentale, ma contemporaneamente in grado di non scontentare i fans più tradizionalisti della band. Le prime due tracce, la breve EKG e More…, sono molto beatlesiane, mentre la seguente Random Name Generator è molto più nel tradizionale solco tracciato da Jeff Tweedy & co. negli ultimi anni. Un po’ R.E.M. (come in The Jock Explained), un po’ Grizzly Bear (nella bella You Satellite), i Wilco riescono a stare sempre sul pezzo, pur con un album che non supera i 40 minuti di lunghezza. E con già otto album alle spalle non era una missione così scontata. PS: “Star Wars” è stato distribuito gratuitamente sul sito ufficiale del gruppo. Perché gli U2 non prendono nota e, la prossima volta, non fanno anche loro così invece di obbligare i clienti Apple a possedere il loro CD? Un po’ di umiltà non fa male.

22) Tobias Jesso Jr, “Goon”

(POP)

Può un album incentrato esclusivamente sul pianoforte e sulla voce del cantante (l’esordiente canadese Tobias Jesso Jr) essere in grado di tenere concentrato l’ascoltatore per tutti i suoi 46 minuti di durata? Beh, evidentemente sì. Jesso Jr, malgrado sia al primo lavoro da solista, riesce a catturare anche i non amanti della musica pop romantica, con pezzi come Can’t Stop Thinking About You (molto classica, non a caso posta come apertura del CD) e Without You (più complessa, anche come orchestrazione). Come si capisce dai titoli dei brani, il tema principale è l’amore, ma Tobias lo racconta con grazia, senza essere obbligatoriamente strappalacrime. Ovviamente il primo riferimento a cui si guarda ascoltando “Goon” è Elton John, ma anche artisti meno celebri rientrano nel novero delle influenze di Jesso Jr. Nel mondo infatti vi sono pianisti stimati come Lang-Lang o il nostro Ludovico Einaudi, ma indubbiamente avere voci fresche come Tobias Jesso Jr aiuta a mantenere la passione per una parte della scena musicale magari ricercata e di nicchia, ma che sa regalare perle come “Goon”. Una delle maggiori promesse del pop mondiale: questo è Tobias Jesso Jr.

21) Natalie Prass, “Natalie Prass”

(POP)

L’esordio della cantautrice americana Natalie Prass richiama fortemente le atmosfere pop e jazz anni ’60, ma cerca di rinnovarle e attualizzarle al XXI secolo. Un’operazione tentata molte volte, ma la giovane Prass raggiunge vette notevoli: la iniziale My Baby Don’t Understand Me è più vellutata, mentre la seguente Bird Of Prey è più mossa e con la batteria più in evidenza. In generale, le nove canzoni del CD riescono nel loro intento primario: intrattenere e rilassare. Poi è ovvio: non si può parlare di capolavoro. Di certo però “Natalie Prass” è uno dei tanti ottimi esordi che hanno fatto scrivere a molti esperti che il 2015 può cambiare radicalmente il panorama musicale, risultato che il 2014 aveva clamorosamente fallito, caratterizzandosi anzi, come già accennato, per una qualità media piuttosto scialba. Peccato per la breve durata del lavoro (circa 38 minuti), altrimenti la posizione in classifica sarebbe stata anche migliore.

20) FFS, “FFS”

(ROCK – POP)

Non chiamatelo supergruppo (così hanno chiesto più volte i membri degli FFS)! La band nasce dall’unione degli Sparks (nati negli anni ’70 a Los Angeles e autori del fondamentale “Kimono My House” nel 1974, che fondeva benissimo art rock e glam) e i Franz Ferdinand (band scozzese celebre per l’eponimo fulminante esordio, datato 2004, uno dei manifesti dell’indie rock dei primi anni 2000). Insomma, non un incontro fra uguali: gli uni apparentemente pronti per la pensione, gli altri magari non al top della condizione, ma sempre sulla cresta dell’onda. “FFS” riesce però a non sembrare finto o artefatto: pezzi come Police Encounters, Piss Off e Johnny Delusional non rimangono indifferenti agli amanti dell’indie rock. I 12 pezzi di “FFS” riescono abilmente a intrattenere il pubblico, che può trovare pezzi scanzonati come barocchi o addirittura suite lunghe più di 6 minuti (la ironica Collaborations Don’t Work). Non un capolavoro, ma certamente oltre le più rosee aspettative. L’esperimento si riproporrà in futuro? Staremo a vedere, ma se il livello replicherà quello di “FFS” ne vedremo delle belle.

19) Viet Cong, “Viet Cong”

(PUNK)

Questo disco nasce nella tragedia: infatti i Viet Cong sono solo apparentemente una band post-punk canadese al loro primo lavoro. Essi infatti hanno origine dagli Women, ma non comprendono il chitarrista Christopher Reimer, morto nel 2012. I rimanenti membri dei Viet Cong hanno quindi già alle spalle una solida esperienza, ma questo album si staglia come il loro migliore lavoro: suoni distorti, pezzi lunghi e profondamente evocativi (l’ultima Death dura addirittura 11 minuti!) e chitarre potentissime, il tutto accompagnato da una batteria sempre sul pezzo. Su tutto si staglia la bellissima March Of Progress, miglior pezzo punk dell’anno e highlight dell’album. Insomma, un LP di ottima fattura, che malgrado la breve durata (soli 37 minuti) è in grado di compendiare tutta la drammaticità e la disperazione di quattro uomini che hanno perso non solo un compagno di band, ma anche un caro amico.

18) Joanna Newsom, “Divers”

(POP – FOLK)

La bella Joanna è giunta al quarto album, ma lo smalto è rimasto quello dei tempi migliori. In “Divers” la cantante (e arpista) americana ricorda le atmosfere del Barocco e del Rococò: melodie sofisticate, strumentazione abbondante e tonalità della voce che varia da canzone a canzone, a seconda del mood richiesto. Vi sono infatti pezzi più intimisti come Sapokanikan e la title track; altri più ritmati, come la bella Leaving The City. Ottima inoltre la chiusura del CD, con sia A Pin-Light Bent sia Time, As A Symptom che colpiscono l’ascoltatore. Peccato per alcuni pezzi leggermente fuori fuoco, come The Things I Say e You Will Not Take My Heart Alive, altrimenti la posizione finale sarebbe stata ancora migliore. In conclusione, rispetto alla maratona espressa con “Have One On Me” del 2010 (tre CD, oltre due ore di durata totale!), “Divers” si mostra più “modesto”, ma non per questo meno efficace. Un altro prezioso tassello alla già ottima carriera di Joanna Newsom è stato dunque aggiunto grazie a “Divers”. Menzione finale per la copertina, davvero magnifica: senza dubbio fra le migliori create nel 2015.

17) Beach House, “Depression Cherry” / “Thank Your Lucky Stars”

(POP)

I Beach House hanno fatto le cose in grande quest’anno: non uno, ma addirittura due album pubblicati in meno di due mesi! La cosa più interessante è che entrambi meritano applausi. Partiamo dall’analisi del primo in ordine temporale, ovvero “Depression Cherry”. Giunti alla quinta fatica di studio, il duo statunitense ritorna a un suono più etereo rispetto ai due magnifici album che precedono “Depression Cherry”, vale a dire “Teen Dream” (2010) e “Bloom” (2012). Se il CD può essere considerato una sorta di ritorno alle origini per Legrand e Scally, bisogna ammettere che la qualità è leggermente inferiore a “Teen Dream” e “Bloom”. L’ottima Sparks richiama lo shoegazing appena accennato di 10 Mile Stereo del 2010, mentre altre canzoni (su tutte l’introduttiva Levitation e 10:37) riecheggiano le atmosfere di “Devotion”(2008), secondo LP della band. In generale, “Depression Cherry” colpisce positivamente per la coesione sonora e ritmica, ma manca dei colpi di genio a cui i Beach House ci avevano abituato. Per quanto riguarda “Thank Your Lucky Stars”, possiamo dire che si mantiene su ottimi livelli, superando nel complesso il predecessore per coesione e qualità delle melodie (esemplari le belle Majorette e Elegy To The Void), anche se resta il tono tremendamente malinconico di “Depression Cherry”. In conclusione, un anno davvero ottimo per il dream pop, che con Beach House e Deerhunter ha ritrovato alcuni dei suoi maggiori esponenti in buone condizioni. Un ultimo appunto sui nostri beneamati Beach House: non sarebbe stato meglio fare una sintesi fra le due sessions di registrazione e pubblicare un solo CD di, per esempio, 11-12 canzone invece che due da 9? Allora sì che il lavoro sarebbe facilmente entrato nella top 10 dei migliori LP del 2015… Ma del resto, quando un gruppo come i Beach House omaggia i suoi fans con ben due raccolte di inediti in un anno, dobbiamo anche protestare?

16) Björk, “Vulnicura”

(POP – SPERIMENTALE)

Ottavo album di studio per la celebre cantante finlandese Björk: chi pensasse che la parabola discendente sia ormai iniziata si sbaglia di grosso. Alle soglie dei cinquant’anni, Björk al contrario con “Vulnicura” ritorna, se non ai fasti dei suoi primi album “Debut” (1993) e “Post” (1995), certamente a “Vespertine” (2001), cosa non scontata. Il lavoro è una sorta di concept album riguardo la separazione della cantante dall’ex marito Matthew Barney e le sue conseguenze sull’animo di Björk. La doppietta iniziale di canzoni, formata da Stonemilker e Lionsong, a metà fra Massive Attack e musica sinfonica, è bellissima; anche il resto del CD però non si fa disprezzare, con la lunghissima Black Lake (ben 10 minuti) a fare da nucleo dell’intero LP. In generale, le 9 tracce di “Vulnicura” rappresentano un ritorno allo sperimentalismo new wave che ha fatto la fortuna della cantante finlandese e un netto passo avanti rispetto al penultimo “Biophilia” (2011): inatteso no, ma certo non pronosticabile.

15) Neon Indian, “VEGA INTL. Night School”

(ELETTRONICA)

Dopo 4 anni di assenza dalle scene, i Neon Indian di Alan Palomo tornano finalmente sulla scena con “VEGA INTL. Night School”. Se i due precedenti lavori, “Psychic Chasms” del 2009 e “Era Extraña” del 2011, avevano contribuito ad accendere i riflettori sul giovane compositore messicano, con il nuovo LP Palomo compie un deciso passo avanti. Il percorso chillwave ed elettronico continua, ma accanto a questi due generi troviamo abbondanti tracce di funk, dance e musica anni ’80. I risultati sono discontinui, ma complessivamente davvero notevoli: colpiscono in particolare la trascinante Slumlord, Techno Clique e la quasi reggae Annie, ma anche C’Est La Vie (Say The Casualties!) non è per niente male. I Neon Indian non sono mai stati così ambiziosi: lo si nota dalla complessità di alcune composizioni e dal fluire continuo dei beat, che non lasciano mai sazio l’ascoltatore. Ciò dimostra che l’eredità di Prince, Stevie Wonder e James Brown non è andata perduta. Diciamo che, se ci sarà un quarto CD dei Tame Impala sul solco tracciato da “Currents”, probabilmente esso suonerà molto simile a “VEGA INTL. Night School”: ed è un grosso complimento per Palomo & co.

 14) Father John Misty, “I Love You, Honeybear”

(ROCK)

Uscire da una band al culmine del successo può segnare la fine prematura di una promettente carriera. Per Josh Tillman, ex percussionista della band americana Fleet Foxes, ciò al contrario ha rappresentato un nuovo inizio: al secondo album da solista sotto il nome di Father John Misty, Tillman scrive una grande pagina del rock degli ultimi anni. Se nelle liriche egli spesso analizza i problemi (piccoli e grandi) della classe media, come avere un bambino e i problemi che comporta oppure i rapporti con la moglie (esemplari la title track e Ideal Husband), è nelle parti più ironiche che Tillman dà il meglio di sé. Titoli come Bored In The USA o The Night Josh Tillman Came To Our Apartment sono di facile interpretazione. Musicalmente parlando, “I Love You, Honeybear” si distanzia molto dai due album dei Fleet Foxes: il rock predomina, ma un tocco di elettronica viene aggiunto qua e là (ottima True Affection). In conclusione, un ottimo CD, che testimonia come Tillman avesse ragione a sentirsi sminuito ad essere “solo” il batterista dei Fleet Foxes: egli è ad ora uno dei migliori cantautori americani.

13) FKA Twigs, “M3LL155X”

(TRIP HOP – ELETTRONICA)

Dopo il fortunato esordio dello scorso anno, la promettente cantautrice inglese Tahliah Debrett Barnett, meglio nota come FKA Twigs, torna con un agile EP: il titolo suona incomprensibile, ma va interpretato come “Melissa”, a sentire Barnett. “LP1”, l’esordio su CD di Twigs, aveva colpito l’anno passato per la sua abilità nel resuscitare un genere apparentemente morto e sepolto come il trip-hop. Questo genere aveva avuto cultori del livello di Morcheeba, Gorillaz e Massive Attack; era però da anni che non si sentiva un uno-due così efficace come quello di FKA Twigs. Le cinque canzoni di “M3LL155X” colpiscono per coerenza e coesione, rendendo il tutto godibile e molto intrigante: brani come Figure 8 e In Time sono davvero affascinanti, così come la oscura Glass & Patron, quasi techno in certi tratti. Tahliah Debrett Barnett dimostra ancora una volta il suo sconfinato talento e ci fa bramare di sapere verso quali lidi si dirigerà con il suo prossimo album vero e proprio. Attendiamo fiduciosi.

12) Blur, “The Magic Whip”

(ROCK)

Primo album di canzoni inedite in 13 anni, primo nella formazione originale addirittura in 20: il rischio di imbattersi in un album fatto solo per vendere copie ai nostalgici del britpop inglese anni ’90 era altissimo. I Blur d’altro canto ci avevano abituato fin troppo bene, così come il Damon Albarn solista e con i Gorillaz (altra sua fortunata creatura). Fortunatamente, i nostri timori sono stati presto fugati: dalla bellissima Lonesome Street alla delicata My Terracotta Heart, dall’acid rock di Go Out all’elettronica di Thought I Was A Spaceman, “The Magic Whip” risulta essere una delizia pop, per ascoltatori giovani e meno giovani. Non mancano aperture al prog rock (nella conclusiva Mirrorball) e richiami “gorillaziani” (Ghost Ship e Ice Cream Man), ma la vera meraviglia arriva con There Are Too Many Of Us: Albarn & co. affrontano il problema del sovrappopolamento con una marcetta trascinante. La battaglia delle band è definitivamente vinta a scapito degli arcirivali Oasis. Bentornati, Blur.

11) D’Angelo & The Vanguard, “Black Messiah”

(SOUL – R&B)

D’Angelo ha impiegato 14 anni a comporre un nuovo album di studio (il pluripremiato “Voodoo” risale infatti al 2001). Solo pigrizia oppure cura maniacale? Senza dubbio la seconda, ma non va dimenticato che il cantautore soul statunitense ha anche avuto gravi problemi di droga e alcol durante questo periodo di inattività. D’Angelo torna così alla ribalta con “Black Messiah”: 12 brani che spaziano dal rock al funk al soul, un concentrato della musica nera degli ultimi 30 anni. La qualità delle canzoni è generalmente molto alta: Ain’t That Easy ricorda Frank Ocean, mentre la marcia di 1000 Deaths è trascinante anche grazie alla perfetta fusione tra chitarra e basso. La parte centrale dell’album si focalizza più sul pop e l’intimità delle melodie: Sugah Daddy e Really Love sono le migliori. Da aggiungere il brano dedicato al grande Desmond Tutu Till It’s Done (Tutu) e il richiamo di “Ritorno Al Futuro” con le due parti di Back To The Future. Assieme a “To Pimp A Butterfly”, “Black Messiah” è il miglior album soul dell’anno. Piccola nota a margine: è vero, questo LP è uscito a fine 2014, ma sembrava un peccato non includerlo in nessuna lista dei migliori album (troppo tardi per il 2014, troppo presto per il 2015). Fidatevi: merita più di un ascolto.

10) Panda Bear, “Panda Bear Meets The Grim Reaper”

(ELETTRONICA)

Al quinto album solista, Noah Lennox (in arte Panda Bear) è intimista come non mai: “Panda Bear Meets The Grim Reaper” rappresenta un altro step di una carriera davvero fantastica, sia solista che facendo parte degli Animal Collective, di cui è fondatore e leader. Accanto a canzoni più tradizionali come Mr Noah e Crossroads (molti i richiami ad artisti elettronici contemporanei come i Daft Punk, ma anche agli anni ’80) ne troviamo infatti altre più raccolte come Tropic Of Cancer (dedicata al padre morto per cancro) e Lonely Wanderer, che sembra richiamare la sua condizione di “girovago solitario”. Stupisce questa apertura in un uomo di solito molto geloso della sua privacy come Lennox: era dai tempi della seconda parte di “Feels” (2005) e da Brother Sport in “Merriweather Post Pavilion” (2009), entrambi peraltro album degli Animal Collective, che non si notava tale sua caratteristica. Tanto di cappello a Panda Bear dunque: ce ne fossero di artisti coraggiosi come lui nel panorama musicale contemporaneo…

9) Courtney Barnett, “Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit”

(ROCK)

Il titolo sembra anticipare un album prolisso e pretenzioso; beh, nessuna impressione può essere più sbagliata. Courtney Barnett si candida a esordiente indie rock del decennio: la giovane cantante australiana ritorna a inizio XXI secolo, età dell’oro dell’indie, quando nacquero band come Strokes e Franz Ferdinand. Le prime due canzoni Elevator Operator e Pedestrian At Best sono manifesti delle intenzioni della Barnett; Small Poppies addirittura ricorda i Led Zeppelin. Il suo suono riesce però a contaminarsi anche con White Stripes e il pop à la Robbie Williams, ottenendo risultati spesso straordinari: la conclusiva Boxing Day Blues ne è un valido esempio. L’immediatezza di “Sometimes I Sit And Think…” è paragonabile a “Vampire Weekend” e “Teen Dream” (tanto per citare due band come Vampire Weekend e Beach House che di immediatezza se ne intendono). Chiaramente il CD di per sé non sarà un capolavoro di sperimentalismo o arditezza stilistica, ma la musica deve anche essere svago, giusto? Quindi: benvenuta Courtney e grazie per aver riaperto (anche se per poco più di 35 minuti) l’armadio dei nostri ricordi, quando sembrava che l’indie dovesse soppiantare il mainstream.

8) Sleater-Kinney, “No Cities To Love”

(PUNK)

Dunque: qua parliamo di uno dei più sorprendenti ritorni sulla scena musicale degli ultimi anni. Le Sleater-Kinney sono state negli anni ’90 una delle band-simbolo del movimento punk femminile americano (non a caso chiamato “riot grrl”), assieme alle Hole di Courtney Love. Dopo aver sfornato sei ottimi CD, nel 2006 si erano sciolte, dedicandosi a progetti solisti. Nove anni dopo, l’evento: la reunion. E i risultati sono ancora una volta ottimi: le tre ex ragazze rivoltose si scoprono più mature, ma i cavalli di battaglia sono sempre i soliti, dalla critica al capitalismo sfrenato, alla discriminazione verso il sesso femminile, alla lotta alla povertà. Il punk delle origini non si è diluito, anzi: in poco più di 30 minuti le Sleater-Kinney sfornano dieci potenziali hit punk/rock, nessuna delle quali sfigura. Spiccano Price Tag, la title-track e A New Wave, una delle tracce dell’anno. Incredibile come i Cloud Nothings nel 2014 e quest’anno Viet Cong e Sleater-Kinney abbiano resuscitato un movimento (il punk) che sembrava oramai aver dato tutto. Insomma, un trionfo: come testimoniano Blur e Sleater-Kinney (ma anche i My Bloody Valentine nel 2013), le reunion a volte riescono ad aggiungere capitoli interessanti a carriere già leggendarie.

7) Grimes, “Art Angels”

(ELETTRONICA – POP)

Era uno dei dischi più attesi dell’anno. Claire Boucher, la cantante canadese meglio conosciuta come Grimes, nel 2012 aveva stupito tutti con “Visions”, suo terzo lavoro di studio ma primo ad avere un certo successo, superbo CD che mescolava elettronica e pop in maniera davvero unica. In “Art Angels” Grimes torna alla stessa formula già sperimentata in “Visions”, con minore inventiva ma superiore confidenza nei propri mezzi. I risultati sono ancora una volta ottimi: brani come la potente SCREAM, la title track e la ottima Venus (a cui ha collaborato Janelle Monáe) sono concepibili solo da un genio della musica moderna come Grimes, molto maturata anche vocalmente. La perla del CD è però World Princess Part II, uno dei migliori pezzi pop dell’anno. Album per certi versi folle, “Art Angels”, ma nondimeno accattivante e ben fatto: i pochi passi falsi (come California) sembrano confermare che la perfezione non è di questo mondo. Top 10 pienamente meritata per “Art Angels” e per Claire Boucher, una delle poche artiste per cui si possa dire: nessuno suona come lei.

6) Deerhunter, “Fading Frontier”

(ROCK – POP)

I Deerhunter non sono mai stati apprezzati per le canzoni allegre o il clima gioioso dei loro album. Anzi, molto spesso valeva il contrario: a partire dal secondo lavoro di studio “Cryptograms”(2007) fino a “Monomania” (2013), la loro cifra stilistica era sempre stato un indie rock venato di ambient music e pop, aggressivo e con testi riguardanti temi scottanti come morte, sessualità, guerra… “Fading Frontier” è perciò una gradita scoperta: un album che cresce ad ogni ascolto, accessibile e decisamente più commerciale rispetto ai citati lavori precedenti. Si ritorna dunque alle melodie dream pop di “Halcyon Digest” (2010), capolavoro del gruppo. Bradford Cox e Lockett Pundt, frontman e chitarrista dei Deerhunter, oltre che menti creative della band, danno sfogo alla loro vena più intimista e serena. I testi d’altra parte non sono banali nemmeno in “Fading Frontier”: in Take Care “copiano” un titolo ai Beach House, ma trattano di storie d’amore finite male; in All The Same narrano le disavventure di un uomo che perde moglie e figli, ma trasforma le proprie debolezze in forza per riemergere. Il brano migliore è però Breaker, primo pezzo con parte canora condivisa fra Cox e Pundt nella produzione dei Deerhunter, che riecheggia Beach House e Real Estate. Bella anche Living My Life, che sembra quasi ispirarsi a Bon Iver. Nessuno dei 9 piccoli gioielli che compongono questo LP può dirsi fuori posto: un altro tassello alla già ottima carriera dei Deerhunter è stato aggiunto. E l’eredità del gruppo americano inizia a farsi davvero ingombrante, con una qualità media tremendamente alta.

5) Kendrick Lamar, “To Pimp A Butterfly”

(HIP HOP)

Kendrick torna dopo il pluripremiato “Good Kid, M.A.A.D. City” (2012) e le aspettative sono più alte che mai: tornerà agli stessi, straordinari livelli? La risposta è: decisamente sì. Anzi, per certi versi “To Pimp A Butterfly” riesce in una missione che “Good Kid…” aveva tralasciato: ridare orgoglio alla comunità nera, colpita come abbiamo visto da tragici eventi negli Stati Uniti, soprattutto a causa degli scontri con le forze di polizia. Mentre infatti il secondo album solista narrava l’infanzia dell’autore, “To Pimp A Butterfly” denuncia le discriminazioni subite dagli afroamericani statunitensi (For Free, ma anche For Sale e How Much A Dollar Cost? sono chiari esempi). Musicalmente parlando, il CD allarga lo spettro musicale di Lamar, passando dal jazz (in For Free) ai ritmi della musica africana (Momma). Notevoli le collaborazioni con due mostri sacri del rap come Snoop Dogg (in Institutionalized) e Dr. Dre (in Wesley’s Theory). La bellissima King Kunta è probabilmente il miglior pezzo hip hop dell’anno. Infine, la parte finale della conclusiva MortalMan è davvero fantastica. Insomma, un trionfo lungo più di 78 minuti: un classico dell’hip hop moderno e un LP che può anche parlare ai non appassionati del genere (chi scrive ne è un esempio). Lamar può tranquillamente essere nominato “artista afroamericano dell’anno”.

4) Wolf Alice, “My Love Is Cool”

(ROCK)

L’esordio rock dell’anno. Al primo album di studio, gli inglesi Wolf Alice tirano fuori un album semplicemente splendido, che riesce a mescolare con grande abilità generi fra loro diversi (grunge, alternative rock e pop), grazie anche alle meravigliose voci di Ellie Rowsell e Joff Oddie, che un po’ giocano a fare gli xx e un po’ i My Bloody Valentine. Non vi sono brani sbagliati o fuori posto: anzi, il terzetto iniziale (Turn To Dust, Bros e Your Loves Whore) è probabilmente il migliore del 2015. Altri pezzi non trascurabili sono Lisbon e la conclusiva The Wonderwhy, che ricordano gli Interpol di “Turn On The Bright Lights”; invece Giant Peach gioca a fare gli Strokes. Non sarà il nuovo “Loveless” o “Kid A”, ma certamente “My Love Is Cool” resterà anche in futuro come uno dei migliori esordi degli anni ’10 del XXI secolo. Complimenti ai Wolf Alice, sperando che il loro non sia solamente un fuoco di paglia, ma l’inizio di una bella carriera: il talento sembra esserci.

3) Tame Impala, “Currents”

(ROCK)

Coraggio: ecco una delle parole chiave per descrivere la svolta dei Tame Impala. Dopo due album riusciti come “Innerspeaker” (2010) e “Lonerism” (2012), ci saremmo aspettati un inevitabile passo falso del quintetto australiano. Beh, mai impressione fu più sbagliata: la band “aussie” capitanata da Kevin Parker non finisce di stupire, pubblicando un CD davvero gradevole. “Currents” si distacca dalla psichedelia dei due precedenti lavori, virando decisamente verso una elettronica zuccherosa e tremendamente ammaliante. Eventually e Cause I’m A Man ne sono esempi notevoli (la prima inizia potente, poi diventa quasi Bee Gees; la seconda è una ballata davvero buona), ma il vero capolavoro è Let It Happen: 7 minuti piazzati ad inizio album (il rischio supponenza o arroganza era altissimo) a imitare i Daft Punk, con parte centrale quasi “tamarra” e voce di Parker quanto mai distorta. Clamorosa Past Life, con duetto fra Parker e una misteriosa seconda voce su base R&B: brano da urlo. Da non sottovalutare anche Yes, I’m Changing e Disciples, unico pezzo che ricorda il passato psichedelico del gruppo. Insomma, “Currents” segna una svolta fondamentale nella carriera dei Tame Impala, a questo punto uno dei maggiori gruppi rock contemporanei. Ma sorge spontanea una domanda: possiamo ridurre Parker & co. al rock? Direi proprio di no. “Currents” amplia notevolmente il loro range sonoro, passando per elettronica e funk. Chapeau ad una delle più significative band contemporanee.

2) Jamie xx, “In Colour”

(ELETTRONICA)

Ormai la musica elettronica rischia di diventare un genere troppo inflazionato: questo sembra infatti essere il trend della musica contemporanea. Daft Punk, Burial, Caribou, Aphex Twin: tutti devono per forza suonare come uno di questi capisaldi della EDM (Electronic Dance Music), i più sostengono. Ebbene, non è così: l’esordio solista di Jamie Smith (in arte Jamie xx), batterista degli osannati xx, colpisce per la freschezza del suono. Si va dal post dubstep di Gosh al pop molto à la xx di Stranger In A Room (cantata non a caso dal collega di gruppo Oliver Sim), ma le perle sono prevalentemente club music: la tesissima Hold Tight e la bella The Rest Is Noise colpiscono l’ascoltatore. Tuttavia, i veri capolavori sono Loud Places e SeeSaw, con Romy Madley-Croft (l’altra componente degli xx) a condurre le danze: due brani pop/elettronici raffinati e affascinanti, tra i più riusciti dell’anno. “In Colour” è semplicemente uno dei migliori CD di musica elettronica del decennio, capace di suonare innovativo pur in un genere molto “frequentato” come la EDM: ecco il grande pregio di Jamie xx.

1) Sufjan Stevens, “Carrie & Lowell”

(FOLK)

Sufjan Stevens non è mai stato un artista facile: fin dagli esordi si era prefisso obiettivi ambiziosi e allo stesso tempo complessi (raccontare gli Stati americani, reinventare le canzoni della tradizione natalizia made in USA…), ma con “Carrie & Lowell” la missione è di quelle apparentemente impossibili: narrare il lutto per la morte della madre senza apparire patetico o, peggio, uno sciacallo pronto a sfruttare un lutto per ragioni puramente economiche. Beh, Sufjan riesce straordinariamente bene a superare anche questa missione: canzoni come Should Have Known Better, Death With Dignity e la meravigliosa Fourth Of July sono fra le migliori mai composte in carriera, con liriche davvero commoventi. In generale, quello che musicalmente rimane impresso di “Carrie & Lowell” è la straordinaria coesione e la perfezione stilistica, che lo rendono il migliore album pop del decennio. Inoltre, finalmente Stevens non si dilunga eccessivamente nella durata e nel numero delle canzoni presenti, riducendo il CD a 12 canzoni invece che le solite 18-19. Una vera perla, insomma, che rende magici i 45 minuti scarsi di durata di “Carrie & Lowell”. Il premio di miglior CD del 2015 non poteva essere più meritato.

Non esitate a commentare per eventuali suggerimenti o, ovviamente, critiche alla mia selezione! Spero che i 40 album menzionati sappiano intrattenervi, commuovervi e farvi ballare: auguriamoci che il 2016 sia così ricco di bei CD come il 2015. A presto, cari lettori di A-Rock!