Recap: ottobre 2022

Dopo un settembre davvero denso, anche ottobre non è stato da meno. Oltre agli Arctic Monkeys, a cui abbiamo dedicato un articolo ad hoc, abbiamo infatti recensito album molto attesi da pubblico e critica, come il terzo album degli Alvvays e il ritorno di Carly Rae Jepsen. Inoltre, sul versante pop spazio a Taylor Swift e The 1975. Abbiamo poi il secondo CD del 2022 dei Red Hot Chili Peppers e il ritorno dei Sorry. Spazio, infine, al ritorno dei Dry Cleaning e al secondo EP del 2022 di Burial. Buona lettura!

Alvvays, “Blue Rev”

blue rev

I canadesi Alvvays mancavano da ben cinque anni dalla scena musicale. “Antisocialites” risale infatti al 2017: il CD pareva lanciarli verso una buona carriera nel mondo indie, con forti influenze shoegaze. Invece poi, tra problemi di furti, alluvioni e la pandemia, la registrazione del seguito “Blue Rev” è slittata fino al 2022, un anno che si sta rivelando sempre più ricco di album imperdibili, in ogni genere.

“Blue Rev” è infatti davvero squisito: The Smiths, R.E.M. e Lush fanno capolino qua e là come influenze, ma gli Alvvays hanno praticamente scritto il manifesto del suono dello shoegaze del 2022. Certo, ci sono tracce maggiormente dream pop (Bored In Bristol) o indie rock (Pomeranian Spinster), ma gli Alvvays hanno un sound tutto loro, accattivante e con picchi davvero notevoli come Pharmacist e Easy On Your Own?. Il replay value è garantito.

Il disco si compone di numerose canzoni, ma generalmente molto brevi, tanto che la durata complessiva arriva ad appena 38 minuti. La prima parte è eccezionale: Pharmacist, Easy On Your Own e After The Earthquake sono infatti una tripletta vincente su tutti i fronti. Abbiamo poi altre perle nascoste, come Velveteen e Belinda Says. Inferiori alla media solamente Pressed e Fourth Figure, ma restano utili nell’economia di “Blue Rev”, capace di alternare momenti più rock ad altri maggiormente intimisti in maniera ottimale.

In conclusione, “Blue Rev” è il capolavoro che chiunque avrebbe augurato agli Alvvays: se l’omonimo esordio “Alvvays” (2014) e “Antisocialites” sembravano buoni ma non ancora completamente centrati, questo LP definisce un nuovo benchmark per lo stile shoegaze. Chapeau.

Voto finale: 8,5.

The 1975, “Being Funny In A Foreign Language”

Being Funny In A Foreign Language

Il quinto album della band britannica è il loro CD più conciso e coeso: un bene, ma allo stesso tempo Matty Healy e compagni hanno abbandonato quella strafottenza che li rendeva speciali, capaci di spaziare nello stesso LP dall’elettronica al pop da classifica, passando per il rock alternativo e gli appelli ambientalisti di Greta Thunberg (!).

“Being Funny In A Foreign Language” è infatti concentrato sull’aspetto pop-rock e new wave della loro estetica, facendo tornare la mente ai tempi di “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (2016), l’album che conteneva successi come Somebody Else e She’s American. Abbiamo infatti delle canzoni incredibilmente belle, come l’impeccabile Happiness, la stramba Part Of The Band e la trascinante About You, che rimandano rispettivamente a Duran Duran, a Bon Iver e al sound anni ’80 che tanti adepti sta facendo negli ultimi anni. Menzione poi per The 1975, che cita la leggendaria All My Friends degli LCD Soundsystem.

Accanto a questa parte sfrontata e mainstream, abbiamo dei pezzi quasi folk, in cui i The 1975 si avvalgono della produzione di Jack Antonoff, già collaboratore di molte popstar (Lana Del Rey, Lorde e Taylor Swift tra le altre). Prova ne siano la romantica All I Need To Hear e Human Too, che danno un buon cambio di ritmo al CD.

Anche liricamente, come sempre nei dischi dei The 1975, abbiamo una certa ambivalenza: se da un lato abbiamo versi toccanti e ricercati al punto giusto, come “You’re making an aesthetic out of not doing well and mining all the bits of you you think you can sell” (The 1975) e “In case you didn’t notice, I would go blind just to see you” (Happiness), dall’altro la pretenziosità di altre liriche è deludente (“Am I just some post-coke, average, skinny bloke calling his ego imagination?”, da Part Of The Band). Ma i lettori di A-Rock ormai lo sanno: con Matty Healy è prendere o lasciare.

In conclusione, nulla o quasi (solo Wintering è inferiore alla media) gira a vuoto nei 44 minuti di “Being Funny In A Foreign Language”, che conferma il talento dei The 1975, ad oggi il gruppo pop-rock più interessante su piazza. Certo, ci sarà chi rimpiangerà l’ambizione sfrenata di “A Brief Inquiry Into Online Relationships” (2018) e “Notes On A Conditional Form” (2020), ma Healy e co. sembrano entrati in una nuova fase della loro carriera. Vedremo il futuro dove li condurrà: di certo, la band pare avere ancora benzina nel proprio serbatoio.

Voto finale: 8.

Taylor Swift, “Midnights”

midnights

Il decimo album della popstar americana ritorna, almeno in parte, al frizzante mix che ne ha fatto la fortuna a partire da “Red” (2012): un pop vivace, carico al punto giusto, che affronta le gioie e i dolori dell’amore. Tuttavia, Taylor è ormai una donna e alcune delle riflessioni di “Midnights”, unite a una produzione più oscura e meditativa del passato, rendono il CD un unicum nella sua produzione.

Non è una frase fatta: Taylor negli ultimi anni pare diventata una vera stakanovista, basti pensare che tra 2019 e 2022 ha pubblicato quattro album di inediti, più due ristampe del suo catalogo al fine di poter recuperare appieno i diritti sulla propria musica. I due album pandemici “folklore” ed “evermore” (entrambi del 2020) sono tra i CD di maggior successo scritti in quel periodo tragico delle nostre vite e avevano fatto intravedere il lato più folk di Swift; tuttavia “Midnights”, come detto, ritorna alle origini, ma con maggiore maturità.

A partire dalle collaborazioni (Lana Del Rey in Snow On The Beach) e dal produttore (il celeberrimo Jack Antonoff), Taylor Swift ha voluto fare le cose in grande: abbiamo poi influenze di Billie Eilish (Vigilante Shit) e addirittura una base quasi trap (Midnight Rain). Sottolineiamo poi lo scarsissimo battage mediatico che ha preceduto il lavoro: nessun singolo di lancio, canzoni presentate solo attraverso dei brevi video sui social e rade interviste. Decisamente un approccio non da Taylor Swift pre-Covid-19.

I risultati, infine: “Midnights” come qualità è più vicino al brillante “Red” o al flop “Reputation” (2017)? Oppure magari si colloca su un buon livello, come “Lover” (2019)? Diciamo che questo LP è assimilabile proprio a “Lover”: non troviamo Taylor Swift al suo meglio, ma sicuramente “Midnights” rappresenta un buon lavoro, che piacerà ai fan della prima ora della cantautrice statunitense. Tra gli highlight abbiamo Anti-Hero, Lavender Haze e la bella cavalcata di You’re On Your Own, Kid. Invece sotto la media Midnight Rain e Vigilante Shit.

Le liriche sono, come sempre, da analizzare in profondità quando parliamo di Taylor Swift: “It’s me, hi, I’m the problem” dichiara sconsolata in Anti-Hero. Sweet Nothing, la ballata più semplice del lavoro, contiene invece il seguente, delicato verso: “On the way home I wrote a poem. You say, ‘What a mind’… This happens all the time”. In generale, come già accennato, prevalgono i temi legati all’amore, ma con una prospettiva più matura rispetto al passato.

In conclusione, negli ultimi anni Taylor Swift è diventata meritatamente una delle cantautrici pop più apprezzate da pubblico e critica: “Midnights” non cambia le sorti di una carriera già avviatissima, ma rappresenta senza dubbio un LP riuscito, che cementa ulteriormente la fama di Swift.

Voto finale: 8.

Sorry, “Anywhere But Here”

Anywhere But Here

Il secondo album della band britannica mantiene il mood misterioso per cui i Sorry sono apprezzati nel mondo indie. Se l’esordio “925” (2020) e il breve EP “Twixtustwain” (2021) avevano mostrato i lati più sperimentali dei Sorry, in “Anywhere But Here” Asha Lorenz e Louis O’Breyen, i due membri del gruppo, si aprono a sonorità pop, che rendono il CD più orecchiabile del previsto.

Questo non va a detrimento, come accennavamo inizialmente, del fascino dei Sorry: il mistero ancora circonda molte canzoni, sia come liriche che per quanto riguarda la struttura. Basti ascoltare Tell Me, che parte quasi jazz e finisce come un pezzo degli Strokes. Sono, tuttavia, i pezzi più morbidi a colpire: i singoli Let The Lights On e Key To The City sono highlight della loro carriera al momento. Ottima anche Closer.

Il CD procede a sbalzi: abbiamo l’inizio trascinante di Let The Lights On e la strana Tell Me, poi la fin troppo romantica There’s So Many People Who Want To Be Loved e la sbilenca Step… la struttura dell’album è variegata, ma mai fine a sé stessa. Vi sono giusto un paio di episodi più deboli, Baltimore e Quit While You’re Ahead, ma i risultati restano più che accettabili.

I testi delle canzoni sono quanto mai espressivi: Closer, malgrado il titolo possa far pensare a dei riferimenti alla propria intimità da parte di Lorenz e O’Breyen, parla in realtà della mortalità di ciascuno di noi (“Closer to the ether, closer to the worms” il verso più esplicito). Altrove troviamo liriche più sognanti (“The world shone like a chandelier… And I was lost for good”, Again).

In conclusione, “Anywhere But Here” evidenzia una volta di più il potenziale dei Sorry. Le due voci di Asha Lorenz e Louis O’Breyen rimangono tra le più originali nel panorama indie rock d’Oltremanica: vedremo in futuro se i due seguiranno i loro impulsi più ambiziosi e sperimentali, oppure se vireranno verso atmosfere più accettabili anche dal pubblico mainstream.

Voto finale: 7,5.

Red Hot Chili Peppers, “Return Of The Dream Canteen”

return of the dream canteen

Il secondo album del 2022 dei RHCP, per un totale di 34 brani pubblicati (!), espande quanto già presentato in “Unlimited Love”: la chitarra di John Frusciante in primo piano in quasi tutte le composizioni, testi assurdi oppure nostalgici, una durata tanto eccessiva (75 minuti) quanto generosa per i propri fan… Insomma, siamo di fronte ad un tipico album dei Red Hot Chili Peppers.

Non si pensi, però, che “Return Of The Dream Canteen” sia composto dagli scarti delle sessioni che hanno portato a “Unlimited Love”: anzi, in molte cose i due CD si equivalgono. Ad esempio, Tippa My Tongue e Eddie, canzone tributo al mitico Eddie Van Halen, sono buonissimi pezzi e sono tra gli highlight non solo del disco, ma della produzione di Anthony Kiedis e co. dal 2006 in avanti.

Date queste premesse, aspettarsi un capolavoro di fine carriera da parte dei Red Hot Chili Peppers sarebbe un azzardo; tuttavia, alcuni momenti resisteranno alla prova del tempo e, probabilmente, saranno dei capisaldi dei concerti dei Nostri. Oltre alle già ricordate Eddie e Tippa My Tongue, non sono per niente male Peace And Love e Reach Out. Invece alcune melodie sanno eccessivamente di già sentito: è questo il caso di Roulette e La La La La La La La La. Interessante poi l’esperimento di Frusciante al sax in My Cigarette.

In conclusione, “Return Of The Dream Canteen” è un altro solido CD a firma Red Hot Chili Peppers: Kiedis, Chad Smith, Flea e il “figliol prodigo” John Frusciante hanno dimostrato ancora una volta la loro capacità di navigare le acque del rock alternativo e del funk con qualità, pur mancando l’inventiva e le scintille che hanno portato “Californication” (1998) a diventare un classico.

Voto finale: 7,5.

Dry Cleaning, “Stumpwork”

stumpwork

Il secondo album dei britannici Dry Cleaning, oltre ad avere una delle cover più strambe degli ultimi tempi, espande quello che era il suono del loro esordio “New Long Leg” (2021), oggetto anche di un profilo Rising del nostro blog per il suo strano mix di post-punk e una voce tanto piatta quanto capace di descrivere la quotidianità con nitidezza.

“Stumpwork” riprende quanto intravisto con “New Long Leg”, cercando però di creare dinamiche diverse, che a volte richiamano addirittura il dream pop (Conservative Hell) e il post-rock (Liberty Log). A colpire, come già anticipato, è il modo in cui la frontwoman Florence Shaw approccia il suo ruolo: voce inespressiva, quasi come si fosse davanti alla voce del Tom Tom o del traduttore. Può piacere o meno, ma è un tratto caratteristico del gruppo, che lo associa a leggende del passato come i Sonic Youth, senza però la loro stessa furia iconoclasta.

Come sempre, i testi sono il pezzo forte dei lavori dei Dry Cleaning: Shaw riesce a farci scordare la durezza degli scorsi due anni parlandoci della sua tartaruga, Gary Ashby, fuggita di casa nell’omonima Gary Ashby. Altrove abbiamo buoni consigli di vita (“For a happy and exciting life… stay interested in the world around you” canta Florence in Icebergs) e più o meno gentili richieste di lasciarla stare mentre gioca al computer (“Just don’t touch my gaming mouse”, Don’t Press Me). Il verso migliore è però contenuto nella notevole No Decent Shoes For Rain: “Oh, you drink wine and go on holiday now? OK! Well, OK, well, OK well” suona contemporaneamente arrabbiato e assurdo.

Oltre alla già menzionata No Decent Shoes For Rain, anche Hot Penny Day e la più raccolta Conservative Hell sono convincenti. Sotto la media invece Gary Ashby e la troppo breve Don’t Press Me.

Il CD può apparire difficile da digerire, soprattutto per i non fan del cosiddetto spoken-word, ossia quel modo di cantare che quasi equivale al tono colloquiale. Tuttavia, diamo atto ai Dry Cleaning di avere una propria identità in un’affollatissima scena post-punk britannica. “Stumpwork”, anche grazie alla produzione del veterano John Parish (in passato collaboratore di PJ Harvey), riesce a convincere anche nei suoi momenti meno ispirati. Non parliamo di un capolavoro, ma sicuramente di un buon LP post-punk.

Voto finale: 7,5.

Burial, “Streetlands”

streetlands

Non sono stati solo Jack White e i Red Hot Chili Peppers a pubblicare due lavori nel corso del 2022 (lasciamo da parte i King Gizzard & The Lizard Wizard, giunti addirittura a cinque!). Burial, il misterioso musicista inglese, segue “Antidawn” con questo “Streetlands”, secondo EP dell’anno per lui. I risultati restano discreti, ma nulla più: ribadiamo che i suoni ambient sembrano adattarsi meno rispetto al dubstep al Nostro.

L’EP si compone di tre tracce: Hospital Chapel, la title track ed Exokind. La prima è la più breve, arrivando ad otto minuti scarsi; invece, le seguenti melodie superano abbondantemente i dieci minuti. In generale, si conferma l’estetica complessiva del Burial più recente: panorami desertici evocati attraverso il minimo indispensabile, quasi fossimo in una colonna sonora di un film horror. A colpire è, inoltre, la totale assenza di percussioni: il musicista che aveva rivoluzionato la scena elettronica con l’ormai classico “Untrue” (2007) sembra ormai scomparso.

La traccia migliore è Streetlands, mentre è fin troppo monotona, pur essendo la più breve del lotto, Hospital Chapel. Il mood misterioso è quindi garantito dalla coerenza delle tre canzoni tra loro, ma i risultati complessivi sono appena sufficienti.

“Streetlands” conferma un Burial alla ricerca del prossimo step per la sua carriera: abbandonata (almeno apparentemente) la scena dubstep, il produttore britannico sta però faticando a trovare ispirazione nell’ambient. Vedremo se in futuro continuerà su questa strada oppure proverà a ripetere il miracolo più dubstep degli inizi di carriera.

Voto finale: 6,5.

Carly Rae Jepsen, “The Loneliest Time”

the loneliest time

Il nuovo album di Carly Rae Jepsen prosegue il percorso pop intrapreso ormai dieci anni fa, fatto di canzoni frizzanti, tastiere sempre in evidenza e testi spesso sospesi tra amori infranti e il desiderio di evadere dalla realtà. Tuttavia, se da un lato abbiamo alcune canzoni davvero poco ispirate, altre sembrano preludere ad un leggero cambio di estetica, che potrebbe giovare nel medio termine alla canadese.

“The Loneliest Time”, già dal titolo, sembra anticipare un CD più intimo rispetto alla doppietta “Dedicated” (2019) e “Dedicated Side B” (2020); e in effetti il primo singolo scelto da Jepsen per lanciare il lavoro, Western Wind (che vanta la collaborazione di Rostam Batmanglij, ex Vampire Weekend), è quasi cantautorale ed è uno degli highlight del disco. Invece altri episodi sono davvero deboli e forse non è un caso che siano le canzoni che più “suonano” come ci si aspetterebbe da Carly Rae Jepsen: sia Beach House che Joshua Tree sono infatti brani pop vuoti e per nulla interessanti. Altre buone prove sono invece Surrender My Heart e Bends. Citiamo infine la title track, che vanta la collaborazione di Rufus Wainwright.

In conclusione, “The Loneliest Time” non è certo il miglior lavoro dell’autrice della celeberrima Call Me Maybe: quel posto è probabilmente occupato da “E•MO•TION” (2015). Allo stesso tempo, pur essendo probabilmente un album di transizione, il CD contiene alcune tracce di un possibile futuro alternativo rispetto a quello da popstar che tutti conosciamo, che potrebbe contenere un risvolto imprevisto ma roseo per Jepsen.

Voto finale: 6,5.

Rising: Shygirl

Nella nuova puntata della rubrica di A-Rock che si occupa degli artisti emergenti ci occupiamo di Shygirl, una giovane produttrice inglese che sta influenzando fortemente la scena elettronica d’Oltremanica.

Shygirl, “Nymph”

Nymph

In un 2022 sempre più affollato di uscite rilevanti, mancava giusto un esordio di musica elettronica ben fatto. Blane Muise (vero nome di Shygirl) è riuscita nella missione: partendo dalle solide basi dell’EP “ALIAS” (2020) ha costruito un CD pieno di tracce ballabili, ma anche influenzate da hip hop (Shlut) e pop (Firefly).

A colpire maggiormente sono due cose: la capacità di Shygirl di creare un prodotto variegato ma allo stesso tempo coerente; e percepire tante influenze diverse (Jamie xx, Arca…) senza però suonare derivativa.

“Nymph” contiene degli innegabili highlight, soprattutto tra le tracce più oscure e meno commerciali: Woe e Come For Me sono un’ottima doppietta, che apre benissimo il lavoro. Sotto media invece la troppo breve Missin U e Nike, ma non intaccano eccessivamente un CD comunque ben costruito.

Liricamente, pur essendo un album di musica prevalentemente elettronica, “Nymph” conferma il candore di Shygirl nel parlare della propria vita privata e dei propri desideri: “Is it so bad to just like to be touched?” chiede in maniera fintamente innocente in Shlut. Altrove abbiamo poi storie di sesso, come evocato nel titolo di Coochie (A Bedtime Story), che contribuiscono a rendere il disco molto sensuale e pronto a sfondare nelle discoteche di mezzo mondo.

In conclusione, “Nymph” presenta sulla scena una futura protagonista della musica elettronica. Molti critici avevano già messo gli occhi su Blane Muise, ma immaginarla capace di creare un LP così coeso e ben strutturato non era scontato. Shygirl si candida ad essere un nome importante della musica del futuro.

Voto finale: 7,5.

Recap: settembre 2022

Settembre è stato un mese molto importante. Abbiamo infatti recensito i nuovi lavori del rapper Freddie Gibbs e di Sudan Archives. Inoltre, spazio all’esordio da solista di Oliver Sim e ad Alex G. Come tralasciare, poi, gli attesissimi ritorni di Björk e degli Yeah Yeah Yeahs? Infine, abbiamo analizzato il secondo lavoro di Rina Sawayama, quello di Djo e il ritorno dei Suede. Buona lettura!

Björk, “Fossora”

fossora

Il decimo album dell’artista islandese più nota al mondo continua la sua ricerca del perfetto album art pop. Mescolando temi mondani come il Covid-19 e il lutto passato per la morte della madre Hildur, Björk ha creato un altro CD squisito, sulle tracce dei migliori della sua produzione e un netto progresso rispetto al precedente “Utopia” (2017).

Questa volta l’artista islandese ha privilegiato i bassi e i clarinetti, creando atmosfere accessibili (Ancestress) e allo stesso tempo oscure (Atopos), con momenti di puro sperimentalismo (Mycelia). I risultati sono in generale incredibili: nei suoi momenti più riusciti “Fossora” arriva molto vicino alle vette di “Post” (1995) e “Homogenic” (1997), i due LP più celebrati della Nostra. Prova ne siano Atopos e la title track.

Il tema portante, sia della cover che di molti titoli, sono i funghi. Se “Utopia” era un album che dedicava molto spazio all’amore e all’aria come elemento naturale, “Fossora” (parola inventata da Björk che significa, dal corrispettivo latino maschile, “scavatrice”) è invece dedicato alla terra e scava nei rapporti familiari.

Dicevamo che gli argomenti principali del lavoro sono due: la pandemia e la morte della madre. Björk evoca spesso la figura di quest’ultima, con versi spesso toccanti: “Did you punish us for leaving? Are you sure we hurt you? Was it just not ‘living?’” (Ancestress); “Rejection left a void that is never satisfied, sunk into victimhood… Felt the world owed me love” (Victimhood). Il verso più bello è contenuto nella conclusiva Her Mother’s House: “When a mother wishes to have a house with space for each child, she is only describing the interior of her heart”. A rafforzare il sentimento di famiglia che pervade “Fossora”, Björk canta con la collaborazione, oltre che di serpentwithfeet (Fungal City), dei figli Sindri (Ancestress) e Isadora (Her Mother’s House).

Esclusi i due intermezzi Fagurt Er Í Fjörðum e Mycelia, eccessivamente brevi per lasciare traccia, il CD scorre benissimo, malgrado stiamo parlando di un lavoro per palati fini, amanti dell’elettronica più sperimentale e del pop più raffinato. “Fossora” è un highlight di una carriera già piena di dischi imprescindibili: Björk si conferma nome ormai leggendario.

Voto finale: 8,5.

Yeah Yeah Yeahs, “Cool It Down”

cool it down

Il primo CD in nove anni per la storica band newyorkese, una delle più autorevoli ad emergere nei primi anni ’00, è una ventata di aria fresca in una carriera che pareva aver dato il meglio. “Mosquito” (2013), l’ultimo album di inediti prima di “Cool It Down”, è visto infatti da molti come il peggiore della loro produzione; è un piacere che “Cool It Down” riesca dal canto suo a rinverdire i fasti del complesso capeggiato da Karen O.

I due singoli di lancio del lavoro erano del resto davvero invitanti: sia Spitting Off The Edge Of The World (che vanta la collaborazione di Perfume Genius) che Burning sono infatti ottimi pezzi indie rock, il primo reminiscente dei migliori M83 e il secondo invece dell’indie di inizio millennio. Non tutto gira a meraviglia nel CD nel suo complesso, ma i 32 minuti di “Cool It Down” scorrono piacevolmente, rendendolo imperdibile per gli amanti dell’indie rock.

La prima parte dell’album è pressoché impeccabile: oltre alle già citate Spitting Off The Edge Of The World e Burning, le due tracce Wolf e Fleez, tra le più danzerecce del lotto, fanno il loro lavoro e rendono il CD dinamico e variegato. I problemi cominciano con Different Today, in cui la cantante degli Yeah Yeah Yeahs Karen O si limita a ripetere il titolo senza molto costrutto. Peccato poi per la conclusiva Mars, quasi troncata, che fa terminare il lavoro in modo non soddisfacente.

Questi difetti non sono, tuttavia, dirimenti per il giudizio complessivo su “Cool It Down”. Il CD ristabilisce gli Yeah Yeah Yeahs tra gli alfieri dell’indie rock, dopo anni in cui davamo la band per morta. Karen O e compagni non saranno al top della forma, per esempio ai livelli dell’esordio “Fever To Tell” (2003) o di “It’s Blitz” (2009), però “Cool It Down” è a pieno titolo un buon rientro nella scena musicale.

Voto finale: 8.

Sudan Archives, “Natural Brown Prom Queen”

Natural Brown Prom Queen

Il secondo CD dell’artista Brittney Parks, meglio nota col nome d’arte Sudan Archives, è un ottimo esempio di R&B alternativo. Brittney usa infatti basi molto elettroniche, che poco hanno a che spartire col pop, creando un insieme di composizioni coeso e, nei suoi momenti migliori, irresistibile.

La violinista e cantautrice si era fatta conoscere negli anni scorsi grazie ad EP di ottima fattura, come “Sudan Archives” (2017) e “Sink” (2018). L’esordio “Athena” del 2019 non aveva fatto altro che ribadire il grande talento della Nostra. “Natural Brown Prom Queen” rifinisce ulteriormente questo sound: va detto che, in questa nicchia di R&B, nessuna suona come lei.

Abbiamo infatti altri artisti, come Kelela e Steve Lacy, entrambi catalogabili come R&B alternativo e dotati di una propria identità, la prima più misteriosa e il secondo invece mainstream; nessuno dei due, tuttavia, suona come Sudan Archives. Merito di una continua voglia di sperimentare, con bassi potenti sempre in evidenza e canzoni polimorfe come OMG BRITT e ChevyS10, che sorprendono anche dopo ripetuti ascolti.

Anche testualmente, “Natural Brown Prom Queen” ricalca alcune tematiche care a Parks: l’empowerment (“I’m not average” ripete ossessivamente in NBPQ (Topless)), polemiche sulle differenze di trattamento tra ragazze nere e bianche (“Sometimes I think that if I was light-skinned then I would get into all the parties, win all the Grammys, make the boys happy”, sempre in NBPQ (Topless)).

Se vogliamo trovare un difetto a “Natural Brown Prom Queen”, è l’eccessiva lunghezza: alcune canzoni, soprattutto verso il finale (Flue, Homesick (Gorgeous & Arrogant)), sono evitabili e non aggiungono nulla al CD. D’altra parte, pezzi come Home Maker e Selfish Soul sono highlight assoluti e rendono questo lavoro imprescindibile per gli amanti della musica nera.

In conclusione, Sudan Archives si conferma artista di grande talento: Brittney Parks è un nome ancora poco noto, ma ha tutte le carte in regola per costruirsi una più che solida fanbase.

Voto finale: 8.

Suede, “Autofiction”

Autofiction

Il nuovo album dei britannici Suede, band un tempo simbolo del britpop assieme ai più noti Oasis e Blur, è un’iniezione di energia nella loro estetica: post-punk e rock alternativo fanno capolino più di una volta nel corso delle 11 canzoni che compongono “Autofiction”, rendendolo un CD tradizionale per molti, ma innovativo per i Suede. Non male, per un complesso sulla cresta dell’onda da trent’anni.

Il quarto album dopo la reunion del 2013 è uno dei migliori della loro produzione: compatto, con base ritmica in bella vista, la bella voce di Brett Anderson al meglio… In più mettiamoci melodie vincenti come She Still Leads Me On e 15 Again e abbiamo un quadro più che roseo. L’usuale attenzione all’estetica glam rock è affiancata, come già accennato, da generi più muscolari; sono proprio i brani più britpop, come That Boy On The Stage e Drive Myself Home, ad essere inferiori alla media. Tuttavia, i risultati restano complessivamente buoni.

I Suede si confermano quindi gruppo imprescindibile per la scena rock britannica: Anderson e compagni sono sopravvissuti a molti eventi potenzialmente devastanti nel loro passato, tra cui l’abbandono del primo chitarrista Bernard Butler negli anni ’90 e una prima spaccatura della band nei primi anni ’00. “Autofiction” è un documento di artisti al picco delle proprie capacità: forse non siamo ai livelli di “Suede” (1993) o “Dog Man Star” (1994), ma il CD resta davvero riuscito.

Voto finale: 8.

Alex G, “God Save The Animals”

God Save The Animals

Il decimo disco di inediti di Alex Giannascoli, tornato a chiamarsi Alex G dopo la breve parentesi col nickname (Sandy) Alex G, prosegue nel solco tracciato dai suoi CD più recenti, vale a dire “Rocket” (2017) e “House Of Sugar” (2019): un indie rock eccentrico, spesso virato sul folk à la Animal Collective (S.D.O.S). I risultati forse non raggiungono le vette dei suoi migliori lavori, ma “God Save The Animals” resta un buon disco indie.

Il titolo del CD può far pensare ad un inno ambientalista, forse contenente riferimenti al sacro. In realtà, come Alex ci ha abituato, “God Save The Animals” ha solo in parte gli animali e la natura al centro del palcoscenico. Troviamo infatti riferimenti più personali, ad esempio in Cross The Sea (“You can believe in me”) e in Ain’t It Easy (“Now you sit with me, I keep you safe”).

Le canzoni, dal canto loro, sono infarcite, spesso anche eccessivamente, di autotune: Alex Giannascoli non si era mai distinto per un uso di questo strumento, ma nel corso di “God Save The Animals” l’autotune diventa la maggiore innovazione nella palette sonora utilizzata dal Nostro. Si ascoltino ad esempio Cross The Sea e la danzereccia No Bitterness. I migliori pezzi sono Runner e Ain’t It Easy, mentre sotto la media restano S.D.O.S e Headroom Piano.

In conclusione, “God Save The Animals” conferma la fama di autore misterioso guadagnata da Alex G lungo una carriera accidentata e prolifica: i testi rimangono criptici, le melodie sguazzano nell’indie per poi virare improvvisamente verso folk ed elettronica… insomma, il lavoro non brilla per coerenza, ma prosegue con successo una carriera sempre più interessante.

Voto finale: 7,5.

Rina Sawayama, “Hold The Girl”

hold the girl

Il secondo CD della cantautrice anglo-giapponese riparte da dove l’interessante esordio “SAWAYAMA” (2020) era finito, con qualche aggiustamento stilistico. Se infatti quest’ultimo lavoro incrociava con successo metal e pop da classifica, “Hold The Girl” è decisamente meno sperimentale, cercando piuttosto dei punti di contatto con il pop-rock il rock alternativo à la Nine Inch Nails.

Questa svolta verso generi meno disparati rispetto all’esordio farà storcere il naso ai fan più ricercati di Rina; tuttavia, “Hold The Girl” non è un CD da buttare: brani come la title track e Frankenstein sono riusciti e faranno la fortuna di Sawayama dal vivo. Invece i pezzi più prevedibili, come Send My Love To John e Forgiveness, abbassano la media voto del lavoro.

Va detto, poi, che il cocktail sonoro di questo lavoro potrebbe essere troppo variegato per molti: pop à la Lady Gaga (Hold The Girl, This Hell), la trance di Holy (Til You Let Me Go) e i rimandi al rock alternativo di Your Age convivono nello stesso CD… come già in “SAWAYAMA”, la coesione non è il punto forte di Rina, tuttavia “Hold The Girl” non perde mai la bussola.

Il CD, anche liricamente, mescola molti temi cari alla Nostra: istanze femministe (“Fuck what they did to Britney, to Lady Di and Whitney” canta in This Hell), difesa delle minoranze (Frankenstein)…

Insomma, Rina Sawayama si conferma figura sicura di sé e pronta a spiccare il grande salto verso il pop mainstream: la qualità delle canzoni di “Hold The Girl” non sempre raggiunge i buonissimi livelli di “SAWAYAMA”, ma questo disco potrebbe essere un discreto punto di partenza per ulteriori mutazioni negli anni a venire.

Voto finale: 7,5.

Freddie Gibbs, “$oul $old $eparately”

soul sold separately

Il nuovo lavoro del prolifico rapper Freddie Gibbs è il suo primo vero tuffo nel mainstream. Con ospiti e produttori di spessore, che vanno da Raekwon a Pusha T, passando per James Blake e Anderson .Paak, Gibbs si apre a nuove influenze oltre al consueto gangsta rap che lo contraddistingue, dalla trap (Pain & Strife) al neo-soul (Feel No Pain). I risultati non saranno sempre ottimi, ma è da ammirare la volontà del Nostro di mettere in discussione la sua consolidata estetica.

Freddie Gibbs è un rapper molto conosciuto per le sue collaborazioni con The Alchemist e Madlib: i suoi migliori lavori sono infatti “Piñata” (2014) e “Bandana” (2019), senza dimenticare il recente “Alfredo” (2020). I suoi flow affilati, spesso basati su temi come la vita nelle strade e gli aneddoti di un passato fatto di droga e violenza, erano affidati a produttori veterani, che flirtavano col jazz e l’hip hop vecchia maniera. Pertanto, sentire tracce accessibili come Too Much è una ventata di aria fresca, anche se poi quest’ultima si rivela tra le più deboli del lavoro.

È vero, infatti, che i migliori pezzi del CD sono quelli che più si collegano al passato di Gibbs: l’iniziale Couldn’t Be Done e Rabbit Vision sono ottime. Invece sottotono Pain & Strife, malgrado la collaborazione di Offset dei Migos. Buone poi Gold Rings e Dark Hearted.

In generale, non sappiamo come interpretare “$oul $old $eparately”: se da un lato il titolo provocatorio farebbe pensare ad una prova destinata a non avere un seguito, la nuova direzione artistica potrebbe avere un payoff in futuro, se messa a fuoco coerentemente. Staremo a vedere; di certo “$oul $old $eparately” conferma il talento e mette in mostra la flessibilità di Freddie Gibbs.

Voto finale: 7,5.

Djo, “Decide”

DECIDE

Il secondo album del progetto Djo, capeggiato dal celebre attore Joe Keery (interprete di Steve Harrington nella serie Stranger Things), è un buon esempio di pop psichedelico. Traendo ispirazione a piene mani da Tame Impala (End Of Beginning, Change) e Daft Punk (I Want Your Video, Climax), “Decide” denota un certo talento per le composizioni veloci e orecchiabili, ma sulla lunga distanza c’è ancora da lavorare.

I 36 minuti di “Decide” scorrono in effetti senza scosse: pop orecchiabile, testi leggeri quando a volte risibili, la voce di Keery spesso trattata con vocoder e autotune… insomma, tutto molto moderno, diciamo che il CD suona come i Tame Impala intorno a “Currents” (2015), senza però le bordate di psichedelia di Kevin Parker.

Djo è chiaramente un progetto non primario nella carriera artistica a tutto tondo di Joe Keery: il personaggio di Steve Harrington gli ha dato meritatamente fama planetaria, la musica è solo un modo per farsi apprezzare ulteriormente. “Decide” dunque non va preso come un manifesto artistico, ma del resto nemmeno l’esordio “Twenty Twenty” (2019) lo era.

In generale, siamo di fronte ad un LP simpatico, nulla di più: pezzi come Half Life e On And On sono interessanti nella loro imprevedibilità, mentre altri come I Want Your Video e Runner sono un po’ monotoni. Inutile, infine, il brevissimo intermezzo Is That All It Takes. “Decide” è in ogni caso godibile e ci fa pensare che vedremo nei prossimi anni altri CD a firma Joe Keery… pardon, Djo.

Voto finale: 7.

Oliver Sim, “Hideous Bastard”

hideous bastard

L’esordio del frontman della celebre band britannica The xx, prodotto interamente dal fidato Jamie xx, è un album molto personale, in cui Sim confessa molti aspetti del suo passato e della sua vita passata che non conoscevamo. Non tutto fila a meraviglia, ma “Hideous Bastard” è un discreto inizio per la sua carriera solista.

Fin dai singoli di lancio avevamo intuito che il CD avrebbe avuto sonorità simili a quelle della band in cui Sim si è fatto le ossa: un pop oscuro, con la sua voce allo stesso tempo monotona ed espressiva a decantare il potere dell’amore tormentato (Hideous, Fruit). Se la sua omosessualità era cosa risaputa, nulla si sapeva invece del fatto che Oliver avesse convissuto con l’HIV dall’età di 17 anni: questo ed altro emerge da testi spesso davvero toccanti.

Ne sono esempi i seguenti versi: “I thought I could survive without letting anyone near… The moment I got that taste I felt naked and afraid” (Saccharine); “What would my father do? Do I take a bite of the fruit? I’ve heard other people say it can’t be right if it causes you shame” (Fruit). In generale, i temi trattati e il mood del disco rendono l’ascolto non sempre facile, però Sim fa di tutto per migliorare il quadro, grazie alla sua bella voce e alla produzione dell’amico Jamie xx.

I momenti migliori sono Sensitive Child, che flirta con l’elettronica, e l’iniziale Hideous; invece, meno riuscite sono Confident Man e Romance With A Memory. Interessante, infine, l’esperimento pop di Run The Credits.

In generale, “Hideous Bastard” è una buona introduzione ad Oliver Sim come cantante solista. Nessuna canzone cattura l’ascoltatore come i migliori momenti di “xx” (2009), il fantastico primo LP dell’omonimo gruppo, ma i risultati sono comunque accettabili.

Voto finale: 7.

Rising: Jockstrap

Jockstrap

I Jockstrap.

Il nuovo articolo della rubrica Rising si occupa dell’esordio dei Jockstrap, nuovo fenomeno della scena pop britannica più alternativa, che fondono pop, elettronica e sperimentalismo in un insieme davvero unico.

Jockstrap, “I Love You Jennifer B”

I love you Jennifer B

Il duo formato da Georgia Ellery (già parte dei Black Country, New Road) e Taylor Skye aveva già fatto intravedere le proprie qualità nell’EP “Wicked City” del 2020: un pop sbilenco, con forte produzione elettronica e momenti di sperimentalismo puro. I risultati erano davvero intriganti, ma “I Love You Jennifer B” ne rappresenta la versione riveduta e corretta e rende il CD imprescindibile per gli amanti di un certo tipo di musica, accessibile ma allo stesso tempo molto creativa.

Prendiamo due dei brani più riusciti del lavoro: se Glasgow è un ottimo brano pop, che potrebbe benissimo scalare le classifiche, Concrete Over Water è una lunga ballata di stampo art pop, sulla scia di Kate Bush. Abbiamo poi Lancaster Court, molto essenziale, ma anche Neon, che invece ha almeno quattro momenti diversi racchiusi nei suoi 225 secondi di durata. Il CD si conclude poi con una sorta di mini DJ set di musica techno e breakbeat, 50/50 – Extended Mix.

Sia chiaro, il disco potrebbe sembrare a tratti fin troppo variegato e incoerente, ma i Jockstrap riescono a mantenere una narrativa uniforme e “I Love You Jennifer B”, anche dopo ripetuti ascolti, non perde il suo fascino. Unico brano inferiore alla media infatti è Angst.

Liricamente, il CD si contraddistingue per versi spesso provocanti e ironici, come ad esempio il seguente, contenuto nella riuscita Greatest Hits: “Imagine I’m Madonna, imagine I’m Thee Madonna, dressed in blue… No, dressed in pink!”. Abbiamo poi frasi più apodittiche: “Grief is just love with nowhere to go” (Debra). In generale, i Jockstrap giocano con gli assunti più comuni della cultura pop, creando un insieme di canzoni magari non perfetto, ma certamente imprevedibile.

In conclusione, “I Love You Jennifer B” è uno dei migliori esordi del 2022: elettronica, pop e musica sperimentale si fondono a tratti perfettamente, rendendo il lavoro davvero affascinante. Sì, pare proprio che abbiamo trovato un volto tra i più brillanti della musica del futuro.

Voto finale: 8,5.

Recap: agosto 2022

Agosto, diversamente dalla tradizione, si è rivelato un mese abbastanza affollato per la scena musicale. Ad A-Rock abbiamo recensito i nuovi lavori dei Muse, degli Hot Chip, di Julia Jacklin e dei Kasabian; inoltre, spazio ai brevi EP a firma Julien Baker e Liam Gallagher e al ritorno di Ezra Furman. Infine, analizziamo il primo CD collaborativo di Panda Bear e Sonic Boom, così come quello tra Danger Mouse e Black Thought. Buona lettura!

Danger Mouse & Black Thought, “Cheat Codes”

cheat codes

Il primo LP di coppia fra Danger Mouse, produttore di primo piano, in passato collaboratore, tra gli altri, di Damon Albarn e The Black Keys, e Black Thought, membro del gruppo hip hop The Roots, è una gioia per i fan del rap di tendenza East Coast. Le basi sono infatti nostalgiche al punto giusto e gli ospiti, dai veterani come Raekwon e il compianto MF DOOM (presente con un verso postumo) ai più giovani Michael Kiwanuka e A$AP Rocky, senza tralasciare ovviamente i Run The Jewels, aggiungono ulteriore spessore ad un lavoro di ottima caratura.

I due avevano già provato in passato a trovare spazio nelle loro agende per una collaborazione a pieno titolo, col titolo provvisorio di “Dangerous Thoughts”; tuttavia, il progetto era stato messo in pausa per i successivi mesi, che sono poi diventati anni. Solo quest’anno il CD ha visto la luce, col titolo di “Cheat Codes”: i risultati, come già accennato, sono buoni e fanno del lavoro uno dei migliori dischi rap del 2022.

Le prime tracce che colpiscono l’ascoltatore, dopo l’inizio discreto ma convenzionale con Sometimes e la title track, sono The Darkest Part, con grande verso di Raekwon, e Because, la quale vanta ben tre featuring: Joey Bada$$, Russ e Dylan Cartlidge. Altre belle canzoni sono Aquamarine e Strangers, mentre sotto la media è Close To Famous. In generale, le composizioni scorrono bene e creano un insieme organico e coeso, che non risulta mai noioso.

In conclusione, “Cheat Codes” conferma il talento di entrambi i suoi principali autori e la potenza di una collaborazione ben piazzata: non stiamo parlando di un LP capace di reinventare la musica contemporanea, ma Danger Mouse e Black Thought hanno composto un CD di qualità e, pertanto, troveranno sicuramente posto nella lista dei migliori lavori dell’anno secondo A-Rock. Siamo piuttosto sicuri che non saremo gli unici a dargli spazio.

Voto finale: 8.

Julia Jacklin, “PRE PLEASURE”

pre pleasure

Il terzo CD della cantautrice australiana prosegue il percorso intrapreso col precedente “Crushing”, che l’aveva resa una delle voci più interessanti del nuovo cantautorato al femminile. Nulla di trascendentale, sia chiaro; semplicemente, un buonissimo disco indie rock.

Il titolo “PRE PLEASURE” può far pensare ad un lavoro molto intimo, che magari analizza il rapporto della Nostra con la sessualità. In realtà non è così: Julia, infatti, concentra la sua attenzione, come in passato, sul suo corpo e sulle relazioni, soprattutto quelle finite male. Se “Crushing” da questo punto di vista era stato davvero notevole, “PRE PLEASURE” non è da meno.

Tra i versi migliori abbiamo: “I quite like the person that I am… Am I gonna lose myself again?” (I Was Neon), a metà tra felice e inquieto. Inoltre menzioniamo: “I felt pretty in the shoes and the dress, confused by the rest… Could He hear me?” (Lydia Wears A Cross) e “I will feel adored tonight, ignore intrusive thoughts tonight, unlock every door in sight” (Magic), sensazioni che tutti abbiamo provato o desiderato almeno una volta.

Le liriche di “PRE PLEASURE” scorrono su canzoni semplici, a volte solo chitarra e voce (Less Of A Stranger) oppure più indie rock (I Was Neon), mai troppo carichi e sperimentali. Tuttavia, la già citata I Was Neon e Be Careful With Yourself sono highlight innegabili; meno convincenti Too In Love To Die e Less Of A Stranger, che spezzano eccessivamente il ritmo nella parte centrale del lavoro. Da non trascurare infine Lydia Wears A Cross ed End Of A Friendship, che aprono e chiudono perfettamente il disco.

In generale, Julia Jacklin si conferma cantautrice di talento e affidabile, ma priva al momento di quella scintilla che ha reso Phoebe Bridgers e Mitski delle eroine per il mondo indie. Vedremo se il futuro porterà Jacklin a sperimentare di più e, magari, a trovare quel capolavoro che sembra avere nel taschino.

Voto finale: 7,5.

Hot Chip, “Freakout/Release”

freakout release

Il nuovo CD degli inglesi Hot Chip, giunti ormai alla loro terza decade insieme, è un buon CD di musica elettronica. Partendo da una situazione drammatica, sia dal punto personale che da quello sociale, “Freakout/Release” riporta i britannici ai buoni livelli del precedente “A Bath Full Of Ecstasy” (2019).

Se il primo singolo di lancio Down poteva sembrare quasi scontato, fin troppo in linea col passato degli Hot Chip, gli altri due brani prescelti per promuovere il CD dimostravano ben altra stoffa: Eleanor usa un beat ballabilissimo, su cui Alexis Taylor (uno dei due frontman) parla degli effetti di una separazione dolorosa. Infine, Freakout/Release: siamo di fronte ad uno dei brani più carichi dell’intera produzione degli Hot Chip, quasi vicino alla techno, poco altro da aggiungere.

Va detto che abbiamo anche altri pezzi degni di nota: ad esempio, Broken e Time sono meritevoli di più di un ascolto. Inferiori alla media invece Hard To Be Funky e Guilty. Menzione, infine, per The Evil That Men Do, che presenta una sezione hip hop (!) nel finale.

Liricamente, Taylor e compagni sono più malinconici che mai: atteggiamento, come già detto, dovuto a circostanze personali (la morte dell’amico Philippe Zdar) e globali (la pandemia da Covid-19). I versi più significativi sono i seguenti: “Music used to be escape, now I can’t escape it” (la title track); “You can heal if you’re wounded, you can heal anytime” (Miss The Bliss); e “It holds me… I have no choice… All the rest is noise” (Not Alone). Emergono dunque segnali contrastanti, di depressione così come di ritrovato entusiasmo, sensazioni ben note a tutti noi passati per i lockdown pandemici.

In conclusione, “Freakout/Release” è probabilmente uno degli ultimi album propriamente pandemici, o almeno caratterizzabili come tali. Gli Hot Chip, dal canto loro, si confermano band consistente ed affidabile, incapace di comporre cattivi CD.

Voto finale: 7,5.

Ezra Furman, “All Of Us Flames”

all of us flames

Il nuovo lavoro della cantautrice americana si inserisce in una carriera di tutto rispetto: se il precedente “Twelve Nudes” (2019) era il CD più duro come sonorità della sua produzione, “All Of Us Flames” ricorda invece “Transangelic Exodus” (2018). Ad ogni modo, i risultati restano più che discreti.

Ezra Furman è una figura rispettata non solo per le sue qualità compositive, ma anche per la sua storia: il fatto di essere ebrea e transessuale allo stesso tempo, che in passato avrebbe portato discriminazioni a non finire, adesso la rende fiera. Prova ne siano alcuni riferimenti presenti in “All Of Us Flames”: “It’s not written in your Bibles, it’s a verse behind the verse only visible to an obsessive detail-oriented heathen Jew” canta, ad esempio, in Train Comes Through; mentre in Ally Sheedy In The Breakfast Club abbiamo una nota nostalgica a “the teenage girl I never got to be”. Altrove abbiamo testi più romantici (“You’ve got me in your arms… Maybe that’s all we need for warmth”, Forever In Sunset).

I migliori brani sono l’introduttiva Train Comes Through e Forever In Sunset, che ricorda il Bruce Springsteen di fine anni ’70. Inferiori alla media invece I Saw The Truth Underssing e Book Of Our Names, ma hanno il merito di mantenere coerente l’estetica del CD, pieno di riferimenti a PJ Harvey e alla scena rock anni ’00, soprattutto i Deerhunter.

In generale, Ezra Furman conferma il bene che si dice di lei ormai da una decina d’anni. “All Of Us Flames” non è un LP rivoluzionario, ma i suoi 47 minuti di durata scorrono bene e lo rendono ascoltabile da un vasto pubblico.

Voto finale: 7.

Panda Bear & Sonic Boom, “Reset”

reset

Il primo CD di Noah Lennox (Panda Bear), principale esponente degli Animal Collective, e Sonic Boom (Peter Kember), membro degli Spacemen 3, è in realtà derivato da una profonda stima reciproca che lega tra loro i due musicisti. I due, infatti, collaborano fin dai tempi di “Person Pitch” (2007), il bellissimo LP di Panda Bear, ma questa è la prima produzione in cui le canzoni sono scritte a quattro mani da Panda Bear e Sonic Boom.

“Reset” è un titolo azzeccato, dati i tempi grami in cui viviamo: servirebbe proprio un reset per ripartire, dopo anni contrassegnati da pandemia, guerre e tragedie legate al deterioramento ambientale. Le sonorità, peraltro, richiamano un’epoca più serena: gli anni ’60, quelli dei Beach Boys e del sunshine pop. Alla lunga la dolcezza dei risultati può quasi apparire stucchevole, ma nel complesso siamo di fronte a un buonissimo lavoro, forse il migliore di entrambi i musicisti dai tempi di “Panda Bear Meets The Grim Reaper” (2015).

“Reset” si caratterizza come una lunga suite di brani che spesso si mescolano uno nell’altro; vi sono episodi puramente psichedelici come Livin’ In The After ed Everyday, così come altri che virano sull’elettronica (In My Body, Whirlpool). In generale, però, è da premiare l’abilità dei due di creare un lavoro coeso ed estremamente godibile, con gli highlights di Gettin’ To The Point ed Everything’s Been Leading To This, che richiamano le migliori melodie di “Person Pitch” e “Merriweather Post Pavilion” (2009) degli Animal Collective. Delude un po’ solo In My Body.

Liricamente, come spesso accade nei lavori ricchi di sample tratti dal passato, i contenuti spesso sono indefiniti; tuttavia, in certi tratti Lennox e Kember lasciano trasparire qualche contenuto più calato nel presente. Ne sono esempi i seguenti versi: “One dude’s sweat is another’s balm” (Go On), forse un accenno allo sfruttamento capitalistico; e “Well times are tough and the draw is raw” (Everything’s Been Leading To This).

In conclusione, entrambi gli artisti coinvolti nella realizzazione di “Reset” hanno prodotto migliori CD in passato; allo stesso tempo, sentire nuovamente Panda Bear e Sonic Boom così liberi e sereni ci fa pensare che ci sia ancora qualcosa della vecchia magia da esplorare.

Voto finale: 7.

Julien Baker, “B-Sides”

b sides

Il breve EP “B-Sides” trae origine, dalle stesse sessioni di registrazione che hanno portato Julien Baker a pubblicare “Little Oblivions” nel 2021. I brani sono riusciti e sarebbero potuti benissimo entrare nella tracklist del CD principale, facendo di “B-Sides” un buon lavoro, seppur molto breve.

Il disco comincia con Guthrie, un pezzo molto intimista che sarebbe stato benissimo nell’esordio della Nostra, “Sprained Ankle” (2015). Abbiamo poi due pezzi più movimentati, caratterizzati da un indie rock convincente, Vanishing Point e Mental Math, che alzano il livello dell’EP e sono fra i migliori a firma Julien Baker.

Liricamente, la Baker si dimostra cantautrice tremendamente onesta nell’affrontare i suoi demoni e nel rendere il pubblico partecipe delle sue problematiche. In Guthrie mette in questione la propria fede: “Used to call upon the spirit, now I think heaven lets it ring… Wanted so bad to be good, but there’s no such thing”. Invece Mental Math parla di ricordi del passato da studente, inframmezzati da considerazioni più ampie: “Trying not to freak out, staring at the ground, doing math in my head, how far is it down?”.

In conclusione, “Little Oblivions” aveva confermato quanto di buono si diceva di Julien Baker; questo EP non fa che mettere nuovamente in luce il talento, compositivo e lirico, di una delle cantautrici più promettenti della sua generazione.

Voto finale: 7.

Liam Gallagher, “Diamond In The Dark”

diamond in the dark

Questo EP segue il successo dell’ultimo disco solista di R Kid, pubblicato pochi mesi fa. “C’MON YOU KNOW” non era il miglior lavoro a firma Liam Gallagher, ma faceva intravedere doti vocali e cantautorali ancora in buona forma e Diamond In The Dark, che dà il nome a questo EP, ne era uno dei migliori esempi.

Oltre a Diamond In The Dark, abbiamo in scaletta un remix del brano, a cura di DJ Premier, e una versione live del medesimo pezzo, presa dalla riedizione del concerto di Knebworth, la cui prima leggendaria edizione si tenne nel 1994 a firma Oasis. Infine, spazio alla b-side Bless You, che chiude abbastanza efficacemente un EP senza troppe pretese, ma non per questo mal riuscito.

Chiaramente non stiamo parlando di un prodotto imperdibile, ma i fan del più giovane dei fratelli Gallagher troveranno pane per i loro denti.

Voto finale: 6,5.

Muse, “Will Of The People”

will of the people

Il nono CD della band capitanata da Matt Bellamy è un mezzo fallimento. Se “Simulation Theory” (2018), pur con brani deboli come Dig Down, era un’innovazione pop nell’estetica dei Muse, “Will Of The People” è un mix di idee spesso sbagliate, che si rifanno al passato del gruppo e a quello della musica (soprattutto Queen e AC/DC).

Il primo singolo Won’t Stand Down aveva in realtà sollecitato attenzioni benevole: il sound metal del pezzo è una ventata di freschezza benvenuta in un LP altrimenti debole sotto molti punti di vista. Prova ne sia Compliance: un pasticcio pop piuttosto insopportabile. Prevedibile anche la ballata Ghosts (How I Can Move On).

Anche dal punto di vista testuale i Muse questa volta lasciano a desiderare: se in passato i Nostri erano stati in grado di scrivere convincenti inni di resistenza (Uprising) inseriti in concept album magari sovraccarichi di influenze, ma mai prevedibili (“The Resistance” del 2009), questa volta abbiamo canzoni radicali come la title track e Liberation, ma anche titoli come We Are Fucking Fucked… insomma, poco da salvare anche in questo ambito.

La cosa incredibile è che, malgrado queste evidenti lacune, il CD è in qualche modo salvabile: Bellamy è sempre convincente come cantante e regge quasi da solo pezzi come Verona e Liberation, mentre la base ritmica di Chris Wolstenholme e Dominic Howard brilla in Kill Or Be Killed ed Euphoria. Le migliori melodie di “Will Of The People” sono quindi Won’t Stand Down e Kill Or Be Killed, mentre molto deludenti sono Compliance e You Make Me Feel Like It’s Halloween.

Pare purtroppo che i Muse abbiano perso quella furia, unita all’attenzione per i giusti ganci pop, che hanno reso la tripletta “Origin Of Symmetry” (2001) -“Absolution” (2003) -“Black Holes And Revelations” (2006) dischi imperdibili nei primi anni ’00. “Will Of The People” è indiscutibilmente il più brutto LP della loro produzione e fa nascere cattivi pensieri sul futuro della band.

Voto finale: 5.

Kasabian, “The Alchemist’s Euphoria”

The Alchemists Euphoria

I Kasabian hanno attraversato tempi molto difficili recentemente: nel 2020, in piena pandemia, il frontman del gruppo Tom Meighan è stato arrestato per aver picchiato la fidanzata, reato di cui poi si è dichiarato colpevole. Il gruppo non ha potuto far altro che espellerlo, con tutte le conseguenze del caso.

Questo “The Alchemist’s Euphoria” è quindi una sorta di nuovo inizio per la band, autrice di successi dei primi anni ’00 come Club Foot e Fire… tutto questo, però, è ormai un ricordo. Va detto che, anche nelle ultime uscite con Meighan, il complesso britannico non era apparso in grande forma: sia “48:13” (2014) che “For Crying Out Loud” (2017) erano infatti CD poco lucidi ed ispirati, soprattutto il primo.

Purtroppo, anche “The Alchemist’s Euphoria” non fa molto per risollevare il destino dei Kasabian: Sergio Pizzorno alla voce non suona benissimo e molte canzoni sono eccessivamente influenzate da molteplici direttrici. House, hip hop, R&B… il CD è, come da titolo, un’alchimia, purtroppo mal riuscita. Prova ne siano ROCKET FUEL, ALYGATYR e STRICTLY OLD SKOOL.

Peccato, perché alcuni lampi restano discreti: l’iniziale ALCHEMIST non è male, così come T.U.E (the ultraview effect) e STARGAZR. Ma i momenti di sconforto sono maggiori di quelli positivi, circostanza che rende il pur coraggioso cambio di pelle operato dai Kasabian un buco nell’acqua. Spiace ammetterlo, ma il destino della band pare segnato.

Voto finale: 5.

Recap: febbraio 2022

Febbraio è stato un mese densissimo di pubblicazioni importanti per la musica pop-rock. Abbiamo recensito le nuove uscite di artisti del calibro di Beach House, Mitski e Animal Collective. In più, abbiamo il magnifico secondo CD dei Black Country, New Road e il ritorno di Saba, dei Big Thief e di Cate Le Bon. Come tralasciare poi il nuovo CD dei veterani Spoon e il quarto LP degli Alt-J? Buona lettura!

Black Country, New Road, “Ants From Up There”

ants from up there

Il secondo disco della formidabile band inglese nasce nella tragedia: il frontman Isaac Wood, a pochi giorni dalla pubblicazione del lavoro, ha annunciato la sua dipartita dalla band, a causa di non meglio specificati motivi personali. Pare non esserci alcun astio con gli altri membri dei Black Country, New Road, che peraltro hanno annunciato di voler continuare a produrre musica… vedremo se in futuro Isaac ci ripenserà, ma al momento il destino dei BC, NR è appeso ad un filo.

Pubblicato precisamente un anno dopo il fortunato esordio “For The First Time”, il CD è diverso in alcune caratteristiche, pur mantenendo lo spirito di esplorazione del predecessore. Le atmosfere sono più ovattate, ad esempio in Bread Song la tensione si accumula senza trovare uno sfogo adeguato, ma non per questo bisogna pensare che l’era pop dei Black Country, New Road sia tra noi. Anzi, brani come la lunghissima suite Basketball Shoes e Snow Globes sono tutto meno che commerciali.

Anche liricamente, del resto, l’animo tormentato di Wood ha modo di mostrarsi, attraverso metafore immaginifiche e altri momenti di più diretto sconforto. Ne sono esempi i seguenti versi: “Ignore the hole I dug again, it’s only for the evening” (tratto da Haldern), il drammatico “So I’m leaving this body… And I’m never coming home again!” (Concorde) e “All I’ve been forms the drone, we sing the rest. Oh, your generous loan to me, your crippling interest”, ad oggi le ultime parole declamate da Wood come frontman del complesso londinese, prese da Basketball Shoes.

Musicalmente, dicevamo, “Ants From Up There” è diverso da “For The First Time”: se prima i riferimenti dei Black Country, New Road erano rintracciabili nel mondo post-punk, adesso abbiamo di fronte una strana creatura, a metà tra Slint e Arcade Fire, con tocchi di Radiohead e Neutral Milk Hotel. I pezzi migliori sono la struggente Bread Song, la scombiccherata Snow Globes e Concorde, ma non bisogna sottovalutare la lunga cavalcata che chiude il lavoro, Basketball Shoes. Inferiore alla media solo Good Will Hunting.

“Ants From Up There” potrebbe rappresentare la fine di una carriera troppo breve, oppure l’inizio di un’altra fase altrettanto fertile per i Black Country, New Road. Certo, l’abbandono di Isaac Wood è una batosta, ma le basi su cui poggia l’estetica del gruppo sono solide e abbiamo speranze che il progetto possa tornare ad alti livelli. Se questo fosse il CD di addio, sarebbe comunque un capolavoro di chiusura. Sipario (?).

Voto finale: 9.

Big Thief, “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”

Dragon New Warm Mountain I Believe In You

Il nuovo LP del complesso americano, il quinto della loro brillante carriera, è un capolavoro fatto e finito, quel manifesto definitivo che tanto aspettavamo dalla band capitanata da Adrianne Lenker. “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”, nei suoi 80 minuti, è una summa di quanto fatto in passato dai Big Thief: indie rock (Little Things, Flower Of Blood), folk (Change, Sparrow), addirittura country (Spud Infinity, Red Moon), con apertura a nuovi mondi (Heavy Bends evoca Four Tet, Blurred View il trip hop) e ancora più cura e attenzione ai dettagli. È un fatto: i Big Thief si sono sempre migliorati da un album al successivo. Se questo può essere preso come il loro “White Album”, in chiave beatlesiana, è possibile che presto avremo il nostro “Revolver”, sebbene in ordine invertito rispetto alla linea del tempo dei Fab Four.

La grande varietà del lavoro non va mai a detrimento del risultato complessivo: certo, vi sono highlights come Little Things e Certainty, che saranno classici anche dal vivo dei Big Thief, ma anche i pezzi che possono passare per minori, come Sparrow e Dried Roses, fanno la loro figura all’interno della tracklist di “Dragon New Warm Mountain I Believe In You”. Se nel 2019 il gruppo aveva deciso di pubblicare una coppia di CD, “U.F.O.F.” e “Two Hands”, che davano sfogo al loro lato più folk e rock ma in tempi diversi, qui hanno deciso di mixare tutto insieme: un atto di coraggio e spavalderia assolutamente ripagato dal risultato finale.

Anche liricamente, come è del resto immaginabile, il disco tocca temi disparati: si parte da Adamo ed Eva (“She has the poison inside her, she talks to snakes and they guide her” canta Lenker in Sparrow), l’amore finito (“Could I feel happy for you when I hear you talk with her like we used to? Could I set everything free when I watch you holding her the way you once held me?”, canta straziata Adrianne in Change) così come il tempo perso dietro agli “schermi” (“Sit on the phone, watch TV. Romance, action, mystery” la frase ironica di Certainty).

È difficile condensare in una recensione la strada percorsa dai Big Thief rispetto all’esordio “Masterpiece” del 2016: quel CD tutto era meno che il capolavoro evocato nel titolo, tuttavia sei anni dopo possiamo dire che “Dragon New Warm Mountain I Believe In You” è quel “masterpiece” promesso da Adrianne Lenker e compagni. I Big Thief sono ormai una certezza nel mondo indie e non smettono di sorprenderci; avevamo già pensato in passato che la traiettoria ascendente della loro carriera fosse finita, ma siamo stati sempre smentiti. Che dire? Speriamo che sia così anche questa volta.

Voto finale: 9.

Beach House, “Once Twice Melody”

once twice melody

L’ottavo LP del duo originario di Baltimora è un altro capolavoro in una carriera costellata di grandi CD. Diviso in quattro capitoli, articolato in 18 canzoni per 84 minuti totali, “Once Twice Melody” raccoglie tutto quanto fatto in passato dai Beach House, dalle cavalcate quasi psichedeliche (Superstar) alle ballate che riportano alle origini del gruppo (Sunset), passando per pezzi molto cinematografici (New Romance) e grandi odi dream pop (Masquerade). Non tutto funziona a meraviglia, ma quando lo fa siamo di fronte ad un lavoro imperdibile.

Interessante (e riuscita) l’idea dei Beach House di pubblicare “Once Twice Melody” in quattro diverse uscite tra novembre 2021 e febbraio 2022, dando modo al pubblico di digerire le numerose sfaccettature del lavoro. In effetti, come già accennato, la durata rappresenta il principale ostacolo ad una fruizione perfetta del CD: tuttavia, probabilmente il duo formato da Victoria Legrand e Alex Scally ha voluto fare piazza pulita dei propri archivi. Chissà che le future incarnazioni dei Beach House non divergano molto da quanto sentito negli ultimi anni.

In generale, non c’è una vera e propria narrativa alla base di ogni capitolo: i temi dell’amore, del sogno, dei ricordi e del rapporto con ciò che ci circonda, comprese le stelle, sono disseminati un po’ ovunque. Come sempre coi Beach House, è più la sensazione provocata dalla musica che le liriche ad emozionare: in pezzi come la superlativa Superstar e Masquerade lo scopo è raggiunto magnificamente. Col tempo, è quasi naturale che alcune canzoni ricalchino altre già sentite in precedenza (ESP, Illusion Of Forever), ma in generale la qualità media del lavoro è squisita.

Il tema delle stelle ricorre spesso nel lavoro: in Superstar Legrand canta “The stars were there in our eyes”, mentre Pink Funeral contiene un verso quasi identico: “The painted stars, they fill our eyes”. Altrove immagini tragiche si mescolano con altre ironiche: “Something somebody told me, think the plane is going down. You can’t take it with you, so let me buy you the next round” (The Bells), laddove New Romance contiene forse il verso più bello: “You’re somebody else, somebody new… ‘fuck it’ you said, ‘it’s beginning to look like the end’”.

In conclusione, “Once Twice Melody” è un altro grande disco in una discografia ormai leggendaria. Non è un caso che i Beach House incarnino l’idea di dream pop del XXI secolo: se in passato li abbiamo visti sia nella loro versione più semplice (l’eponimo esordio “Beach House” del 2006) che in quella più muscolare (“7” del 2018), passando per dischi magnifici come “Teen Dream” del 2010 e “Bloom” del 2012, questo LP è una summa di tutto quanto. Forse non è il loro migliore lavoro, ma con “Once Twice Melody” Legrand e Scally hanno scritto altre grandi pagine di dream pop.

Voto finale: 8.

Mitski, “Laurel Hell”

laurel hell

Il sesto lavoro della talentuosa cantautrice giapponese-americana è un buon lavoro pop che si rifà agli anni ’80. Su un tappeto di synth e con una batteria tonante sempre in primo piano, Mitski racconta i suoi tormenti e la volontà di trovare finalmente pace in un mondo sempre più travolgente e rapace.

Non tutto però suona allo stesso modo nel CD: abbiamo pezzi più trascinanti (The Only Heartbreaker, Love Me More, due highlight del disco) ed altri quasi ambient (I Guess, Everyone), che rendono il ritmo complessivo di “Laurel Hell” un po’ incoerente, ma mai scontato. Se musicalmente “Laurel Hell” può suonare a tratti euforico, però, Mitski si rivela un’anima tormentata.

Dopo il grande successo di “Be The Cowboy” (2018) e il lungo tour che ne seguì, Mitski aveva abbandonato qualsiasi altro interesse e le amicizie precedenti, circostanza che l’aveva fatta sentire vuota e le aveva fatto decidere di abbandonare la musica una volta per tutte. Tuttavia, il suo contratto con l’etichetta discografica Dead Oceans prevedeva la pubblicazione di un ultimo CD, quindi “Laurel Hell” ha visto la luce. Inoltre, Mitski ha deciso di imbarcarsi in un tour che la vedrà supportare la superstar Harry Styles, quindi il suo impegno verso il mondo della musica pare tutto meno che esaurito.

Liricamente, abbiamo vari frammenti che ci fanno intravedere un’anima sensibile e fragile: “I always thought the choice was mine… And I was right, but I just chose wrong” canta Mitski in Working For The Knife. La sensazione di impotenza che a volte prende tutti noi quando vogliamo ribellarci ad un ordine di cose immodificabile è evidente in Everyone: “Sometimes I think I am free… Until I find I’m back in line again”. I versi più commoventi sono però contenuti in That’s Our Lamp, che chiude il lavoro: “You say you love me, I believe you do. But I walk down and up and down and up and down this street, ’cause you just don’t like me, not like you used to”.

Vedremo, fatto sta che Mitski si conferma talentuosa come poche altre figure nel panorama contemporaneo: passata dall’indie rock delle origini, per poi arrivare ad un pop danzereccio e gioioso in “Be The Cowboy”, questo “Laurel Hell” suona come un riassunto delle puntate precedenti, con un’apertura non trascurabile verso il pop più raccolto. Nulla di trascendentale, ma un’ulteriore dimostrazione che, quando nella musica butti tutta te stessa, i risultati sanno essere davvero notevoli.

Voto finale: 8.

Animal Collective, “Time Skiffs”

time skiffs

Il dodicesimo disco di inediti degli Animal Collective segue il debole “Tangerine Reef” (2018) e l’EP “Bridge To Quiet” del 2020 ed è il primo dai tempi di “Merriweather Post Pavilion” (2009) che è stato composto dal quartetto originale, vale a dire Noah Lennox (Panda Bear), David Portner (Avey Tare), Brian Weitz (Geologist) e Josh Dibb (Deakin). I risultati si vedono: il gruppo pare rigenerato rispetto alle ultime prove, le melodie sono strane ma dolci e tendenti più al pop che allo sperimentalismo, per un risultato finale davvero soddisfacente.

Siamo non lontani dai territori calcati nel periodo più florido degli Animal Collective, quello a cavallo degli anni ’00, contraddistinti da CD immortali come “Feels” (2005), “Strawberry Jam” (2007) e il già citato “Merriweather Post Pavilion”: pop psichedelico, testi impressionisti piuttosto che calati nella realtà, lunghe suite strumentali che esplodono in ritornelli accattivanti… non sarà un ritorno all’imprevedibilità dei loro tempi migliori, ma gli Animal Collective sembrano tornati davvero a buoni livelli.

Il CD si articola in nove canzoni, per una durata complessiva di 47 minuti, alternati tra canzoni più compatte (Dragon Slayer) ed altre che sembrano delle lunghe jam session in studio (Cherokee), con risultati in generale apprezzabili. I migliori pezzi sono Prester John e Strung With Everything, mentre sotto la media Passer-by.

In generale, come già accennato, “Time Skiffs” è il più convincente album degli Animal Collective da tredici anni a questa parte. Che questo lavoro segni un nuovo inizio per la band non è scontato; allo stesso tempo, però, godiamoci questo LP, in tutta la sua (apparente) semplicità.

Voto finale: 7,5.

Spoon, “Lucifer On The Sofa”

lucifer on the sofa

Ne sono successe di cose dall’ultimo album di studio degli Spoon, “Hot Thoughts” del 2017: il gruppo texano ha pubblicato un greatest hits, “Everything Hits At Once: The Best Of Spoon”, nel 2019; il bassista Rob Pope ha lasciato la band ed è stato rimpiazzato da Ben Trokan; ultimo ma non per importanza, una pandemia ha colpito il mondo ed ha anche influenzato il modo di registrare questo “Lucifer On The Sofa”.

Insomma, il CD si presentava come un tagliando sull’efficacia della formula che ha fatto degli Spoon uno dei complessi indie rock più affidabili su piazza: canzoni minimaliste, ritornelli pop ma non troppo, testi tendenti al claustrofobico, durata ragionevole dei lavori. Se “Hot Thoughts” aveva flirtato con elettronica e funk, questo LP invece torna alla radici rock del gruppo, ad esempio a “Transference” (2010).

Aiutati da produttori rinomati come Dave Fridmann (già con loro nei precedenti due CD), Mark Rankin (Adele, Iggy Pop), Justin Raisen (Kim Gordon, Yves Tumor) e addirittura Jack Antonoff (collaboratore delle popstar Lorde e Lana Del Rey tra le altre), gli Spoon hanno prodotto un decimo disco di qualità: compatto, veloce, con highlights notevoli come Wild e The Devil & Mister Jones. Inferiore alla media solamente Feels Alright.

Liricamente, il diavolo evocato nel titolo appare in varie canzoni, come la title track e The Devil & Mister Jones; altrove abbiamo riferimenti all’amore (Satellite) e a Dio (Astral Jacket), ma il tono generale del lavoro, come già accennato, è malinconico e minaccioso, anche se in modo sottile.

In generale, “Lucifer On The Sofa” non raggiunge la creatività mostrata in dischi del passato come “Ga Ga Ga Ga Ga” (2007) e “They Want My Soul” (2014), ma resta un altro capitolo degno di nota in una discografia immacolata.

Voto finale: 7,5.

Cate Le Bon, “Pompeii”

pompeii

Il sesto album della cantautrice gallese raffina il sound già introdotto in “Reward” del 2019, l’album che la fece scoprire a molti. Il mix insolito di pop, psichedelia e soft rock conferma la versatilità di Cate e migliora ad ogni ascolto, pur non brillando per ritmi trascinanti o canzoni da Top 40 di Billboard.

Stabilitasi da qualche anno nel deserto del Mojave, in California, Le Bon ha scritto durante il periodo più duro della pandemia canzoni simili a quelle del suo recente passato, ma “Pompeii” pare un album molto più coeso rispetto a “Reward”: nota di merito alla presenza della Nostra, che àncora tutte le canzoni ed evita derive psichedeliche o troppo barocche. Menzione poi per la copertina, che la ritrae vestita da suora: il ritratto è stato prodotto dall’amico Tim Presley (White Fence), suo compagno nella band DRINKS.

Le canzoni di “Pompeii” procedono lente, meditative: nessuna è trascinante come ci aspetteremmo da un brano pop, tuttavia i nove pezzi che compongono il CD scorrono via serenamente. Vi sono quelli più psichedelici come Running Away e French Boys, così come quelli più accessibili come l’ottima Moderation e Harbour; ma nessuno suona fuori posto. Solo Cry Me Old Trouble e French Boys sono inferiori alla media.

Testualmente, restano impressi alcuni versi declamati da Cate Le Bon nel corso dei 43 minuti di durata del disco: ad esempio, nella title track Pompeii abbiamo “Every fear that I have, I send it to Pompeii”, che suona come un mandare a quel paese le paure che la trattengono. In Harbour, abbiamo una frase tanto potente quanto misteriosa: “What you said was nice… When you said my heart broke a century”. In Moderation, invece, compare la sua indole ribelle: “Moderation: I can’t stand it”.

“Pompeii” è in conclusione un buon LP, che svela dettagli interessanti ad ogni ascolto. Cate Le Bon si conferma cantautrice di qualità nel reame art pop, sulla scorta del successo riscosso l’anno scorso da artisti come The Weather Station e Cassandra Jenkins. La aspettiamo alla prova del prossimo CD, fiduciosi che la qualità sarà ancora una volta apprezzabile.

Voto finale: 7,5.

Saba, “Few Good Things”

Few Good Things

“Jesus got killed for our sins, Walter got killed for a coat” cantava Saba in “CARE FOR ME” del 2018, il bellissimo album che precede “Few Good Things” nella discografia del Nostro. Se il tono del precedente lavoro era malinconico, a tratti disperato a causa della tragica sorte del cugino Walter, in “Few Good Things” Saba passa ad un’estetica più accessibile, che a volte tocca la trap (Survivor’s Guilt) e spesso il neo-soul. I risultati sono meno strabilianti, ma il CD non rappresenta una battuta d’arresto: semplicemente, pare un disco di transizione.

“Few Good Things” rispetto a “CARE FOR ME” accoglie un maggior numero di ospiti: tra i più rappresentativi abbiamo G Herbo (in Survivor’s Guilt) e Smino (Still). I brani scorrono bene, non vi sono cambi di ritmo radicali, circostanza che aiuta la coesione complessiva del lavoro. Allo stesso tempo, mancano i versi travolgenti e la potenza di alcune melodie che trovavamo in “CARE FOR ME”. Ad esempio, Stop That è debole. Al contrario, 2012 e la title track, che chiudono brillantemente il CD, sono davvero riuscite.

I migliori versi riguardano la sensazione che Saba prova nel vedersi ricco e nel riflettere sulle sue umili origini, spesso avvertendo un contrasto insanabile e una sorta di senso di colpa. Abbiamo ad esempio: “I still get nostalgic driving past houses my family lost” (Free Samples) e “Need a million after taxes, I might spend the shit on fashion… Sit all day and I play Madden” (One Way Or Every N***a With A Budget). Altrove invece emergono i suoi problemi personali: “I’m dying from asphyxiation from the weight of the world while in the waiting room I’m waiting for the birth of my girl” (Soldier).

In generale, “Few Good Things”, come da titolo, contiene alcune cose davvero buone; tuttavia, la qualità complessiva è inferiore rispetto a “CARE FOR ME”. Troviamo che Saba renda meglio quando può rappare su basi più raccolte rispetto a quelle trap, ma allo stesso tempo la versatilità è una qualità da coltivare. Lo aspettiamo al prossimo CD, probabilmente la prova della verità per il rapper originario di Chicago.

Voto finale: 7.

Alt-J, “The Dream”

the dream

Pubblicato ben cinque anni dopo “Relaxer” (2017), il quarto album dei britannici Alt-J scrive una pagina interlocutoria in una carriera che sta prendendo una china pericolosa. Salutati, ai tempi del magnifico esordio “An Awesome Wave” (2012), come i salvatori del rock inglese, gli Alt-J non sono mai riusciti a replicare quei risultati; “The Dream” è il loro album più lento e meditativo, con solo alcuni momenti davvero buoni.

In realtà le prime due canzoni del lotto sono tra le migliori della produzione recente degli Alt-J: Bane è una tipica “slow burner”, mentre il singolo U&ME è più accattivante e quasi rievoca Breezeblocks. Il resto del CD vaga tra pezzi lenti, a volte troppo (Get Better), e altri invece più vivi ma non sempre centrati (Hard Drive Gold). Alla fine, restano solo un pugno di brani davvero riusciti: oltre a Bane e U&ME, abbiamo anche The Actor. Non male anche le due canzoni col titolo “americano”, Chicago e Philadelphia.

Liricamente, va detto, il lavoro ha spesso il merito di trattare temi delicati in modo molto aperto ed evocativo: “I still pretend you’re only out of sight in another room, smiling at your phone” canta sconsolato Joe Newman in Get Better parlando di una persona cara da poco scomparsa. Altrove il tono è più scherzoso: Bane è un’ode alla Coca Cola, mentre Hard Drive Gold tratta il tema delle criptovalute e i relativi rischi.

In generale, tuttavia, “The Dream” non suona propriamente come il sogno evocato dal titolo: piuttosto, come una lunga playlist di pezzi propedeutici al sonno. Di per sé, non è necessariamente un problema, però la qualità di alcune melodie è discutibile e abbassa la media. Peccato, perché da tre ragazzi che all’esordio hanno vinto il Mercury Prize ci aspettiamo sempre grandi cose. Sarà per la prossima, speriamo.

Voto finale: 6,5.

Rising: Yung Kayo & Yeule

Quest’oggi nella rubrica Rising affrontiamo due artisti molto interessanti. Da un lato abbiamo Yung Kayo, giovane rapper protegé di Young Thug; dall’altro Yeule, un volto nuovo nel mondo del pop più d’avanguardia. Buona lettura!

Yeule, “Glitch Princess”

Glitch Princess

Il secondo album dell’artista nata a Singapore come Natasha Yelin Chang, successivamente trasferitasi a Londra e diventata non-binaria col nome di Nat Cmiel, è un ottimo CD che si inserisce sulla strada già aperta da artisti visionari come la compianta SOPHIE e Arca. Nulla di radicale, quindi, ma senza dubbio un prodotto art pop di qualità.

Yeule è una figura complessa: da un lato abbiamo un artista capace di scrivere brani pop accattivanti come Don’t Be So Hard On Your Own Beauty, dall’altro lo sperimentatore che inizia il lavoro con l’ostica My Name Is Nat Cmiel. Questa ambivalenza permea tutto il CD, che alterna momenti musicalmente più euforici (Too Dead Inside) ad altri più difficili (Fragments), spesso su testi altrettanto strani.

In Friendly Machine, ad esempio, Yeule proclama: “Always want but never need, I don’t have an identity I can feed”; invece Don’t Be So Hard On Your Own Beauty apre un varco di luce: “the sullen look on your face tells me you see something in me more pure than this dirty”. Tuttavia, l’ammissione più candida avviene nell’apertura del lavoro, in cui Yeule ci appare non come un cyborg, bensì una persona come tutti noi: “I like pretty textures in sound, I like the way some music makes me feel, I like making up my own worlds” (My Name Is Nat Cmiel).

In conclusione, “Glitch Princess” è un secondo album che alza decisamente il livello rispetto all’esordio “Serotonin II” (2019), ancora acerbo. Il pop futurista di Yeule a tratti è irresistibile; quando imparerà a mettere da parte gli sperimentalismi più fini a sé stessi (si senta Fragments a tal riguardo), avremo di fronte un vero grande progetto. Ma già così abbiamo un talento fuori dal comune.

Voto finale: 8.

Yung Kayo, “DFTK”

dftk

Nell’esordio del giovane rapper, originario di Washington e ora stabilitosi a Los Angeles, accade una cosa che non è comune nel mondo hip hop: nei testi non succede nulla o quasi. Certo, nella trap specialmente abbiamo spesso canzoni che sono inni alle case di moda o alla vita da strada, ma Yung Kayo in questo è ancora più radicale: le basi sono sempre vive, spesso imprevedibili, ma liricamente c’è ancora molto da lavorare.

Questo non è per forza un peccato, a patto che si ascolti “DFTK” unicamente per rilassarsi e divertirsi, non per studiare la visione del mondo di Yung Kayo. In alcuni tratti abbiamo liriche toccanti, ad esempio in no sense (“I had to look at my neck, the chain is so heavy it’s holding me down”) e in believer (“We was supposed to link up, it was supposed to be us”), ma i risultati sono complessivamente mediocri.

Il CD, nella sua brevità (appena 35 minuti), si distanzia ulteriormente dal rap moderno, spesso caratterizzato da durate fuori controllo: circostanza che aiuta il replay value ed evita il filler tipico dei lavori più lunghi. I migliori brani sono le potenti YEET e believer, mentre deludono un po’ le prevedibili freak e over.

In generale, l’estetica di Yung Kayo è riconducibile solo in parte a quella del mentore Young Thug: se è vero che la sua trap è caratterizzata da esperimenti vocali non banali, il tono quasi psichedelico di brani come no sense e down (one kount) ci fa accostare il giovane rapper a Playboy Carti, mentre la trap muscolare di YEET e it’s a monday ricorda Denzel Curry.

In conclusione, “DFTK” è un CD interessante, che ci fa intravedere il talento di Yung Kayo, ma che non appare ancora il lavoro definitivo del rapper statunitense. Aspettiamo la sua prossima prova per farci un’idea più approfondita della questione.

Voto finale: 7,5.

Recap: gennaio 2022

Il 2022 è cominciato col botto: basti dire che uno dei CD più rilevanti usciti durante il mese di gennaio è stato il nuovo lavoro della superstar canadese The Weeknd. Abbiamo poi i nuovi dischi di Nas, Earl Sweatshirt e FKA twigs. Inoltre, Burial ha pubblicato un nuovo EP. Buona lettura!

The Weeknd, “Dawn FM”

dawn fm

Il quinto album di The Weeknd segue l’acclamatissimo “After Hours” del 2020, uno dei CD di maggior successo degli ultimi anni, insieme forse solo a “Future Nostalgia” di Dua Lipa (2020 anch’esso). La missione era molto difficile, ma Abel Tesfaye riesce con successo a bissare il predecessore di “Dawn FM”, grazie a un innato talento per il pop e alcune collaborazioni di spessore.

Partiamo proprio dai collaboratori: affiancarsi a Quincy Jones, Tyler, The Creator e Lil Wayne, tra gli altri, non è cosa comune, anche per artisti affermati come The Weeknd. Avere poi la produzione di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never) e Max Martin consente una flessibilità tra ritmi pop e momenti sperimentali invidiabile, come nei momenti migliori di “After Hours”. Forse questo disco non conterrà brani pop perfetti come Blinding Lights e Save Your Tears, ma è comunque un prodotto di ottima fattura, il primo grande CD del 2022.

A narrare la storia alla base del lavoro è niente di meno che Jim Carrey, il celebre attore hollywoodiano e amico del Nostro: sono i suoi intermezzi a rendere l’arco narrativo del disco coerente, malgrado qualche pezzo di troppo (Every Angel Is Terrifying). I brani migliori sono Take My Breath, qui nella versione allungata, e Less Than Zero, che pare ispirato dai The War On Drugs. Da non sottovalutare poi Out Of Time, mentre sotto la media I Heard You’re Married, malgrado la presenza di Lil Wayne.

Il mondo di “Dawn FM” è decisamente più dark, almeno in apparenza, rispetto ad “After Hours”: già dalla copertina, in cui vediamo un Abel invecchiato e con sguardo perso nel vuoto, abbiamo una sensazione di malessere interiore trasmessa dell’artista canadese. Sentimento rafforzato dalle prime parole pronunciate dal DJ Jim Carrey in apertura: “You’ve been in the dark for way too long, it’s time to walk into the light… We’ll be there to hold your hand and guide you through this painless transition” (Dawn FM). Altrove emerge invece la figura abituale di The Weeknd, quella del conquistatore seriale di belle ragazze, dalle quali emergono infiniti problemi: “Everytime you try to fix me, I know you’ll never find that missing piece” (Sacrifice), “The only thing I understand is zero sum of tenderness” (Gasoline) e “You don’t wanna have sex as friends no more” (Best Friends) sono chiari esempi.

In conclusione, il cantante misterioso che nel lontano 2011 aveva rivoluzionato la scena R&B è definitivamente mutato in una popstar fatta e finita, con risultati strabilianti. “Dawn FM” è il primo grande album pop del 2022; ne parleremo ancora a lungo, possiamo starne certi.

Voto finale: 8.

Earl Sweatshirt, “SICK!”

sick!

Il nuovo CD del rapper più misterioso uscito da quella covata di ragazzi prodigi che era la Odd Future apre un nuovo, interessante capitolo nella sua già brillante carriera. Se “Some Rap Songs” (2018) rappresentava il compimento di quel rap jazzato e astratto che aveva contraddistinto la produzione della sua gioventù, “SICK!” è quasi trap nel suo incedere.

Due eventi hanno grande peso nell’economia del lavoro: la pandemia in cui siamo coinvolti da ormai due anni e la recente nascita del primo figlio di Earl. Se “Feet Of Clay”, il breve EP del 2019, era la chiusura ideale del ciclo di “Some Rap Songs”, il Nostro ha rivelato che prima di pubblicare “SICK!” aveva in mente di dare alla luce un LP di ben 19 canzoni, che però suonavano troppo ottimiste e sono state scartate in favore dei beat più sghembi e jazzati di questo lavoro.

Decisione probabilmente corretta: Sweatshirt dà il meglio sulla breve distanza, come già dimostrato in passato. I 24 minuti del CD scorrono bene, anche grazie a ospiti di spessore come Armand Hammer, il duo formato dai rapper ELUCID e billy woods (presenti in Tabula Rasa), Zelooperz (Vision) e The Alchemist (Lye). I pezzi migliori sono 2010 e Tabula Rasa, leggermente sotto la media la troppo breve Old Friend. Da sottolineare infine la melodia alla base della sognante Vision.

Se un tempo Earl era un maestro delle canzoni potenti, con testi scarni e ironia a piene mani, in “SICK!” notiamo una figura più matura emergere dalle sue canzoni. Le considerazioni sul suo passato sono presenti un po’ ovunque, ma non con la voglia di sfida e rivincita che caratterizzava la sua gioventù. Da notare, a chiusura di Fire In The Hole, queste parole, originariamente pronunciate dal grande Fela Kuti: “As far as Africa is concerned, music cannot be for enjoyment. Music has to be for revolution. Music is the weapon”. In 2010 abbiamo acute considerazioni sulla sua infanzia così come sul futuro prossimo (“We got us a fire to rekindle”), mentre in Old Friend sembra un soldato in guerra: “I came from out the thicket smiling… Link up for some feasible methods to free yourself”.

Earl Sweatshirt si conferma nome imprescindibile per la scena hip hop più sperimentale: le sue canzoni fulminanti ma non trascurate sono piccoli miracoli di ottimo artigianato. Pur non essendo il suo miglior lavoro, “SICK!” apre nuove prospettive in una carriera già piuttosto peculiare.

Voto finale: 8.

Nas, “Magic”

magic

Arrivato la Vigilia di Natale sui servizi di streaming e sugli scaffali dei negozi di musica, l’ennesimo CD del celebre rapper newyorkese lo trova in buona forma, non lontano dai suoi migliori momenti. In attesa di “King’s Disease III”, che dovrebbe chiudere la trilogia, “Magic” è un buon antipasto.

Nas è un nome sempre controverso nel mondo hip hop: capace di capolavori come “Illmatic” (1994) così come di flop colossali come “Nastradamus” (1999), negli ultimi anni abbiamo assistito ad una sorta di sua rinascita artistica, soprattutto a partire da “King’s Disease” (2020). Assistito ancora da Hit-Boy e con ospiti di spessore come A$AP Rocky e DJ Premier, entrambi in Wave Gods, i 29 minuti di durata del CD passano facilmente e aiutano il replay value. L’essere retro nelle sonorità è solo un fattore tra tanti, per alcuni anzi potrebbe anche essere un valore aggiunto.

Liricamente, Nas si conferma rapper capace di scrivere versi feroci (“I’m tellin’ it like it is, you gotta deal with the consequence”, in Speechless) e nostalgico (in Dedicated cita il film Carlito’s Way e Mike Tyson, icone degli anni ‘90), arrogante (“Only thing undefeated is time, the second is the internet, number three is this rhyme”, sempre in Speechless) e dubbioso della capacità di mantenere la fedeltà per molto tempo (“One girl for the rest of your life, is that realistic?”, chiede retoricamente in Wu For The Children). I brani migliori sono Dedicated e Speechless, sotto la media invece The Truth.

In generale, “Magic” conferma una volta in più che, quando Nas è concentrato e senza grilli per la testa, è capace di produrre CD davvero riusciti. Questo, purtroppo per lui e la sua eredità artistica, non è sempre stato il caso, soprattutto nella parte centrale della sua carriera. Tuttavia, giunto ai 48 anni, pare proprio che Nas sia pronto a regalarci ancora momenti da ricordare. Se “Magic” è solo l’antipasto, aspettiamo trepidanti la portata principale.

Voto finale: 7,5.

FKA twigs, “CAPRISONGS”

caprisongs

Il nuovo lavoro della cantante inglese è etichettato come un mixtape, quindi un componimento libero da impegni in termini di temi alla base del prodotto o narrazioni impegnative. Rispetto al precedente “MAGDALENE” (2019), quindi, che invece trattava argomenti come gli abusi subiti da FKA twigs durante una precedente relazione, “CAPRISONGS” è caratterizzato da melodie e testi più accessibili, ma anche da alcune canzoni meno profonde e meticolose.

Non stiamo parlando della parentesi propriamente pop di FKA twigs; malgrado la presenza di ospiti come The Weeknd (tears in the club), Jorja Smith (darjeeling) e Daniel Caesar (careless), che sono inquadrabili in questo genere, “CAPRISONGS” mescola anche elementi hip hop, dancehall ed elettronici. Ricordiamo infatti che alla produzione abbiamo anche contributi di Arca (thank you song), così come tra gli ospiti annoveriamo Shygirl (papi bones) e Pa Salieu (honda): insomma, una gamma davvero ampia.

Non sempre, tuttavia, i risultati sono convincenti: se anche sorvoliamo sugli intermezzi, che nulla aggiungono in termini di liriche e anzi contribuiscono all’incoerenza del lavoro, pezzi come pamplemousse e lightbeamers sono deboli. A bilanciarli ci pensano ride the dragon e thank you song, che invece sono di buona fattura; in generale, “CAPRISONGS” non è il miglior lavoro della Nostra.

FKA twigs si è contraddistinta, nel corso di una carriera ancora giovane, per essere un’artista decisamente perfezionista, la più credibile erede del pop elettronico e sofisticato di Bjork. “CAPRISONGS” suona come una boccata d’ossigeno tra un CD e l’altro; vedremo se l’impressione è giusta. Complessivamente, il mixtape non è malaccio: probabilmente, però, ci eravamo abituati troppo bene.

Voto finale: 7,5.

Burial, “Antidawn”

antidawn

Questa pubblicazione da parte del leggendario produttore inglese è la più elaborata dai tempi di “Untrue” (2007), il capolavoro che ha reso Burial il nome per eccellenza della scena dubstep. “Antidawn”, tuttavia, non segue i dettami della scuola dubstep, al contrario il lavoro è composto da cinque composizioni di musica d’ambiente, sporche e misteriose ma mai preda delle sfuriate techno e dance del primo Burial.

Questo, a seconda dei gusti, può essere un cambiamento benvenuto oppure l’inizio della fine: se infatti i fan più incalliti di William Bevan sono pronti ad ascoltare qualsiasi cosa il loro beniamino pubblichi, i discepoli dei dubstep anni ’00 saranno probabilmente delusi. Va detto, ad ogni modo, che se un erede di “Untrue” ancora non è apparso, un motivo ci sarà: probabilmente Burial vuole trovare il momento giusto e far maturare tutte le influenze della sua estetica, per arrivare ad un risultato altrettanto impeccabile.

Anche se non arrivasse mai questo CD, godiamoci “Antidawn” per quello che è: un buon lavoro di musica ambient, che ci ricorda che Bevan può comporre sia EP fulminanti come “Kindred” (2012) e “Rival Dealer” (2013) che prodotti più riservati come quest’ultimo disco. I brani migliori sono Strange Neighbourhood e Shadow Paradise, mentre è troppo astratta la title track.

Da notare infine le voci eteree che di tanto in tanto appaiono nel corso dell’album: Strange Neighbourhood inizia con un colpo di tosse, poi qualcuno mormora “Hold me” e un altro gli risponde “Nowhere To Go”. In Upstairs Flat le voci sembrano narrare una sorta di storia d’amore: “You came my way”, “Somewhere in the darkest night”, “When you’re alone” e “Here I am”.

In generale, Burial si conferma abile come sempre a mischiare le carte e a cambiare la sua estetica quel tanto che basta da non suonare mai ripetitivo. “Antidawn” non è un EP perfetto, ma non intacca la sua eredità artistica.

Voto finale: 7.

Gli album più attesi del 2022

Ad A-Rock abbiamo pubblicato da pochi giorni le due puntate della lista dei 50 migliori album del 2021, ma non è tempo di relax. Il 2022 è infatti vicinissimo e si prospetta un anno davvero denso di uscite attese da anni da pubblico e critica. Andiamo ad analizzarle.

Partiamo dai due CD più attesi da A-Rock: sia Kendrick Lamar, cinque anni dopo “DAMN.” (2017) che gli Arctic Monkeys, a quattro anni “Tranquillity Base Hotel & Casino” (2018), sembrano pronti a pubblicare i loro nuovi lavori. Inutile dire che abbiamo grandi aspettative su entrambi gli artisti, tra i più rilevanti negli ultimi anni per quanto riguarda hip hop e rock.

Se ci spostiamo sul versante propriamente rock, notiamo che abbiamo sia veterani (Arcade Fire, Phoenix, Spoon) che emergenti (Fontaines D.C., Black Country, New Road e black midi) pronti a lanciare i loro nuovi CD. I Big Thief, dal canto loro, pubblicheranno un doppio LP a febbraio 2022. Non ci scordiamo poi di Jack White, addirittura pronto a pubblicare due dischi nel 2022, e di alcuni nomi che parevano ormai archiviati nella storia della musica e invece, contro ogni previsione, hanno pianificato di pubblicare nuovi lavori: Tears For Fears e The Cure, nomi fondamentali del rock anni ’80, faranno del 2022 un anno di revival?

Discorso a parte poi per alcuni artisti a cavallo tra pop e rock, come The 1975 e Mitski: artisti giovani, ambiziosi, eclettici e vogliosi di far vedere che il rock, se mescolato con le ultime tendenze in campo pop e, a volte, elettronico, può ancora regnare nelle classifiche. In questa categoria rientrerebbe anche Sky Ferreira, ma l’erede di “Night Time, My Time” (2013) è ormai una chimera.

Entrando poi nel pop, il nome principale è The Weeknd: dopo il convincente singolo Take My Breath, la sua trasformazione nel Michael Jackson del XXI secolo pare ormai pronta a manifestarsi. Abbiamo poi Beyoncé e Rihanna, due che si contendono legittimamente la corona di regina del pop e sembrano finalmente pronte a tornare sui palcoscenici dopo lunghe assenze. Nel mondo del pop più sofisticato o comunque meno commerciale, molto attesi sono i nuovi CD dei Beach House, di FKA twigs e di Charli XCX: realtà ormai consolidate, con alcune hit all’attivo, ma ancora non nel pieno mainstream. Vedremo se il 2022 porterà buone nuove per questi tre artisti.

Abbiamo poi il mondo hip hop: oltre al già menzionato Kendrick Lamar, abbiamo Danny Brown, uno dei rapper più imprevedibili del momento, pronto a regalarci ancora canzoni costruite su beat strampalati e fatti pubblici e privati narrati dalla sua voce fortemente nasale e altrettanto inconfondibile. Menzione poi per Earl Sweatshirt, che pubblicherà “Sick!” il 14 gennaio, e per i veterani Pusha-T e Freddie Gibbs. Non tralasciamo poi le giovani leve, rappresentate da Saba e Noname, che dovranno mantenere le aspettative alte imposte dai rispettivi esordi; e sappiamo quanto la “sindrome da secondo album” spesso azzoppi carriere promettenti.

Nell’elettronica si prospetta un 2022 interessante: artisti del calibro di M83 e Animal Collective, riferimenti del settore nel corso soprattutto degli anni ’00 e ’10 del XXI secolo, sembrano scaldare i motori per pubblicare i loro nuovi lavori nell’anno che verrà. Abbiamo poi Jenny Hval e MGMT, 100 gecs e Let’s Eat Grandma… insomma, nomi apprezzati sia nel versante pop che sperimentale dell’elettronica, un magma sempre più vivo e imperscrutabile.

In conclusione, il 2022 sarà probabilmente un anno da vivere intensamente. Sperando che la pandemia lasci più tranquilli e sia possibile tornare a vedere concerti in tranquillità, scaldiamoci ascoltando tanti CD da parte di artisti amati da pubblico e critica! State collegati, perché A-Rock vi offrirà al meglio delle proprie possibilità una copertura ampia e variegata.

I 50 migliori album del 2021 (25-1)

Il momento è giunto: siamo arrivati all’appuntamento più atteso per i fan di A-Rock, la seconda e più pregevole parte della classifica dei 50 migliori dischi dell’anno, quella che contiene le posizioni dalla 25 alla 1!

Nella prima metà abbiamo trovato artisti importanti, come Lorde, Lana Del Rey e The Killers. Chi si sarà aggiudicato il titolo di miglior CD del 2021? Buona lettura!

25) Paul McCartney, “McCartney III”

(POP – ROCK)

È vero, parliamo di un album di fine 2020, ma non potevamo lasciare l’ultimo lavoro di Sir Paul fuori dalla nostra classifica. Sir Paul McCartney non ha bisogno di introduzione: la sua è ormai una carriera leggendaria che, giunta al ventunesimo (!!) album di inediti, non vuole proprio fermarsi. “McCartney III” è la chiusura ideale della trilogia iniziata con l’esordio solista del 1970, “McCartney”, e proseguita poi con “McCartney II” (1980). La caratteristica di tutti questi CD è di essere suonati interamente da Paul in persona, che li ha spesso utilizzati per i suoi esperimenti più arditi (ad esempio Temporary Secretary), con atmosfere decisamente meno pop di un tipico disco dei Beatles, ma sempre appetibili da una larga fetta di pubblico.

“McCartney III” non è da meno: le 11 canzoni vanno dall’esperimento folk-blues di Long Tailed Winter Bird al pop-rock della squisita Find My Way al pop beatlesiano di Pretty Boys, per poi sfociare nella stramba Deep Deep Feeling, ben otto minuti di rock à la David Bowie su morbide tastiere. Insomma, un pot-pourri mai scontato, decisamente non coeso ma intrigante nel complesso. I risultati migliori Paul li raggiunge in Find My Way e Pretty Boys, mentre delude un po’ Women And Wives.

Liricamente, McCartney cerca di calarsi nella drammatica temperie storica del 2020: il CD, uscito a dicembre dello scorso anno, rievoca la triste condizione di isolamento totale in cui è stato arrangiato, specialmente in Find My Way (“You never used to be afraid in days like these, but now you’re overwhelmed by your anxieties” è un verso potente) e Seize The Day, che nella semplicità della lirica “It’s still alright to be nice” ci ricorda che la gentilezza è una qualità sottovalutata, specialmente in tempi di pandemia.

Un cantante della caratura di Paul McCartney, che era stato in grado di restare sulla cresta dell’onda anche negli anni ’10 del XXI secolo grazie alle collaborazioni di successo con Mark Ronson (Alligator e New) e Kanye West con Rihanna (FourFiveSeconds), aveva prodotto con “Egypt Station” (2018) un album lungo e caotico, che faceva presagire un’ispirazione ormai esaurita per il cantautore inglese. Ritrovarlo in così buona forma solo due anni dopo, capace di stupirci come ai bei tempi, è un’ulteriore dimostrazione che, nella musica, l’età non conta.

24) Indigo De Souza, “Any Shape You Take”

(ROCK)

Il secondo disco della cantante è una boccata di aria fresca in una scena indie rock un po’ ferma nel 2021. “Any Shape You Take” migliora ogni aspetto dell’esordio “I Love My Mom” (2018), passato un po’ in sordina: sia a livello compositivo che lirico Indigo si conferma matura e pronta a scrivere pagine importanti del genere nei prossimi anni.

I riferimenti della Nostra sono chiari: PJ Harvey, Fiona Apple e Alanis Morissette sono le prime icone femminili del pop-rock che vengono in mente ascoltandola. Tuttavia, De Souza non si limita a prendere spunto da queste grandi autrici: innestando su questa ricetta elementi grunge e quasi sperimentali (si senta Real Pain a tal proposito), “Any Shape You Take” è un CD figlio dei nostri tempi: in bilico fra speranza e disperazione, la giovane Indigo De Souza dimostra in realtà una maturità sorprendente.

Testualmente, infatti, la cantautrice è capace di trasmettere le sensazioni provate a causa di una relazione tossica del passato attraverso le urla disperate di Real Pain così come di farti sentire protetto in Hold U, quando canta “I will hold you” e “You are a good thing, I’ve noticed” convintamente. In Way Out appare il suo lato più sognatore quando sentiamo dirle “I wanna be a light”, mentre in Kill Me si riappropria di un tema a lei caro fin dal precedente album: “Call your mother, tell her you love her… Call my mother and tell her the same”.

In alcune canzoni, come la già citata Real Pain e Bad Dream, prevale un pessimismo molto forte; in altre, come 17, i toni sono più distesi. I pezzi migliori sono Hold U e Kill Me, mentre un po’ sotto la media Way Out. In generale, va detto, l’indie rock robusto, sperimentale a tratti di “Any Shape You Take” si fa quasi sempre apprezzare e i 38 minuti di durata del disco spingono il replay value (a differenza degli ultimi prolissi lavori di Drake e Kanye West, tanto per capirsi).

In conclusione, Indigo De Souza si conferma ragazza con del potenziale e “Any Shape You Take” è un CD molto interessante. Vedremo se in futuro saprà fare meglio, per ora godiamoci questo LP, uno dei migliori dell’anno nel genere indie rock.

23) Lucy Dacus, “Home Video”

(ROCK)

Il terzo album a firma Lucy Dacus è un altro passo avanti in una discografia sempre più ricca. Dopo l’esordio raccolto di “No Burden” (2016) e il magnifico “Historian” (2018), questo lavoro è una svolta in direzione quasi pop. I pezzi sono più brevi e con ritornelli più accattivanti; non per questo, tuttavia, bisogna concludere che Lucy si sia “venduta”, contando anche i temi affrontati nel corso di “Home Video”.

Fin da subito, sulla stampa e tra i fan si sono scatenati i parallelismi con “Punisher”, il CD uscito l’anno passato e che ha fatto dell’amica Phoebe Bridgers un nuovo pilastro del mondo indie, con tanto di candidatura ai Grammy. In effetti, le somiglianze fra i due album sono numerose: il sound è indie rock con occasionali episodi folk, i temi trattati sono intimi e personali… Allo stesso modo, alcuni esperimenti della Dacus fanno di “Home Video” un LP autonomo e non indebitato con alcuna delle giovani donne che stanno rivoluzionando l’indie rock (basti citare, oltre a Phoebe Bridgers, anche Julien Baker e Courtney Barnett).

Dicevamo che Lucy affronta il proprio passato nel corso del CD: la sua gioventù non è stata semplice, essendo stata cresciuta a Richmond, in Virginia, da una famiglia conservatrice e molto religiosa, lei che da bisessuale è sempre stata nel mirino dei più intransigenti. L’iniziale, bellissima Hot & Heavy contiene il seguente verso: “You used to be so sweet, now you’re a firecracker on a crowded street”; invece VBS contiene una profezia fatta da un sacerdote, “A preacher in a t-shirt told me I could be a leader”. Tuttavia, nella stessa canzone la sua figura è ambivalente: “All it did, in the end, was make the dark feel darker than before”.

Il lavoro, nella sua onestà, a volte è davvero toccante, così come le melodie: oltre la già citata Hot & Heavy, ottime anche First Time e Thumbs. Invece inferiori alla media Partner In Crime, in cui Lucy sperimenta addirittura l’uso dell’autotune, con risultati controversi, e Christine.

In conclusione, “Home Video” è un CD molto nostalgico, in cui i ricordi dell’infanzia e della gioventù sono presentati in tutta la loro crudezza da una Lucy Dacus mai così aperta. Speriamo che il disco abbia, come “Punisher”, i riconoscimenti che merita. La cantautrice americana, infatti, si conferma tra le migliori nel suo genere e rafforza il suo status di ragazza prodigio.

22) SPIRIT OF THE BEEHIVE, “ENTERTAINMENT, DEATH”

(ROCK)

Il trio originario di Philadelphia ha dato origine, con “ENTERTAINMENT, DEATH”, a uno degli album più imprevedibili degli ultimi anni. Indie rock, psichedelia, noise, pop: tutto si mescola nel corso del CD. Canzoni brevi, sui tre minuti, ma anche una suite di quasi sette minuti: di tutto e di più anche in termini di durata delle melodie. Zack Schwartz, Rivka Ravede e Corey Wichlin, al loro quarto lavoro, confermano il bene che si diceva di loro anche riguardo i precedenti lavori.

Se c’è una differenza, è nella produzione: il lavoro è più curato rispetto al passato, sintomo di una maggiore autorevolezza anche in sede di etichetta discografica. I risultati, malgrado a volte siano fin troppo confusionari, sono a tratti irresistibili: la struttura tipica delle canzoni popolari è stravolta, spesso all’interno della stessa melodia (si senta a riguardo THERE’S NOTHING YOU CAN’T DO). ENTERTAINMENT inizia come un pastiche noise sperimentale, poi sboccia in un pezzo che richiama gli anni ’60. GIVE UP YOUR LIFE sembra quasi un brano del Ty Segall più psichedelico, DEATH invece rievoca i primi Pink Floyd. C’è un brano che si intitola I SUCK THE DEVIL’S COCK… Nessun commento aggiuntivo sul significato.

In generale, possiamo dire che l’umorismo non fa difetto alla band americana. Anche molte liriche testimoniano questo atteggiamento, a metà fra lo scanzonato e il nichilista: “Dust picks up and swallows us whole” canta convintamente Schwartz in ENTERTAINMENT. Invece in I SUCK THE DEVIL’S COCK lo sentiamo proclamare: “Another middle-class dumb American, falling asleep. He don’t appreciate constructive criticism”, compreso l’errore grammaticale. Infine, in RAPID & COMPLETE RECOVERY, abbiamo il verso più sognante ed evocativo del lotto: “Spanning lifetimes compressed in a vacuum, no limitations, you know what comes after”.

In concreto, però, malgrado questi momenti leggeri, il CD suona claustrofobico e ansiogeno; sentimenti che purtroppo tutti abbiamo provato nel corso dell’ultimo anno, colpiti come siamo dalla pandemia e dalle sue conseguenze. Non per questo però dobbiamo ignorare gli SPIRIT OF THE BEEHIVE; anzi, la band di Philadelphia, con “ENTERTAINMENT, DEATH” potrebbe avere scritto uno dei più originali album pandemici. Non un traguardo da poco, in un panorama musicale sempre più omologato.

21) For Those I Love, “For Those I Love”

(ELETTRONICA)

Il progetto For Those I Love incarna in realtà l’estetica di una sola persona, l’irlandese David Balfe: la genesi dell’album di esordio di questo nuovo protagonista della scena elettronica è davvero tragica.

Nel 2018 Paul Curran, grande amico e partner musicale di Balfe, si è tolto la vita; da quel momento David ha cercato di onorare nel modo giusto la memoria di Curran e di riportare alla memoria i bei momenti vissuti insieme. “For Those I Love”, come il titolo indica, è dedicato anche ai cari ancora in questo mondo: spesso nel modo di cantare di Balfe, quasi “spoken word” data la scarsa espressività della voce, si menzionano i familiari del Nostro e il fondamentale ruolo che hanno avuto e hanno tuttora nella vita del cantautore irlandese.

Ma in cosa consiste musicalmente il lavoro? “For Those I Love” è un ottimo CD di musica elettronica: le basi vanno dalla house alla trance, passando per momenti più psichedelici. I momenti migliori sono le iniziali I Have A Love e You Stayed / To Live, ma anche la più tranquilla The Shape Of You risalta. Invece è inferiore alla media Top Scheme. In generale, si possono rintracciare influenze di Burial, Chemical Brothers e The Avalanches, con tocchi dei Primal Scream più rave, ma For Those I Love riesce a suonare originale, anche per il modo di affrontare un lutto altrimenti insopportabile.

I versi che restano impressi sono numerosi: “I felt like I had it all. I have a love, and it will never fade and neither will you, Paul. I love you bro” in I Have A Love è il più toccante di tutti. In Top Scheme viene alla luce il lato più politico e nichilista di Balfe: “It seems sometimes the love in these songs isn’t enough – because the world is fucked”. Infine, in Birthday / The Pain, abbiamo un momento filosofico, con più di un fondo di verità: “So we’ll spend the rest of our lives being brave, and hope that things will change, and age will still mark the time in the same way”.

“For Those I Love” non è un LP perfetto, come invece sostengono molte pubblicazioni inglesi (fra cui NME), ma certamente l’Irlanda si conferma terra ricca di spunti. Se prima la elogiavamo soprattutto per la scena punk e rock (U2, My Bloody Valentine e Fontaines D.C. ne sono luminosi esempi), anche nell’elettronica abbiamo trovato un nuovo esponente che pare destinato a scrivere pagine importanti in futuro.

20) Parannoul, “To See The Next Part Of The Dream”

(ROCK)

L’opera prima del misterioso progetto coreano Parannoul è un disco shoegaze in bassa fedeltà. Pochissimi sanno chi ci sia dietro al nome d’arte Parannoul: di certo sappiamo solo che è uno studente di Seul, che si descrive “sotto la media in altezza, peso e prestanza fisica, un perdente”. Inoltre, descrive le sue doti canore come “pessime”. Insomma, tutto congiura contro Parannoul: ma allora come è possibile che “To See The Next Part Of The Dream” sia un buon disco shoegaze?

Partiamo dal fatto che, per i cultori della perfezione musicale, magari amanti dei My Bloody Valentine, questo CD non rientra nei canoni dello shoegaze. I suoni sono sporchi, la fedeltà molto bassa, la voce pressoché inintelligibile… allo stesso tempo, però, le progressioni chitarristiche della lunghissima White Ceiling (dieci minuti precisi!) e dell’iniziale Beautiful World catturano l’ascoltatore meno pignolo. I riferimenti sono chiari: Ride, Slowdive, i primi M83… ma il dream pop di Extra Story e la quasi post-hardcore Youth Rebellion sono outliers davvero interessanti, che aprono nuove strade a Parannoul.

Anche le liriche, seppur cantate in coreano, se tradotte sono molto profonde, spesso disperate: “I wish no one had seen my miserable self, I wish no one had seen my numerous failures, I wish my young and stupid days to disappear forever” ne è solo l’esempio più calzante (Beautiful World). Il malessere giovanile è subito percepibile, così come la cultura emo che permea molta parte del CD.

In conclusione, “To See The Next Part Of The Dream” è un buon LP, di quelli che fanno capire quanto Internet possa essere benefico. Chi avrebbe mai sentito parlare di Parannoul e di questo album senza Bandcamp, Spotify e co.?

19) Wolf Alice, “Blue Weekend”

(ROCK)

Reduci dal grande successo di “Visions Of A Life” (2017), che li ha portati a vincere il primo Mercury Prize della loro giovane carriera, i Wolf Alice hanno cercato di cambiare leggermente una formula davvero efficace.

In passato li abbiamo sentiti sia nella loro versione più grunge, soprattutto nell’esordio “My Love Is Cool” (2015), che flirtare con lo shoegaze (nel già citato “Visions Of A Life”). L’ingrediente principale era però sempre stato un indie rock sbarazzino, con chiari riferimenti agli anni ’90, con la bella voce della frontwoman Ellie Rowsell a fare da collante.

“Blue Weekend” è un CD molto personale, anche e soprattutto nelle liriche, che spesso evocano rapporti amorosi del passato o l’importanza di esprimersi liberamente. Esemplare il seguente verso, in The Last Man On Earth: “Every book you take that you dust off from the shelf has lines between lines between lines that you read about yourself”, oppure questa frase, da No Hard Feelings: “It’s not hard to remember when it was tough to hear your name, crying in the bathtub to ‘Love Is A Losing Game’”. Ciò non va a discapito della spontaneità delle canzoni: Smile e The Beach II sono ottimi pezzi, con ritornelli che entrano nella testa dell’ascoltatore e non la lasciano più.

Sono altre però le sorprese: The Last Man On Earth è un grandioso pezzo pop, che evoca addirittura David Bowie e, fra le artiste emerse più recentemente, Weyes Blood. Abbiamo poi il folk di Safe From Heartbreak (if you never fall in love), in cui il batterista Joel Amey affianca la Rowsell nel canto. Invece, in Play The Greatest Hits, il bassista Theo Ellis è assoluto protagonista con una linea di basso davvero irresistibile. Tuttavia, è sempre Ellie Rowsell la protagonista: la sua voce assume diverse connotazioni, che si tratti di momenti più intimi (dolce in The Last Man On Earth) o più trascinanti (tiratissima in Play The Greatest Hits).

In conclusione, “Blue Weekend” non scrive la storia della musica: i rimandi al rock alternativo degli anni’90, dalla prima Alanis Morissette a Liz Phair, sono chiari. Tuttavia, è un piacere seguire l’evoluzione dei Wolf Alice e cercare di capire dove andranno a cadere nel loro prossimo lavoro. Il successo che li ha baciati in passato e, siamo sicuri, tornerà a far riempire loro i palazzetti di tutta Europa, è meritato.

18) Sufjan Stevens & Angelo De Augustine, “A Beginner’s Mind”

(FOLK)

Sufjan Stevens è tornato a comporre musica folk: finalmente, verrebbe da dire! Affiancato dal giovane cantautore Angelo De Augustine, genera con “A Beginner’s Mind” un eccellente album folk, che lo fa tornare ai fasti di “Carrie & Lowell” (2015), anche se senza la portata di drammaticità di quel lavoro.

I due hanno infatti preso ispirazione da film del passato prossimo e remoto, da Il Silenzio Degli Innocenti a La Notte Dei Morti Viventi, creando una colonna sonora fittizia per questi film. Alle volte i riferimenti sono chiari (Back To Oz, Lady Macbeth In Chains), altre più velati (ad esempio You Give Death A Bad Name mescola zombie e Bon Jovi).

Musicalmente, siamo di fronte al ritorno al folk da parte di uno dei migliori cantautori della sua generazione, dopo gli esperimenti elettronici di “The Ascension” e “Aporia” dell’anno passato. Alcuni brani catturano subito l’ascoltatore, Back To Oz e Reach Out sono tra questi; in altri invece prevale forse la prudenza e Sufjan e Angelo non sperimentano, si senta It’s Your Own Body And Mind. In generale, tuttavia, nessuno dei 13 brani del CD suona fuori posto.

Testualmente, parlando di supposte colonne sonore per film del passato, i riferimenti ai capolavori citati sono numerosi, ma una frase spicca, contenuta in (This Is) The Thing, dedicata a La Cosa di John Carpenter: “This is the thing about people, you never really know what’s inside… Somewhere in the soul there’s a secret”.

In conclusione, il maestro Sufjan Stevens e il suo protegé Angelo De Augustine hanno prodotto, con “A Beginner’s Mind”, il miglior album folk dell’anno. Se serviva una conferma ulteriore del talento sconfinato di Stevens, ecco qua la prova.

17) Tyler, The Creator, “CALL ME IF YOU GET LOST”

(HIP HOP)

Tyler Gregory Okonma (questo il vero nome del Nostro) ha riesumato, con questo suo nuovo CD, alcuni tratti della sua prima parte di carriera. Se sia “Flower Boy” (2017) che “IGOR” (2019) avevano flirtato con il neo-soul, questo “CALL ME IF YOU GET LOST” è decisamente più hip hop. Anche i testi fanno i conti con il giovane Tyler, The Creator: in MASSA esclama “Yeah, when I turned 23 that’s when puberty finally hit me, my facial hair started growing, my clothing ain’t really fit me… See, I was shifting, that’s really why Cherry Bomb sounded so shifty”.

In effetti, “Cherry Bomb” (2015) è visto da molti come il peggior disco della sua produzione, confuso e prolisso; ma forse è stato proprio quello che gli ha fatto capire che anche il talento, se non addomesticato, non serve a nulla. Tyler, da quel momento, si è dedicato a rifarsi un’immagine pubblica più pulita e a puntare tutto sulla musica e non sulle provocazioni.

Il rapper omofobo e volgare delle origini lasciò il posto, in “Flower Boy”, a un ragazzo fragile, capace di confessare di avere avuto esperienze omosessuali in passato. Un cambiamento radicale, che fece bene anche alla sua musica, definitivamente sbocciata con “IGOR”, con tanto di Grammy vinto. “CALL ME IF YOU GET LOST” rappresenta un altro buon lavoro in una discografia sempre più interessante.

Per il nuovo lavoro, Tyler si serve anche di collaboratori di spessore: DJ Drama compare in molte canzoni, mentre Pharrell Williams e Lil Uzi Vert sono ospiti della potente JUGGERNAUT. Abbiamo poi Lil Wayne, uno dei riferimenti del giovane Tyler Okonma, in HOT WIND BLOWS e Domo Genesis, ex collega della Odd Future, in MANIFESTO. Tuttavia, questi ospiti non offuscano mai la figura principale, che nel corso del CD assume l’identità di Sir Baudelaire, come dichiara nell’omonima traccia iniziale, in omaggio al poeta dei “Fiori Del Male”.

Liricamente, come già accennato, Tyler continua a mostrare lati del suo carattere che, fino a “Wolf” (2013), ci erano del tutto sconosciuti. Ad esempio, in MANIFESTO analizza l’impatto delle sue azioni in chiave antirazzista sopra una base che pare presa in prestito da Kendrick Lamar: “Hit some protest up, retweeted positive messages, donated some funds… Am I doing enough or not doing enough?”. In MASSA confessa che sua madre, nel 2011, viveva in un rifugio. Invece, in WILSHIRE, emerge una storia d’amore con una ragazza fidanzata con un suo amico: i tormenti di Tyler sono evidenti, a un tratto pare pronto a sacrificare l’amicizia, subito dopo si pente e rinuncia all’amore… Insomma, confessioni a cuore aperto da parte sua (e inevitabili pettegolezzi sul fatto se la storia sia vera o meno).

Dicevamo che il rap la fa da padrone in “CALL ME IF YOU GET LOST”: i singoli di lancio, da LUMBERJACK a WUSYANAME, vanno fortemente in questa direzione. Tuttavia, allo stesso tempo, il Tyler più pop di “IGOR” non viene totalmente sacrificato: i due brani più ambiziosi, SWEET / I THOUGHT YOU WANTED TO DANCE e WILSHIRE, sono R&B di qualità. Questa varietà alle volte è confusionaria, ma i risultati generali sono ottimi.

La struttura del lavoro è davvero particolare: abbiamo una canzone che supera gli otto minuti, un’altra che quasi arriva a dieci! Ma poi allo stesso tempo contiamo numerosi intermezzi e brani che sembrano solo abbozzati… Insomma, una creatività incontenibile, non sempre efficace ma mai fine a sé stessa. Dei pochi brani che superano i tre minuti di durata, i migliori sono MASSA e SWEET / I THOUGHT YOU WANTED TO DANCE; buona anche LEMONHEAD. Invece sotto le attese RISE!.

In conclusione, il CD è un altro passo avanti per un artista imprescindibile se si vuole comprendere lo scenario hip hop contemporaneo. Tyler, The Creator si conferma cantautore maturo e baciato dal talento: il successo di pubblico e critica che ultimamente sta avendo è meritato.

16) shame, “Drunk Tank Pink”

(PUNK)

Il secondo disco degli shame, talentuosa band punk inglese, evita con abilità la “trappola del secondo album” che spesso colpisce gruppi che hanno scritto esordi fantastici quali “Songs Of Praise” (2018), che fra le altre cose era stato oggetto di una rubrica Rising di A-Rock ed era entrato sia nella lista dei migliori CD dell’anno che in quella dei migliori della decade 2010-2019.

Insomma, A-Rock attendeva con trepidazione “Drunk Tank Pink” e gli shame non hanno tradito. Il disco suona più feroce rispetto all’esordio, che flirtava con l’indie rock in larghi tratti. “Drunk Tank Pink” invece è un puro album punk: arrabbiato, feroce, oltre che influenzato dalla pandemia che ormai da un anno sta devastando le nostre vite. Questo sebbene il CD sia pronto da tempo: basti dire che già a febbraio 2020 il lavoro doveva essere pubblicato, ma il Covid-19 ne ha ritardato l’uscita.

E allora come mai il sentimento di isolamento traspare così chiaramente dalle liriche di “Drunk Tank Pink”? Il frontman Charlie Steen, dopo un tour estenuante seguito al successo di “Songs Of Praise”, si è auto-isolato in un ambiente a chiare tinte rosa (da qui il titolo) cercando di recuperare le forze fisiche e mentali. Lo stesso hanno fatto i suoi compagni di band, con effetti sorprendenti sul loro sound: come già accennato, il disco suona davvero feroce in alcuni tratti, si sentano per esempio 6/1 e la cacofonica Station Wagon che chiude il disco. Merito anche dello sperimentalismo alla chitarra di Sean Coyle-Smith e della produzione di James Ford, già all’opera con Arctic Monkeys e Foals.

Non per questo gli shame rinunciano totalmente all’essere amichevoli con l’ascoltatore: l’iniziale Alphabet è un ottimo singolo di lancio, così come Nigel Hitter. Tuttavia, le migliori canzoni sono quelle propriamente punk, su tutte Water In The Well. Invece sotto la media proprio Nigel Hitter.

Le liriche, come dicevamo, trasudano angoscia e malinconia malgrado siano state scritte pre-Covid: in March Day Steen urla “In my room, in my womb, is the only place I find peace”. Invece in Water In The Well emerge il lato più canzonatorio degli shame: “Which way is heaven, sir? We all got lost somehow” è un verso davvero ironico. Infine Station Wagon conclude epicamente “Drunk Tank Pink” con le seguenti, ambiziose parole: “Nobody said this was going to be easy and with you as my witness I’m going to try and achieve the unachievable”.

In generale, dunque, “Drunk Tank Pink” non è affatto una replica del fortunato “Songs Of Praise”, quanto piuttosto una prova ulteriore del talento degli shame. Il mondo punk inglese ha ufficialmente trovato un altro gruppo imprescindibile: ispirandosi un po’ ai Parquet Courts, un po’ ai Talking Heads (con spruzzate del jazz caro ai black midi), gli shame hanno scritto una pagina davvero importante del 2021.

15) SAULT, “Nine”

(SOUL – R&B)

Il quinto album in meno di tre anni del misterioso gruppo inglese SAULT è uno dei migliori CD di musica black del 2021. Uscito il 25 giugno e disponibile, sia in streaming che come download dal sito ufficiale del gruppo, per soli 99 giorni, “Nine” rende i SAULT un nome imprescindibile per gli amanti di soul, funk ed R&B.

Se l’anno scorso i britannici avevano pubblicato una densa coppia di album, intitolati “UNTITLED (Black Is) e “UNTITLED (Rise)”, con profondi significati politici, il 2021 li vede concentrati su affreschi di vita quotidiana nelle periferie di Londra. Il CD scorre bene, con durata (34 minuti) e numero di canzoni (dieci, con due intermezzi) accessibili a tutti. Fondendo abilmente il meglio della tradizione nera, con richiami a Marvin Gaye, Stevie Wonder e Kendrick Lamar, “Nine” è davvero un bel disco.

Anche liricamente i SAULT si confermano versatili e potenti: se nel brevissimo Mike’s Story l’ospite Micheal Ofo narra drammatici episodi della sua vita quotidiana da bambino, in Alcohol invece si parla degli effetti della dipendenza (“Oh alcohol, look what I’ve done… Oh alcohol, it was only supposed to be one”) e You From London ospita una Little Simz in gran forma, che spara versi come “I know killers in the streets, but I ain’t really involved. We don’t wanna cause any grief, but we get triggered when hearin’ the sound of police”.

Insomma, i SAULT restano tanto misteriosi quanto talentuosi. “Nine” rappresenta ad oggi il loro LP più compiuto, con tante tracce che restano impresse nella memoria dell’ascoltatore (soprattutto London Gangs e Bitter Streets) e nessun episodio davvero debole. In poche parole: stiamo parlando di uno dei migliori dischi dell’anno.

14) Magdalena Bay, “Mercurial World”

(POP)

Il primo disco dei Magdalena Bay, la band formata da Mica Tenenbaum e Matthew Lewin, è una ventata di aria fresca nella scena pop. Mescolando influenze variegate, da Grimes a Charli XCX passando per Carly Rae Jepsen, il duo riesce infatti a creare un CD davvero trascinante, ben sequenziato e ricco di ottimi pezzi synth pop.

Passando sopra la scelta di iniziare “Mercurial World” con The End e terminarlo con The Beginning, un po’ troppo fintamente anticonformista, i Magdalena Bay confermano il bene che si diceva di loro negli ambienti specialistici. Dalla title track a Chaeri, da You Lose! a Secrets (Your Fire), il CD è un trionfo per gli amanti tanto di Britney Spears quanto di Madonna, tanto per citare due veterane della scena. Insomma, abbiamo trovato un ottimo disco pop.

Non fosse per testi spesso deboli e una seconda metà leggermente sottotono (che contiene ad esempio la prevedibile Prophecy) rispetto alla squisita parte iniziale, staremmo parlando di un capolavoro. Tuttavia, contando che stiamo parlando di un esordio sulla lunga durata (a nome Magdalena Bay compaiono infatti anche un EP e due brevi mixtape), “Mercurial World” è davvero un successo e farà certamente comparire il nome dei Magdalena Bay in varie liste dei migliori album del 2021.

13) Turnstile, “GLOW ON”

(PUNK)

Giunti al terzo album di punk tanto duro quanto sperimentale, gli americani Turnstile hanno prodotto il migliore CD della loro carriera. Mescolando hardcore, rock alternativo, R&B (!) e dream pop (!!), la band con “GLOW ON” ha creato un’esperienza sonora davvero unica.

Sia chiaro, la sperimentazione è benvenuta, ma “GLOW ON” è un album di hardcore punk fatto e finito: pezzi come DON’T PLAY e HOLIDAY sono durissimi, tanto per capirsi. Invece abbiamo ad esempio UNDERWATER BOI e ALIEN LOVE CALL, che suonano quasi rilassanti. A chiudere il cerchio, il grande artista R&B Blood Orange (nome d’arte di Dev Hynes) collabora proprio in ALIEN LOVE CALL e LONELY DEZIRES, confondendo ancora di più le acque. Insomma, un cocktail sonoro incredibile e sorprendente, che ammalia sia i fan duri e puri sia, potenzialmente, il pubblico più mainstream.

Liricamente, il lavoro passa da liriche più riflessive (“Too bright to live! Too bright to die!” in HOLIDAY e “Still can’t fill the hole you left behind!” in FLY AGAIN) ad altri più trascinanti e pronti per i live incendiari della band, come “You really gotta see it live to get it” (NO SURPRISE) e “If it makes you feel alive! Well, then I’m happy to provide!” (BLACKOUT). La frase più rappresentativa dell’estetica dei Turnstile è però contenuta in HOLIDAY: “I can sail with no direction”.

I migliori brani sono BLACKOUT e MYSTERY, mentre un po’ sotto la media i brevi intermezzi HUMANOID / SHAKE IT UP e NO SURPRISE. In generale, tuttavia, siamo di fronte a un CD davvero innovativo per il genere hardcore e che potrebbe aprire la strada a molti gruppi nei prossimi anni, vogliosi di rischiare lo “sbarco” nel mondo più commerciale senza però tradire il genere.

12) Iceage, “Seek Shelter”

(ROCK – PUNK)

Il quinto album della band danese è un ottimo esempio di transizione da band punk verso sonorità più ricercate e romantiche. Non un completo cambio di pelle, dato che la ferocia dei primi Iceage è ancora presente in alcuni pezzi di “Seek Shelter”, ma immaginarsi che il gruppo autore del durissimo “You’re Nothing” (2013) avrebbe scritto il pezzo anni ’60 Drink Rain sarebbe stato impensabile solo cinque anni fa.

Merito dunque degli Iceage essere stati in grado di mutare così radicalmente nel giro di poco tempo, una parabola molto simile a quella di Nick Cave negli anni ’90 o degli Horrors più recentemente. Non sempre queste svolte riescono pienamente, ma quando il talento c’è in grandi quantità come nei casi citati il pubblico e la critica non possono non elogiare l’ambizione e la voglia di sperimentare di artisti davvero unici nel loro genere. Gli Iceage, dopo aver scritto pagine molto importanti del punk nella decade passata, si candidano fortemente ad essere una band simbolo del rock alternativo anni ’20.

I singoli che avevano anticipato l’uscita di “Seek Shelter” erano stati accolti con lodi ma anche qualche giudizio critico sul nuovo sound del gruppo, più docile rispetto al passato; anche se già “Beyondless” (2018) aveva lasciato intravedere una svolta, “Seek Shelter” contiene brani quasi britpop (Shelter Song), pop (la già citata Drink Rain) e à la Rolling Stones (High & Hurt). Tuttavia, la ricetta sonora del CD ha successo: gli Iceage sembrano quasi rievocare il rock alternativo degli anni ’90 senza però scopiazzarlo e mantenendo quel livello di “sporcizia” e durezza che rendono tali i Nostri (la conclusiva The Holding Hand ne è una prova).

Anche liricamente notiamo un deciso cambiamento: mentre in passato il nichilismo la faceva da padrone, con il frontman Elias Bender Rønnenfelt scatenato sul palco quanto disperato nel cantare, adesso fanno capolino temi amorosi (“I drink rain to get closer to you!” canta Elias in Drink Rain) e la vita della mafia (Vendetta). Altrove invece troviamo riferimenti al pessimismo cosmico che pervadeva i primi LP del gruppo: “And we row, on we go, through these murky water bodies” in The Holding Hand e “Come lay here right beside me. They kick you when you’re up, they knock you when you’re down” in Shelter Song ne sono chiari esempi.

In conclusione, “Seek Shelter” potrebbe essere il CD che fa conoscere gli Iceage ad un pubblico più ampio e li rende davvero simboli di un rock rinnovato nelle sue fondamenta, abile a mescolare cori gospel con ritmiche punk, testi simbolici e drammatici con canzoni potenti. Siamo davanti ad uno dei migliori LP rock dell’anno: complimenti, Iceage.

11) Floating Points, Pharoah Sanders & London Symphony Orchestra, “Promises”

(ELETTRONICA – JAZZ)

La collaborazione fra un grande veterano del jazz, un talentuoso compositore di musica elettronica e una tra le orchestre più stimate a livello mondiale non poteva che dare risultati interessanti. “Promises” è un lavoro molto ambizioso, che riesce nel complesso a mescolare abilmente i tre mondi messi a confronto e lascia brillare tutti e tre gli interpreti in eguale maniera.

Il CD si compone di nove movimenti composti da Sam Shepherd, in arte Floating Points, poi arrangiati assieme a Pharoah Sanders, leggenda vivente del jazz, e alla London Symphony Orchestra. Se all’inizio è difficile riuscire a capire cosa aspettarsi, col tempo e attraverso ripetuti ascolti “Promises” si rivela un LP molto ricco, ma non sovraccarico, in cui gli attori sono tutti protagonisti allo stesso livello.

Il primo movimento è decisamente rilassante, un pezzo ambient in cui il potente sax di Sanders si sente solo nella parte finale; invece poi nel successivo la situazione si ribalta e Shepherd lascia il palcoscenico all’orchestra e a Pharoah. Il lavoro è un continuo, sapiente alternarsi fra momenti più vivi (Movement 4) e altri più quieti (Movement 8), che creano un prodotto davvero imperdibile per gli amanti del jazz e della musica d’ambiente. I migliori momenti sono rintracciabili in Movement 1 e Movement 6, mentre è sotto la media Movement 9.

In conclusione, la collaborazione fra tre pesi massimi della scena musicale, rappresentanti di generi apparentemente distanti come musica classica, jazz ed elettronica, ha generato un lavoro davvero ben strutturato, i cui 46 minuti rappresentano un toccasana in tempi così difficili. Non per tutti, ma “Promises” almeno un ascolto lo merita.

10) Nick Cave & Warren Ellis, “CARNAGE”

(ROCK)

Il nuovo disco della leggenda australiana del rock alternativo e del fidato Bad Seed Warren Ellis è un’altra aggiunta di spessore ad una discografia davvero magnifica. Si tratta peraltro della prima collaborazione fra i due non devota alla creazione di una colonna sonora per un film. Riprendendo alcuni dei territori musicali esplorati nei lavori recenti con i Bad Seeds e tornando ad alcune sonorità più rock del passato, Nick Cave ha scritto un CD perfetto per la pandemia che stiamo vivendo: a tratti angosciante, ma con un messaggio di speranza che dà conforto.

“CARNAGE”, letteralmente “massacro”, è un titolo intimidatorio, soprattutto in pieno Covid-19: tuttavia, il tema del virus è solo marginale rispetto alle riflessioni proposte da Cave ed Ellis. Emergono soprattutto i temi della fede e dell’amore, da sempre al centro della poetica di Nick Cave; ma se fino a “Push The Sky Away” (2013) c’era sempre una visione quasi demoniaca, da artista maledetto, la morte tragica del figlio Arthur nel 2015 ha radicalmente cambiato le carte in tavola per Nick Cave & The Bad Seeds, che da quel momento hanno privilegiato ritmi più compassati e sonorità quasi ambient, basti risentirsi “Ghosteen” (2019).

Testualmente, dicevamo che il disco tratta temi svariati: il “kingdom in the sky” ritorna più volte nel corso dell’opera, dapprima nell’iniziale Hand Of God e poi in White Elephant e Lavender Fields. Il messaggio più bello che viene trasmesso dal Nostro, contenuto in quest’ultima composizione, è però dedicato ai nostri cari che ci hanno lasciato: “Where did they go? Where did they hide? We don’t ask who, we don’t ask why there is a kingdom in the sky”. Infine, Shattered Ground affronta il tema del rapport tormentato fra il narratore e la sua partner, con una frase che molti di noi avranno pensato almeno una volta nella vita: “Oh, baby, don’t leave me”, che assume un significato ancora più evocativo in questi tempi difficili.

Il CD è molto compatto: otto brani per 40 minuti. Il contenuto musicale è però davvero notevole: passando dall’art pop di Albuquerque alle sonorità più dure di White Elephant, con in mezzo l’ottima Old Time e una seconda parte più raccolta, “CARNAGE” è uno dei migliori dischi di inediti pubblicati nel 2021. Nick Cave ha confermato ancora una volta un talento più unico che raro e, aiutato dal fido Warren Ellis, ha pubblicato un lavoro imprescindibile per gli amanti del cantautore australiano.

9) Squid, “Bright Green Field”

(PUNK – ROCK – SPERIMENTALE)

Le prime parole cantate da Ollie Judge in G.S.K., primo vero brano del CD d’esordio dei britannici Squid (se sorvoliamo l’intro ambient di Resolution Square), sono: “As the sun sets, on the Glaxo Klein, well it’s the only way that I can tell the time”. Beh, la dichiarazione d’intenti è chiara: gli Squid sono decisamente anticapitalisti e non esitano a farlo sapere immaginando un’isola distopica, su cui il settore industriale dei Big Pharma governa indisturbato. Se a ciò aggiungiamo che il frontman è il batterista del gruppo (piuttosto insolito eh?) e che, oltre al classico trio chitarra-basso-batteria, negli Squid trovano spazio sax, violini, trombe e chi più ne ha più ne metta, capirete che siamo di fronte a un lavoro piuttosto variegato e sfidante.

Le 11 canzoni che formano “Bright Green Field” sono pervase da questo senso di inquietudine, accentuato dal modo di cantare di Judge: nevrotico, paranoide, molto simile al David Byrne dei primi Talking Heads. Il riferimento alla band statunitense non è casuale: nei brani migliori del lavoro, da Narrator a Paddling, i Talking Heads sono un chiaro riferimento per gli Squid. Non dobbiamo però pensare che i giovani britannici siano solamente un ennesimo succedaneo della scena new wave e post-punk degli anni ’80.

Infatti, accanto a David Byrne & co., troviamo il post-rock degli Slint (2010), il rock danzereccio dei Franz Ferdinand (Paddling) e una parentesi drone francamente non molto riuscita, ma comunque indice di una voglia di sperimentare sconfinata (Boy Racers). Accanto a questo interessante cocktail sonoro troviamo, come già accennato, liriche spesso davvero pessimiste (un esempio è “You’re always small and there are things that you’ll never know”, in Boy Racers), quando non vere e proprie urla selvagge (Narrator, merito dell’ospite Martha Skye Murphy).

Il 2021 si è caratterizzato come l’anno in cui il rock è tornato sulle bocche di tutti, non tanto per le imprese dei vecchi leoni, ma piuttosto per l’emergere sulla scena underground, specialmente inglese, di band davvero intriganti, ambiziose e mai dome (citiamo, oltre agli Squid, i black midi e i Black Country, New Road). “Bright Green Field” non è un LP perfetto, ma sembra un ottimo antipasto di una carriera già ottimamente lanciata dall’EP del 2019 “Town Centre”. Gli Squid, dal canto loro, si candidano a grande rivelazione della scena punk-rock del 2021.

8) The War On Drugs, “I Don’t Live Here Anymore”

(ROCK)

Il nuovo disco dei The War On Drugs ne conferma lo status di miglior band di heartland rock al mondo. Canzoni raccolte si sposano perfettamente con inni da stadio degni del miglior Bruce Springsteen. “I Don’t Live Here Anymore” è un’altra aggiunta ad un canone ormai imprescindibile per gli amanti del rock vecchio stampo, mai nostalgico però.

I più scettici potranno obiettare che il CD non si differenzia molto dal precedente “A Deeper Understanding” (2017), che aveva permesso al gruppo di aggiudicarsi il Grammy per Miglior Album Rock dell’Anno. Questo è davvero un difetto quando il predecessore era un album pressoché perfetto, premiato da pubblico e critica in maniera cospicua? Ad ognuno la sua opinione, fatto sta però che “I Don’t Live Here Anymore” è simile ma non uguale rispetto a “A Deeper Understanding”: più raccolto, meno trascinante, più denso, meno epico.

Forse non è un caso che, malgrado le differenze, la qualità sia più o meno simile: canzoni come la title track, Harmonia’s Dream e Occasional Rain sono highlights indelebili e anche live faranno la fortuna di Adam Granduciel e compagni. Abbiamo poi invece brani più intimisti, come Living Proof, che arricchiscono ulteriormente il CD. Leggermente sotto la media solo I Don’t Wanna Wait.

Non sarebbe, poi, un album dei The War On Drugs senza testi che inneggiano a temi ampi e generici come l’amore, la memoria di eventi della gioventù e i sogni che tutti abbiamo, destinati spesso a infrangersi. I versi più evocativi sono contenuti in Occasional Rain: “Ain’t the sky just shades of grey until you’ve seen it from the other side? Oh, if loving you’s the same… It’s only some occasional rain”.

In generale, “I Don’t Live Here Anymore” è un ottimo prodotto, curato in ogni dettaglio anche grazie alla produzione di Shawn Everett (Foxygen). Adam Granduciel si conferma cantautore talentuoso e i The War On Drugs band fondamentale della scena rock dell’ultimo decennio.

7) Godspeed You! Black Emperor, “G_d’s Pee AT STATE’S END!”

(ROCK – SPERIMENTALE)

Il nuovo CD del leggendario gruppo post-rock canadese è un highlight in una carriera già costellata di perle, sia molto in là nel tempo (“Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven” del 2000) che più recenti (“Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” del 2012). Il disco è infatti fra i più euforizzanti in un periodo di sospensione come quello che stiamo vivendo, in cui alla paura del virus si contrappone la speranza per le campagne vaccinali in corso. Che la luce sia finalmente in fondo al tunnel? I Godspeed You! Black Emperor, a tratti, ne paiono convinti.

In effetti, l’inizio del lavoro ci fa tornare alle lugubri atmosfere di “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!”: A Military Alphabet, la prima delle quattro suite in cui è diviso “G_d’s Pee AT STATE’S END!”, è il pezzo più ossessivo e pessimista del lavoro. Al contrario, il tono della seguente Fire At Static Valley è più positivo e fa del post-rock quasi gradevole e accessibile, non una tipica caratteristica dei Godspeed You! Black Emperor.

Le due lunghe tracce che chiudono il lavoro, “GOVERNMENT CAME”OUR SIDE HAS TO WIN (for D.H.), mantengono questa dualità; tuttavia, a differenza dei lavori della prima fase della carriera del complesso di Montreal, il tono complessivo è di cauto ottimismo. È per questo che “G_d’s Pee AT STATE’S END!” è un ottimo LP per la vita durante la fase conclusiva (almeno speriamo) dell’emergenza Covid-19: se è vero che non siamo di fronte ad un disco puramente pop, d’altro canto la forza di queste quattro composizioni è innegabile e rende il 2021 davvero interessante per gli amanti del rock alternativo e sperimentale.

Un’ultima curiosità: il quattro pervade tutto il CD. Siamo infatti di fronte al quarto album della fase post reunion della band, le canzoni (pur elaborate) sono teoricamente quattro e probabilmente, come qualità, questo è il quarto più bel disco nell’intera produzione dei canadesi. Quest’ultimo dato è sufficiente per capire il talento di questi pilastri dello scenario rock.

6) Dave, “We’re All Alone In This Together”

(HIP HOP)

Avevamo lasciato Dave, il talentuoso rapper britannico di origine nigeriana, al successo dell’esordio “Psychodrama” (2019), che gli aveva fatto vincere il Mercury Prize e lo aveva reso una delle voci preminenti della nuova generazione inglese. Beh, tutta questa credibilità viene mantenuta, se non rinforzata, da “We’re All Alone In This Together”: un CD lungo, difficile, ma di infinita profondità e con testi sempre toccanti ed efficaci. Potremmo davvero essere di fronte al miglior rapper d’Oltremanica al momento, almeno parlando al maschile (si veda la posizione numero 1 della lista).

Le 12 canzoni di “We’re All Alone In This Together” sono variegate, possono contare su ospiti di spessore internazionale come James Blake e Stormzy… e allo stesso tempo creano un album di altissimo replay value. Passiamo dalla durezza di Verdansk ai ritmi quasi tropicali di System (con Wizkid) alla trap accennata di Clash (che vanta Stormzy), con le perle delle monumentali cavalcate Both Sides Of A Smile e Heart Attack, la prima di circa otto minuti e la seconda lunga quasi dieci!

Anticipavamo che il CD non è di immediata assimilazione, anche per i temi trattati da Dave: nei testi possiamo infatti ritrovare riferimenti alla vita degli immigrati di origine jugoslava costretti a emigrare nel Regno Unito durante la guerra degli anni ’90, così come la denuncia della maggiore ingiustizia mai patita da immigrati in terra inglese (rimpatriare nei Caraibi delle persone che avevano diritto di stare Oltremanica, privandoli dei loro averi e delle loro case). A chiudere il quadro, nell’introduttiva We’re All Alone il rapper parla di istinti suicidi sia per sé stesso che per il ragazzo con cui dialoga nel corso del brano, mentre nel pezzo finale Survivor’s Guilt si mette a piangere a causa di un attacco d’ansia… Del resto, da colui che aveva immaginato il suo esordio come la confessione di uno psicopatico non potevamo aspettarci di meno.

In conclusione, la ricchezza di significati e di sonorità fanno di “We’re All Alone In This Together” un album imprescindibile per gli amanti dell’hip hop. Dave si candida come re dello scenario rap britannico e, chissà, a sfondare anche in altre parti del mondo. La cosa più incredibile è che non si può essere sicuri che abbia raggiunto il picco delle proprie qualità: che si sia di fronte al nuovo Kendrick Lamar? La risposta al prossimo CD. Per ora godiamoci questo LP, uno dei migliori prodotti hip hop dell’anno.

5) Silk Sonic, “An Evening With Silk Sonic”

(R&B – SOUL)

Ci sono collaborazioni che sembrano fatte apposta per nascere e prosperare: il progetto Silk Sonic, formato da Bruno Mars e Anderson .Paak, ne è un caso emblematico. “An Evening With Silk Sonic” è una gemma, capace di evocare le atmosfere del soul anni ’70 di Marvin Gaye e Stevie Wonder con delicatezza ma senza suonare come un plagio, anzi con hit indelebili che ne fanno un CD imperdibile in questo strano 2021.

Non sempre le partnership fra pesi massimi escono come erano state pensate: se in certi casi era impossibile che fallissero (David Bowie e i Queen, con Under Pressure), in altri hanno prodotto risultati contraddittori (Future e Drake in “What A Time To Be Alive” del 2015) oppure addirittura disastrosi (Lou Reed e i Metallica con “Lulu”, 2011). Beh, Silk Sonic è un caso a sé stante: non per forza Mars e .Paak parevano destinati al successo, ma “An Evening With Silk Sonic” è un piccolo capolavoro, che rende i Silk Sonic maggiori della somma dei singoli interpreti.

Già i singoli di lancio avevano fatto pensare a un lavoro eccellente: Leave The Door Open è un’ottima ballata, Skate è un perfetto brano funk mentre Smoking Out The Window, pur leggermente inferiore agli altri due, è comunque un buonissimo pezzo. Se a questi aggiungiamo After Last Night, con la preziosa collaborazione di Thundercat e del veterano Bootsy Collins, già bassista dei Parliament-Funkadelic, abbiamo metà CD di perle. Il resto del lavoro contiene brani che, seppur discreti, non arrivano a questi livelli, ma il risultato complessivo è in ogni caso ottimo, contando anche la totale mancanza di tracce riempitivo (basti dire che “An Evening With Silk Sonic” dura a malapena 32 minuti), tanto che ci viene da desiderare che ci siano 2-3 canzoni in più per arrivare ai canonici 40 minuti, fatto sempre più raro nel panorama musicale odierno.

In conclusione, il progetto Silk Sonic, pur non brillando a volte di originalità (si senta Put On A Smile), raggiunge risultati davvero squisiti. Anderson .Paak è ormai pronto per il salto definitivo nel mainstream, mentre Bruno Mars, dal canto suo, si conferma infallibile produttore di hit. “An Evening With Silk Sonic”, ad oggi, è il miglior CD soul del decennio oltre che uno dei più belli del 2021.

4) Black Country, New Road, “For The First Time”

(ROCK – SPERIMENTALE)

Il giovane gruppo britannico, composto da ben sette elementi, quattro ragazzi e tre ragazze (tra cui sassofono e violino), ha pubblicato uno degli esordi più sorprendenti degli ultimi anni. Mescolando abilmente post-punk, jazz e post-rock, i Black Country, New Road si inseriscono nel solco dei black midi e di altre giovani band inglesi che stanno rivoluzionando la scena, denunciando allo stesso tempo i mali della società moderna.

“For The First Time” può sembrare un modo umile di introdurre la band al grande pubblico: il CD è infatti composto da sei canzoni, di cui due singoli, quindi gli inediti veri e propri sono solo quattro. Tuttavia, guardando il range coperto nel corso dei 40 minuti dell’album, si capisce che il vocalist Isaac Wood (dotato di un timbro molto simile a King Krule) e soci hanno operato una scelta corretta. I risultati, come già accennato, sono davvero incredibili a tratti.

Sorretti da una base ritmica clamorosa e con testi sempre calati nel presente, spesso amaro, che i membri del gruppo ben conoscono, i Black Country, New Road stupiscono fin da subito con Instrumental, che, come indica la parola, non ha testo ma serve da perfetta introduzione per le seguenti canzoni. Athens, France è uno dei brani più amichevoli del CD, non a caso scelto come singolo, mai prevedibile ma allo stesso tempo accessibile. Invece Science Fair è l’episodio più brutale, che ricorda gli Slint. Sunglasses è una traccia davvero epica, à la Nick Cave con tocchi di Godspeed You! Black Emperor che fa intravedere un possibile futuro per il gruppo. La delicata Track X (unica un po’ fuori contesto) e Opus chiudono un lavoro che richiede molteplici ascolti per esser apprezzato appieno.

In conclusione, “For The First Time” si candida ad esordio dell’anno in campo rock: sperimentale, feroce ma anche in alcuni tratti accessibile, è un disco che farà parlare di sé per lungo tempo. I Black Country, New Road hanno imposto degli standard molto alti per il loro futuro: vedremo se sapranno mantenerli. Inutile dire che, ad A-Rock, non vediamo l’ora di analizzare dove andranno a parare.

3) black midi, “Cavalcade”

(ROCK – SPERIMENTALE)

Il secondo album dei black midi, la giovane band inglese che è entrata nel cuore di molti grazie al fulminante esordio “Schlagenheim” del 2019 (inserito anche da A-Rock nella top 10 dell’anno e in una rubrica Rising), fa centro sotto molti punti di vista. I black midi non si sono ammorbiditi, anzi: le parti di rock duro fanno venire i brividi, come però anche le canzoni più raccolte, quasi pop, che sono davvero una novità nell’estetica solitamente feroce del gruppo britannico.

Avevamo lasciato i Nostri alle prese con un rock alieno, miscuglio di jazz, metal, noise e punk: risentirsi bmbmbm oppure 953. “Cavalcade”, come già il titolo fa intuire, è una cavalcata fra canzoni tanto varie quanto riuscite: si va dall’avant-prog della clamorosa John L alla lenta Marlene Dietrich, dalla pulsante Slow alla magnifica chiusura di Ascending Forth. In mezzo abbiamo anche canzoni sotto la media (Hogwash And Balderdash), ma nel complesso i black midi si confermano voce imprescindibile nel mondo rock alternativo e sperimentale, non facili da assimilare ma irresistibili.

La voce di Geordie Greep pare più sicura e forte rispetto all’esordio, così come quella di Cameron Picton, che fa il frontman in due delle otto canzoni che compongono “Cavalcade”. Abbiamo poi come in “Schlagenheim” il batterista Morgan Simpson davvero sugli scudi, quasi free jazz nel corso di molti punti del CD. A completare il quadro non c’è la chitarra di Matt Kwasniewski-Kelvin, che si è preso del tempo per sé stesso a causa di problemi personali.

Gli otto pezzi presentano dei bozzetti di personaggi realmente esistiti (Marlene Dietrich) o inventati (John L), ma a dominare è il senso di incertezza e quasi di paura che proviene da certi passaggi testuali. John L racconta di un predicatore nazionalista e visionario tradito dai suoi fedeli, Slow nella sua invocazione è totalmente antitetico alla sua base oppressiva… Accanto a tutto questo abbiamo però, come già detto, delle perle acustiche fuori da ogni logica, ma non per questo mal riuscite: sia Marlene Dietrich che Diamond Stuff sono infatti ottime “pause” e faranno la fortuna dei live del gruppo.

In generale, pur non essendo musica popolare, i black midi hanno senza dubbio creato un LP unico nel suo genere, alla pari di “Schlagenheim” per creatività. Se l’effetto sorpresa è svanito, di certo possiamo dire, con meraviglia ma non troppo, che il terreno coperto in termini di sonorità è ancora più variegato che nell’esordio. “Cavalcade” si afferma come il miglior album rock del 2021, capace di ferire e rassicurare, sconcertare e ammaliare.

2) Billie Eilish, “Happier Than Ever”

(POP)

Era il CD più atteso dell’estate e ha pienamente mantenuto le aspettative. “Happier Than Ever”, il secondo album della popstar più brillante del momento, fa di Billie Eilish non solo un nome imprescindibile per capire il pop contemporaneo, ma anche la più seria candidata alla palma di album dell’anno in ottica Grammy, premio che lei ha già conquistato con il fulminante esordio “WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?” del 2019.

È difficile inquadrare il fenomeno Billie Eilish senza partire dalle sue origini: amante delle canzoni di Justin Bieber e delle altre popstar, la giovanissima Billie (intorno ai 13-14 anni) incomincia a postare le sue canzoni su Youtube e su Spotify. Il successo è immediato e il passaparola la porta a essere considerata una stella ancora prima di incidere un disco vero e proprio. L’EP “dont smile at me” (2017) è solo un antipasto prima dell’abbuffata di “WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?”, che la catapulta in una dimensione dove solo poche persone possono stare: adorata dai giovanissimi ma anche dai genitori più “progressisti”, amata dalla critica per le sonorità eterogenee rispetto al pop stereotipato che domina le classifiche, ma anche per i testi candidi sulle sue paure. Billie, infatti, non ha timore di parlare di istinti suicidi, visioni di amici seppelliti e mostri sotto il letto.

Il CD in realtà non è perfetto: ancora si respira una certa ingenuità in Billie e nel fratello Finneas, che produce tutti i suoi brani ed è spesso co-autore. Pezzi come Bad Guy e When The Party’s Over, tuttavia, sono irresistibili: specialmente il primo, ormai, è storia della musica. La ragazza con i capelli verdi, però, ha lasciato il passo ad un’altra incarnazione: capelli biondo platino, corpo non più nascosto sotto pesanti maglioni neri, in volto una malinconia evidente malgrado il titolo del lavoro, evidentemente ironico.

In effetti, c’è poco da stare allegri: il mondo è devastato da due anni da una pandemia terribile, Billie è osservata costantemente da paparazzi in cerca di scoop o stalker che la inseguono ovunque vada, non può avere una relazione amorosa normale a causa della sua fama… Tutto questo affiora, in modo più o meno evidente, in “Happier Than Ever”.

Fin dall’introduttiva Getting Older, infatti, i temi portanti del CD sono messi in evidenza: il titolo annuncia una Billie Eilish più matura, che non rinuncia all’ironia, “Things I once enjoyed just keep me employed now” canta convintamente. In Your Power emergono invece i rapporti di abuso stabiliti da alcuni uomini a danno delle ragazze più giovani e spesso indifese: “She was sleeping in your clothes, but now she’s got to get to class… Does it keep you in control, for you to keep her in a cage?”. Altrove emerge l’ansia per il futuro tipica dei giovani (“Know I’m supposed to be with someone, but aren’t I someone?”, my future) e la paura che le vengano attribuite dicerie non veritiere (“Stop, what the hell are you talking about? Get my pretty name out of your mouth”, Therefore I Am). Il tema che spesso emerge è però quello dell’amore tradito, finito male: nella title track il suo ex la chiama ubriaco da una Mercedes, Male Fantasy vede Billie perplessa mentre guarda un video pornografico.

Musicalmente, il CD è un trionfo: Eilish esplora folk (Your Power, Male Fantasy), pop elettronico à la Grimes (Oxytocin), R&B (OverHeated), trip hop (NDA), ritmi latini (Billie Bossa Nova) e addirittura il rock in stile Mitski nella title track. In mezzo abbiamo altri esperimenti davvero sorprendenti: my future parte come un semplice brano pop ma poi evolve in un brano quasi funk, con retrogusto jazz. Discorso a parte per Oxytocin e I Didn’t Change My Number: sono i due pezzi che più si avvicinano al pop gotico e a tinte horror di “WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?”, con il primo destinato a diventare un successo anche live della Nostra. Gli unici brani inferiori alla media stratosferica del CD sono Halley’s Comet, prevedibile, e Not My Responsibility, un brano spoken word dal forte significato ma debole melodicamente.

Chi credesse ancora che Billie Eilish è solamente un fenomeno mediatico, destinato a sgonfiarsi presto, dovrà ricredersi: “Happier Than Ever” è un lavoro completamente diverso dall’esordio, che pure aveva conquistato molti. Non sarebbe stato un peccato mortale tornare a quelle atmosfere; invece la cantautrice americana si è superata, optando per un lavoro composito, dove le 16 canzoni, tuttavia, non appaiono mai in sovrannumero. In poche parole, siamo di fronte ad una ragazza dal talento splendente.

1) Little Simz, “Sometimes I Might Be Introvert”

(HIP HOP)

Avevamo già capito dai singoli di essere di fronte ad un CD speciale. Introvert, Woman e I Love You, I Hate You sono colossali pezzi rap, ma non solo: Little Simz è capace, infatti, di flirtare con funk e soul in ugual maniera, creando un amalgama quasi perfetto. “Sometimes I Might Be Introvert”, in poche parole, è l’album migliore del 2021.

Little Simz, per i fan di lunga data di A-Rock, è un nome noto: inserita in un appuntamento della rubrica Rising e premiata con la palma di terzo miglior album del 2019 per “GREY Area”, il suo profilo era sempre stato sui taccuini anche della critica mainstream, ma non aveva mai sfondato completamente col pubblico, soprattutto quello al di fuori del Regno Unito. Ebbene, con questo CD è probabile che la notorietà della Nostra cresca; ed è un premio davvero meritato. Abbiamo trovato il contraltare a Kendrick Lamar, aspettando ovviamente il nuovo album di K-Dot, dato come ormai imminente.

Notiamo subito una cosa: le iniziali di “Sometimes I Might Be Introvert” danno SIMBI, che è il nomignolo con cui Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo è conosciuta fra gli amici più stretti. Non è un fatto casuale: molte volte nel corso del lavoro emerge questa duplicità, addirittura in Rollin Stone la sentiamo dire: “Can’t believe it’s Simbi here that’s had you listenin’… Well, fuck that bitch for now, you didn’t know she had a twin”, quasi come se stessimo assistendo ad uno sdoppiamento della sua personalità. Tuttavia, il tema del rapporto fra la Simbi privata e la Little Simz pubblica non è l’unico affrontato nel corso del CD.

Altrove abbiamo infatti la voglia di celebrità che colpisce molti di noi, specie in tempi di social network imperanti (“Why the desperate need for an applause?” domanda in Standing Ovation), l’assenza del padre (“Is you a sperm donor or a dad to me?” è forse il verso più bello della stupenda I Love You, I Hate You) così come la morte violenta del cugino, in Little Q Pt. 2. I versi più belli e potenti sono però contenuti in Introvert: “All we see is broken homes here and poverty, corrupt government officials, lies and atrocities. How they talking on what threatening the economy, knocking down communities to re-up on properties. I’m directly affected: it does more than just bother me”.

Non per questo, però, bisogna pensare che il CD sia troppo carico di tematiche e influenze; anzi, “Sometimes I Might Be An Introvert” spicca anche per l’incredibile abilità di Little Simz nel maneggiare generi diversi con uguale maestria. Se proprio vogliamo trovare un difetto nel disco, sono i numerosi intermezzi narrati dalla voce dell’attrice Emma Corrin, interprete di Diana Spencer nella serie tv The Crown e amica di Little Simz. Ma sarebbe un errore concentrarsi su di essi davanti a una tale quantità di canzoni magistrali.

Possiamo rintracciare i maestri di Simbi in Lauryn Hill, D’Angelo e lo stesso Kendrick Lamar, ma lei riesce a suonare puramente Little Simz. Se “GREY Area” era un LP scarno, con beat minimali su cui la Nostra rappava senza sosta, adesso c’è una intera orchestra che la supporta in alcuni brani, tra cui i due più belli del lavoro, Introvert e Woman. Altri pezzi imperdibili sono I Love You, I Hate You e la funkeggiante Protect My Energy.

In conclusione, “Sometimes I Might Be An Introvert” è il primo album rap davvero imperdibile del decennio 2020-2029. Chissà se qualcuno riuscirà in futuro a scrivere pagine altrettanto importanti in questo genere; per il momento godiamoci questo lavoro, il compimento di otto anni di carriera da parte di Little Simz, nuovo volto simbolo della scena hip hop britannica.

Il podio è quindi formato da due ragazze e un giovane gruppo britannico, che rappresentano tre dei generi più importanti al momento: rock, pop e rap. In quanto a diversità e varietà di generi, mai A-Rock aveva avuto un terzetto di così ampie vedute: un altro segno che la buona musica, quando colpisce l’ascoltatore, non conosce confini o pregiudizi di sorta.

Che ve ne pare di questa lista? Vi convince o avreste preferito vedere altri nomi? Non esitate a commentare!