Il lato acustico di Jack White

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Un primo piano di Jack White.

Jack White è una delle rockstar viventi più amate dal grande pubblico: ogni sua incarnazione, che fossero i White Stripes, i Raconteurs, i Dead Weather oppure la sua carriera solista, ha avuto un ottimo riscontro di pubblico e critica. Lui, del resto, è un maestro nel maneggiare rock e blues, rifacendosi spesso ai grandi maestri del passato (su tutti Led Zeppelin e Black Sabbath) e aggiornandoli ai giorni nostri. Molti artisti hanno tratto ispirazione da lui: non avremmo mai avuto “AM” degli Arctic Monkeys senza “Elephant”. Considerato uno dei migliori chitarristi viventi, stupisce molto veder uscire una sua raccolta di vecchi successi riletti in chiave acustica, spesso solo lui e la chitarra classica. Pur sembrando agli ascoltatori più superficiali un puro tributo alla sua carriera, in realtà “Acoustic Recordings 1998-2016” aggiunge una nuova sfumatura alla già sfaccettata personalità di White. Analizziamone la genesi.

White raccoglie in questo lavoro canzoni, a volte b-sides, dei White Stripes, dei Raconteurs e della sua carriera solista, per un totale di 26 tracce, articolate in due dischi. Il primo CD si apre con alcuni dei più grandi successi dei White Stripes, forse la sua creatura più celebre e amata anche dal grande pubblico, oltre che dai critici. Abbiamo infatti in successione Sugar Never Tastes So Good (tratta dall’album di esordio, l’omonimo “The White Stripes” del 1999), I’m Bound To Pack It Up (che troviamo in “De Stijl” del 2000), la immortale Hotel Yorba (presa da “White Blood Cells”, capolavoro del 2001) e la divertente We’re Going To Be Friends, senza dimenticarsi di Well It’s True That We Love One Another (entrambe trovabili nel famosissimo CD “Elephant” del 2003), dove torniamo a sentire la voce di Meg, l’altra metà dei White Stripes. La parte finale del disco contiene la sorpresa più gradita dai fan della band, City Lights, il primo brano inedito a firma White Stripes da più di 8 anni a questa parte. Un pezzo intimista e raccolto, molto diverso da quella Seven Nation Army che è il manifesto del gruppo.

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La copertina del CD.

È però nell’ultima parte del secondo disco che White sperimenta di più, proponendo versioni alternate di alcuni brani della sua produzione solista e di quella con i Raconteurs. Molto carina la versione acustica di Machine Gun Silhouette, gradito il riferimento anche ai dischi più recenti del cantante di Detroit, “Blunderbuss” (2012) e “Lazaretto” (2014). Pregevole infatti Entitlement, tratta da ”Lazaretto”. Certo, a volte White eccede in gigioneria e la lunghezza del CD può apparire eccessiva, ma questi “acoustic recordings” servono a chi già conosce White ad apprezzarne anche la parte più romantica. Possono inoltre servire a chi è ancora un neofita per comprendere la grande versatilità di uno dei più dotati cantautori della sua generazione, capace ultimamente di mescolare al rock scarno delle origini (chitarra, batteria, basso e voce) anche ritmi, strumenti e sonorità diversi, avvicinandosi alla psichedelia e addirittura cercando un approccio con l’hip hop.

Insomma, “Acoustic Recordings 1998-2016” è un gradito riassunto della formidabile carriera di Jack White, ormai sulla cresta dell’onda da più di 15 anni, con un percorso artistico che tocca tre decenni (come accenna anche il titolo dell’album), che ci regala un’ora di ottima musica.

Voto finale: 8.

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