Il superbo ritorno di Bon Iver e Nicolas Jaar

Il 30 settembre scorso è stato un giorno da ricordare per gli amanti della musica: sono usciti contemporaneamente i due nuovi, attesissimi lavori di Bon Iver e Nicolas Jaar, entrambi assenti dalla scena musicale da ben cinque anni. Analizziamone i risultati: come anticipazione, basti dire che nessuno dei due ha deluso le aspettative.

Bon Iver, “22, A Million”

bon-iver

Dopo un capolavoro come “Bon Iver, Bon Iver” del 2011, Justin Vernon (il leader del progetto Bon Iver) si è preso del tempo per sé stesso, organizzando un nuovo festival musicale nella sua città natale, Eaux Claires, e seguendo la sua nuova creatura musicale, i Volcano Choir. Del resto, lui ha sempre detto che le canzoni vanno “sentite” nel cuore e che scrivere solo per accumulare denaro non fa per lui. Promessa mantenuta: il marchio Bon Iver ha prodotto solamente tre album e un EP in nove anni di vita. Pochi ma buoni, anzi ottimi: ogni passo della carriera di Vernon è sempre stato un viaggio magnifico, sia che fosse concentrato sui sentimenti del protagonista (come l’esordio “For Emma, Forever Ago” del 2007), sia che ci conducesse in località a volte vere, a volte immaginarie (come accadeva in “Bon Iver, Bon Iver” del 2011). Sembrava che ormai Bon Iver fosse qualcosa del passato, invece quest’anno Vernon ha deciso di resuscitare la band; e i risultati sono di nuovo magnifici.

Già l’inizio è promettente: 22 (OVER S∞∞N) ricorda le atmosfere dei suoi precedenti lavori, risultando in un folk gentile e raffinato, mentre la potente 10 d E A T h b R E a s T rimanda addirittura al Kanye West di “Yeezus”. Abbiamo poi l’affascinante intermezzo di 715 – CRΣΣKS, che sembra una riedizione di quella Woods che era stata ripresa anche da Kanye in “My Beautiful Dark Twisted Fantasy”.

Due cose risultano quindi evidenti: la numerologia, apparentemente casuale, che precede ogni canzone; e i forti rimandi alla discografia di Kanye West, che più volte ha elogiato Vernon e il suo modo di scrivere, non a caso. Sono però presenti influenze anche di James Blake (non a caso i due hanno collaborato in I Need A Forest Fire) e, beh, di Bon Iver.

Queste ultime sono particolarmente evidenti in 33 “GOD” (qua sì che la numerologia ha senso) e 29 #Strafford APTS, non a caso fra i brani migliori del disco. Il capolavoro vero è però 666 ʇ, che possiede una sezione ambient da brividi, così come la bella 8 (circle). Il solo brano non completamente a fuoco è ____45_____, mentre la conclusiva 00000 Million ricorda molto la Beth/Rest che chiudeva “Bon Iver, Bon Iver”. Notiamo che la prima parola e l’ultima della tracklist compongono proprio il titolo del CD; una coincidenza? Difficile da credere. I testi sono quanto mai criptici: si possono leggere riferimenti alla fede e all’amore, ma sempre slegati dal contesto, quasi che Justin voglia evidenziare come anche la nostra epoca sia confusa (i titoli dei brani sono piuttosto misteriosi) e come noi stiamo perdendo i riferimenti che un tempo ci sostenevano (l’amore e la fede, appunto).

In conclusione, in sole dieci canzoni e 34 minuti di durata, “22, A Million” ci conferma lo sconfinato talento di Justin Vernon e ci fa bramare per avere al più presto nuova musica da parte sua. Pur non raggiungendo il fantastico risultato del precedente LP “Bon Iver, Bon Iver”, anche questo album entrerà sicuramente nella top 10 dei migliori album del 2016. Ed è successo con tutti e tre i suoi CD… Bentornati, Bon Iver.

Voto finale: 9.

Nicolas Jaar, “Sirens”

sirens

Può la musica elettronica diventare un mezzo per esprimere un messaggio politico? Fino a pochi anni fa la risposta sarebbe stata sicuramente negativa; poi, nel 2012, la cantante canadese Claire Boucher (in arte Grimes) divenne un simbolo narrando in Oblivion (2012) la violenza subita alcuni anni prima. Poi, nel 2016, ecco la vera svolta: prima Antony Hegarty (in arte Anohni), cantante degli Antony and the Johnsons, si scagliava contro la guerra, ma anche contro chi nega il cambiamento climatico e chi violenta le donne nel suo album di esordio “Hopelessness”, uscito a maggio, dove le basi di Hudson Mohawke e Oneohtrix Point Never prendevano il posto del pop da camera che caratterizzava il sound della band di Hegarty. Adesso anche Nicolas Jaar, giovane speranza della scena elettronica statunitense, cerca di trasmettere messaggi universali mediante un CD di musica elettronica.

“Sirens” è solamente il secondo disco vero e proprio della carriera di Nicolas Jaar: nel precedente “Space Is Only Noise” (2011) aveva fatto gridare al miracolo per la sua naturale capacità di mescolare ambient e dance, in un raffinato mix di brani eterei e altri più carichi. Nei successivi cinque anni, Nicolas non è stato con le mani in mano: ha creato una colonna sonora alternativa per un vecchio film russo (“Pomegranates”) e registrato un album sotto il nome Darkside (“Psychic” del 2013), assieme all’amico Dave Harrington. Nel nuovo lavoro, Jaar non cambia una formula che si era rivelata vincente, limitandosi ad affinarla; le novità più gustose risiedono nei testi delle sei canzoni che compongono “Sirens”.

Già nella prima canzone in scaletta, la misteriosa Killing Time, Jaar inizia subito a farci capire come la pensa riguardo all’economia: “money, it seems, needs its working class”. Abbiamo poi la potente The Governor, dove le origini cilene del nostro vengono prepotentemente alla luce: i richiami alla feroce dittatura di Pinochet sono forti nei versi “we’re all just rolling, the mothers have sunk, all the blood’s hidden in the Governor’s trunk.” Il più importante momento politico risiede però in No, cantata in spagnolo da Jaar, dove oltre a una sua conversazione con il padre Alfredo abbiamo la lirica “ya dijimos no, pero el si està en todo”, rimando al referendum dove i cileni decisero di votare sì alla dittatura di Pinochet, condannandosi ad anni tragici.

Musicalmente parlando, le poche tracce di “Sirens” farebbero pensare ad un LP breve, ma in realtà si superano i 46 minuti di durata; gli highlights sono la già citata The Governor e Three Sons Of Nazareth, uno dei migliori brani mai scritti da Nicolas. Insomma, stiamo parlando di uno dei più brillanti talenti della scena elettronica mondiale: “Sirens” non fa che cementarne lo status.

Voto finale: 8.

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