Recap: novembre 2017

Novembre, come da tradizione ad A-Rock, è l’ultimo mese eleggibile per quanto riguarda la lista dei migliori 50 album dell’anno. Dunque, i dischi usciti a dicembre meritevoli di menzione entreranno nella lista dell’anno successivo (come successe a D’Angelo). Nel mese appena finito, le cantanti l’hanno fatta da padrone: abbiamo infatti i nuovi album di Julien Baker e Fever Ray. Inoltre, recensiremo anche Björk, Charlotte Gainsbourg, Angel Olsen e Taylor Swift. L’unico maschietto è Noel Gallagher, con i suoi Noel Gallagher’s High Flying Birds. Buona lettura!

Fever Ray, “Plunge”

Plunge

Erano otto anni che Karin Dreijer non produceva un album solista; la metà femminile dei Knife (l’altra era il fratello Olof), con l’esordio solista “Fever Ray” (2009), aveva fatto capire che, anche senza i Knife, per lei un radioso futuro nel mondo della musica era possibile. “Plunge” conferma ulteriormente questo fatto: attraverso canzoni a volte complesse, altre quasi pop, Karin appare in splendida forma, tanto da produrre uno dei migliori album di musica elettronica dell’anno.

I temi trattati dalla cantante svedese riguardano soprattutto l’amore e il sesso; accanto ad essi, però, un messaggio politico non può mancare. Spesso infatti anche i Knife avevano affrontato temi legati alla sfera pubblica, per esempio i diritti degli omosessuali o le storture del capitalismo. Fever Ray, parlando dell’amore carnale, denuncia la non parità dei diritti fra maschi e femmine e le violenze a cui le donne sono sottoposte da parte di uomini prepotenti, questione quanto mai attuale in queste settimane.

I pezzi migliori sono Must’t Hurry, This Country e Red Trails. Convincono meno Falling, IDK About You e la parte centrale del disco, tuttavia i risultati complessivi sono apprezzabili. Restano superiori i due LP più maturi dei Knife, “Silent Shout” (2006) e Shaking The Habitual” (2013). Tuttavia, l’eclettismo e la cura maniacale di “Plunge” lo rendono imprescindibile per gli amanti dell’elettronica e dei Knife.

Voto finale: 8.

Julien Baker, “Turn Out The Lights”

julien baker

Il secondo album della giovane cantante americana Julien Baker è un ottimo esempio della nouvelle vague del mondo indie, caratterizzata da una più massiccia presenza di donne rispetto al passato. Ricordiamo ad esempio Courtney Barnett e Angel Olsen; adesso anche la Baker fa parte del gruppo.

“Turn Out The Lights” combina piacevolmente pianoforte e chitarre, con la bella voce di Julien a fare da collante alle canzoni. La prima vera traccia del disco, dopo la breve intro Over, è già espressiva del tono del disco: Appointments ha un mood fortemente malinconico, batterie e basso sono completamente assenti e il testo parla di appuntamenti falliti e relazioni finite. Su questa falsariga si sviluppa poi tutto il disco.

I testi, dunque, sono molto pessimisti: già nell’esordio “Sprained Ankle” avevamo notato questo male di vivere nella Baker, sentimento che sembra essersi acuito in “Turn Out The Lights”. Le liriche, infatti, contengono versi come “Do I deserve to be here? Will I ever be ok?” oppure “There’s more whiskey than blood in my veins”. Insomma, si accenna a tendenze suicide ed alcolismo senza mezzi termini. La disperazione tuttavia non angustia le melodie, che restano potenti e toccanti allo stesso tempo.

La Baker si inserisce, musicalmente parlando, a cavallo fra dream pop e indie rock: un po’ Beach House e un po’ Wolf Alice, diciamo. Niente di radicale, quindi, ma il CD resta davvero bellissimo e degno di più di un ascolto. Fra le tracce migliori abbiamo la già citata Appointments e la title track; buona anche la conclusiva Claws In Your Back. Meno riuscite Shadowboxing e Sour Breath (da segnalare comunque per le tristissime liriche “The harder I swim, the faster I sink”), ma il risultato complessivo resta ottimo.

In conclusione, il talento di Julien Baker sembra essere definitivamente sbocciato: con una voce così, poi, tutto diventa più facile. Speriamo che la disperazione che sembra pervadere la giovane cantante non si riveli troppo pesante per la sua apparentemente fragile anima.

Voto finale: 8.

Noel Gallagher’s High Flying Birds, “Who Built The Moon?”

Who Built The Moon

Noel è giunto ormai al terzo album con la sua nuova band, gli High Flying Birds. La sua è stata una graduale evoluzione: partito nel primo CD della sua nuova avventura con canzoni molto simili agli Oasis, già in “Chasing Yesterday” (2015) si erano intraviste aperture verso rock à la Strokes e psichedelia del tutto inedite per lui. Questo “Who Built The Moon?” è il miglior disco a firma Noel Gallagher da tanti anni: oltre a proporre nuovi generi musicali ad un pubblico che era abituato al britpop vecchia maniera, Noel produce tre-quattro canzoni davvero notevoli, che entrano di buon diritto fra le sue migliori.

L’inizio è sorprendente: Fort Knox è un pezzo molto duro, quasi progressive, per un ex Oasis come lui. Ma le sorprese non sono finite: il più anziano dei due fratelli coltelli degli Oasis infatti si avventura nel glam rock (Keep On Reaching), utilizzando poi in altri pezzi addirittura il vocoder e mescolando influenze jazz (Holy Mountain). Le tastiere, poi, hanno un discreto peso. Insomma, un LP così ambizioso e innovativo da un cinquantenne non ce lo aspettavamo proprio. Merito anche del produttore, David Holmes, noto anche come musicista ardito e innovatore nel campo dell’elettronica.

Menzione finale per Dead In The Water, pezzo non incluso nella tracklist ufficiale ma acquistabile come traccia bonus: ricorda molto le b-sides migliori degli Oasis, in particolare Talk Tonight e Half The World Away. Ottime anche It’s A Beautiful World e She Taught Me How To Fly. Da non trascurare anche Black & White Sunshine. Meno riuscite Be Careful What You Wish For e If Love Is The Law, ma non intaccano eccessivamente il risultato complessivo.

In conclusione, il 2017 ha visto sfidarsi i fratelli Gallagher, oltre che con gli soliti insulti via social o via intervista, anche musicalmente: mentre Liam, con “As You Were”, ha pubblicato un CD “conservatore”, chiaramente destinato ai fan prima maniera degli Oasis, Noel sembra aver trovato una sua nicchia più interessante, ma forse più rischiosa a fini puramente economici. Tuttavia, non si può non elogiare la voglia di sperimentare di uno degli artisti inglesi apparentemente più rigidi nelle loro posizioni degli ultimi venticinque anni. Aspettiamo con grande interesse la sua prossima prova.

Voto finale: 8.

Charlotte Gainsbourg, “Rest”

rest

“Rest” è il quinto album della figlia del grande Serge Gainsbourg e di Jane Birkin, il primo in studio dopo 7 anni, infatti “IRM” risaliva al 2010. Nel periodo fra i due lavori, Charlotte Gainsbourg si è dedicata principalmente alla sua carriera di attrice, recitando ad esempio nei due capitoli di “Nymphomaniac”. La necessità per lei di tornare a scrivere musica deriva dall’improvvisa morte della sorella Kate, suicida nel 2013. La disperazione per la sua morte pervade i testi delle 11 canzoni di “Rest”, cantate per lo più in francese. Il genere affrontato è un french pop classico, nella scia di Air e Phoenix, ma con una malinconia di fondo tipica di album derivanti da lutti personali: basti pensare alla desolazione degli ultimi lavori di Sufjan Stevens, Nick Cave e Mount Eerie, tutti artisti colpiti da morti di familiari.

I testi sono, come detto, molto drammatici e toccanti: in Rest (che in italiano significa “riposo”), la title track, Charlotte pronuncia “reste”, cioè “resta” in francese, in cui la canzone è cantata; anche musicalmente, la traccia è un highlight del CD. Molto belle anche Deadly Valentine e I’m A Lie; Kate, già dal titolo, è dedicata alla sorella e contiene il verso forse più triste: “on devait vieillir ensemble”, cioè “dovevamo invecchiare insieme”. Riuscita, infine, la lunghissima Les Oxalis, che chiude l’album. Convincono meno Lying With You e Silvia Says, ma non intaccano eccessivamente il risultato complessivo.

Da sottolineare, infine, il parco ospiti di rilievo presente nel disco: da Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk a Paul McCartney, passando per Owen Pallett, “Rest” è il CD di Charlotte Gainsbourg più ricco di star della musica.

In conclusione, “Rest” non è un LP facile, ma era difficile auspicare il contrario. Pur non toccando le vette di disperata bellezza di un Sufjan Stevens, Charlotte Gainsbourg rende omaggio nel modo migliore alla sorella, sottolineando una volta di più che il talento compositivo, nella famiglia Gainsbourg, è passato direttamente dal padre Serge a lei.

Voto finale: 7,5.

Björk, “Utopia”

utopia

“Utopia” rappresenta un ritorno alle origini per Björk. L’artista islandese, conosciuta per la sua grande creatività, dipanata non solo nell’arte musicale, suona una musica davvero particolare: a metà fra elettronica e pop, con tracce però sempre sperimentali e mai del tutto mainstream. I suoi ultimi lavori, almeno fino a “Vulnicura” (2015), erano contraddistinti da melodie più astratte e ancora meno immediate. “Vulnicura” aveva rappresentato un CD sofferto per Björk, essendo dedicato alla rottura con il compagno di lunga data Matthew Barney. Il lavoro era davvero triste rispetto alla solita Björk, ma non per questo meno efficace.

Questo “Utopia” segna quindi il ritorno a sonorità più conosciute per lei, come già anticipato. La lunghezza eccessiva può spaventare gli ascoltatori casuali, ma i fan della cantante islandese troveranno sicuramente delle chicche: a partire dal singolo The Gate, passando per Future Forever e Blissing Me, Björk aggiunge al suo canone degli ottimi innesti. Meno convincente la parte centrale del disco, fin troppo autoreferenziale e non avvincente. Ne sono esempio Body Memory, troppo lunga, e Loss.

Peccato, perché “Utopia”, pur non arrivando ai livelli di “Homogenic” e “Post”, i due capolavori anni ’90 di Björk, è comunque un buon LP. Con 2-3 canzoni/intermezzi in meno, il voto sarebbe stato ancora maggiore. Ma da un’artista che da più di 30 anni ci allieta, non possiamo aspettarci sempre radicali e riuscite innovazioni, no?

Voto finale: 7.

Angel Olsen, “Phases”

phases

“Phases” è il quarto album di Angel Olsen, una delle artiste indie rock più quotate al momento. La sua voce, davvero magnifica, è probabilmente il suo miglior asset; tuttavia, specialmente con i suoi precedenti CD “Burn Your Fire For No Witness” (2014) e “My Woman” (2016), anche la sua sicurezza e abilità nello scrivere canzoni varie e ambiziose erano cresciute notevolmente.

“Phases” non è da considerarsi propriamente un LP di inediti: raccoglie infatti b-sides e demo di canzoni registrate durante le sessions dei due dischi citati precedentemente. È quindi un’operazione simile a quella fatta dai Beach House quest’estate con “B-Sides And Rarities”: Olsen vuole probabilmente aggiornare i suoi fans su come è arrivata a comporre i due CD che l’hanno resa famosa e amata da pubblico e critica.

L’inizio è ottimo: sia Fly On Your Wall che Special sarebbero state benissimo in un disco vero e proprio della Olsen e sarebbero buoni singoli di lancio per molti artisti. La parte centrale si fa più acustica, quasi folk, tanto che sembra di tornare alle origini, quando cioè la giovane cantante si dilettava con folk e country. Ciò culmina nel finale di Endless Road, ballata acustica molto breve e raccolta, bella chiusura di un disco certamente non perfetto, ma comunque gradevole.

Tra i 12 brani che compongono il CD, spiccano una cover di Bruce Springsteen (Tougher Than The Rest) e una riedizione di For You di Roky Erickson. Meno bella California, contenuta nella parte mediana del disco.

Succede molto di rado che un album di b-sides possa essere accostato ai dischi veri e propri della produzione di un’artista: forse solo Oasis e U2 ai tempi d’oro potevano vantarsi di ciò. Ciononostante, Angel Olsen prova ancora una volta la sua apparente facilità di scrittura: se le canzoni scartate sono così, non resta che aspettare il suo nuovo LP, certi che qualsiasi direzione la bella Angel prenderà sarà un successo.

Voto finale: 7.

Taylor Swift, “Reputation”

Taylor Swift

Questo è già il sesto album a firma Taylor Swift, una delle pop star più famose al mondo. Partita mescolando country e pop, i suoi primi tre lavori non erano memorabili, malgrado il crescente successo. Da “Red” (2012) in poi, però, anche la critica ha cominciato a riconoscerne le doti compositive; ciò è sottolineato dal successo di “1989” (2014), che anche i critici riconoscono come un moderno classico per gli amanti del pop. Per questo “Reputation” era molto atteso: il primo singolo non aveva per nulla convinto, Look What You Made Me Do sembrava infatti un pessimo anticipo per il CD e ne rappresenta il brano peggiore. Invece, non tutto è da buttare nel disco: probabilmente l’abbraccio di Taylor al pop più carico e “smaccato” non ha avuto il successo sperato, tuttavia il risultato complessivo è discreto.

La partenza è buona: …Ready For It? è un’ottima intro al disco, che si caratterizza come già anticipato per basi molto potenti, più simili all’hip hop e all’R&B che al pop di Lorde o St. Vincent. La seconda traccia sgancia già i due super ospiti presenti nel disco, Ed Sheeran e Future; la canzone, End Game, non è indimenticabile. Delicate, invece, è una ballata minimale e riuscita, più vicina a “1989”; lo stesso dicasi per Dress.

Il problema con “Reputation” è rappresentato soprattutto dall’elevato numero di canzoni presenti, 15, e dalla durata, 55 minuti, che sono chiaro segnale della presenza di tracce filler, quindi evitabili, cosa che non accadeva ad esempio in “1989”. Ne sono esempio So It Goes… e Don’t Blame Me. Non riuscita nemmeno This Is Why We Can’t Have Nice Things, troppo prevedibile. Gradevoli invece Gorgeous, che se non altro ha un ritmo ballabilissimo pur non essendo tamarra, e Getaway Car, potenziale singolo.

I temi affrontati in “Reputation”, come già il titolo indica, hanno soprattutto a che fare con la percezione che Taylor ha della sua fama e di come il pubblico la vede: come semidea oppure come ennesimo prodotto dello star system. Del resto, lei non ha fatto molto per smentire la seconda opinione: tra le liti con Kanye West e i flirt con attori e cantanti famosi, tutto nella sua vita sembra finto e fatto solo per far parlare di sé. Ognuno continuerà a vederla in un modo o nell’altro, anche dopo questo CD: è comunque da elogiare la sua volontà di aprirsi e narrare (onestamente?) i propri sentimenti.

In conclusione, “Reputation” è un altro passo in avanti nella discografia di Taylor Swift: il passaggio dal country al pop è definitivamente compiuto, tanto che spesso sembra di sentire una canzone di The Weeknd o Flume piuttosto che la vecchia Taylor (evidente tutto ciò in Dancing With Our Hands Tied). Il risultato finale non è certamente un capolavoro, ma nemmeno il fiasco che alcuni preventivavano: diciamo che ci fa sperare di sentire meno tracce riempitivo e più ballate da parte della bella artista americana. Non è un caso che la seconda parte del disco, più acustica, sia migliore della prima. Solo allora potremmo davvero parlare di capolavoro.

Voto finale: 6,5.

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